Il bello della guerra
è che ogni capo
degli assassini
fa benedire
le proprie bandiere
e invoca solennemente Dio
prima di dedicarsi
a sterminare il prossimo.
martedì 20 dicembre 2005
FUOCO
Voi siete vicino al fuoco
col vostro dolore
e bruciate
come una fiaccolata nel giorno di Natale
in cui sulle nostre tavole
ardono tanti strumenti
che suonano canzoni.
Eppure,
se non piangete più
almeno per un momento
Dio vi farà sentire nel cuore
in pieno deserto
un violino meraviglioso
che vuole dire
pace.
Alda Merini
col vostro dolore
e bruciate
come una fiaccolata nel giorno di Natale
in cui sulle nostre tavole
ardono tanti strumenti
che suonano canzoni.
Eppure,
se non piangete più
almeno per un momento
Dio vi farà sentire nel cuore
in pieno deserto
un violino meraviglioso
che vuole dire
pace.
Alda Merini
LO STATO E/O LA CHIESA di Carlo Damiani
In questi giorni il dibattito è piuttosto acceso. Mi permetto di raccogliere alcuni spunti di riflessione, senza avere la pretesa di esprimere conclusioni.
1.sempre più spesso la società civile si trova ad affrontare temi importanti, a vivere drammaticamente scelte difficili ed eticamente complesse. Mi riferisco a questioni come la pace e la guerra, il rapporto tra uomini e culture diverse, con il nostro pianeta, gli sviluppi e le prospettive offerte dalla moderna ricerca scientifica. Lo scambio di opinioni è opportuno e, direi, necessario. La Chiesa è un importante componente della nostra società. Penso debba dare il proprio contributo al dibattito e suggerire le proprie risposte. Non è elegante salutare con favore l’intervento de Papa quando esprime posizioni pacifiste e considerare indebite ingerenze i pronunciamenti contro la fecondazione assistita. Credo che tutti debbano potersi esprimere, senza censure, ma nella consapevolezza della reciprocità e nel rispetto delle opinioni altrui.
2. il nostro, per fortuna, è uno stato laico! Le leggi hanno (dovrebbero avere) la capacità di garantire le esigenze di tutti, anche delle minoranze, anche di coloro che rappresentano posizioni atipiche, non convenzionali. Quando la chiesa “indica” (un eufemismo), per fare un solo esempio la strada da seguire a proposito di coppie di fatto, dimentica che in Italia non esistono solo i cattolici.
Senza togliere ai credenti la possibilità di vivere la famiglia nel modo tradizionale, altri debbono poter fare scelte diverse (per inciso, spesso non si tratta di scelte ma, più banalmente, di percorsi personali complicati e difficili, che anche molti cattolici si trovano, loro malgrado, ad affrontare).
3. molte altre sono le questioni “calde”: su contraccettivi/controllo delle nascite ed aborto, oppure su fecondazione assistita ed eutanasia sarebbe interessante ed utile discutere e confrontarsi.
Assolutamente inaccettabile e diseducativo è stato l’atteggiamento della chiesa durante la campagna referendaria dell’estate scorsa. I cittadini italiani, considerati incapaci di intendere e di volere, sono stati invitati a non votare…al solo scopo di sovvertire quello che era l’esito prevedibile! Gli italiani avrebbero saputo, come in altre occasioni, usare il buonsenso per coniugare le esigenze di una società che cambia e si evolve con il rispetto per le libertà dei singoli e dei valori condivisi.
4.in realtà più che di chiesa che invade in maniera scorretta spazi ed ambiti che dovrebbe maggiormente rispettare sarebbe opportuno parlare del mondo politico che “ruota” intorno ad essa. In vista delle elezioni è una gara (penosa) ad accreditarsi in Vaticano per ottenere un sostegno ed un appoggio direttamente traducibile in voti e preferenze. La Cei ha i suoi campioni che sono già scesi in campo a colpi di immissione in ruolo per gli insegnanti di religione (creando una corsia preferenziale che è incredibile quanto ingiusta) o inventandosi l’esonero dal pagamento dell’ICI anche per gli immobili adibiti ad uso commerciale di proprietà ecclesiale (già che le finanze della Amministrazioni locali sono floride, dopo la finanziaria…). Ma c’è anche chi è più realista del re: l’anno scorso, pensando di fare cosa gradita molto in alto, qualcuno aveva pensato di sposare tesi (teo-con) creazioniste cancellando (distrattamente) l’evoluzione dai programmi delle scuole medie. Probabilmente non era attento quando lo stesso Papa Giovanni Paolo II dopo avere riabilitato Galileo(!) aveva dichiarato che Darwin e le sue stesse tesi sono un fatto scientificamente accertato, compatibile con la fede!
E, a proposito di educazione, posso aggiungere che aver concesso il finanziamento pubblico alle scuole confessionali espone lo stato italiano al rischio di dover sostenere anche quelle meno “gradite”? alcune settimane fa parecchi genitori (immigrati di origine nord africana) hanno chiesto con forza di poter mandare i propri figli in una scuola da loro gestita di orientamento islamico. Se questa possibilità è concessa ai cattolici per quale motivo non dovrebbe essere concessa ai credenti di altre fedi? Non so se chiedessero di essere anche finanziati ma, di nuovo, per simmetria, perché no? E se poi arrivassero gli adepti del mago Otelma? Meglio sarebbe stato garantire l’efficienza e le risorse alla scuola pubblica che è la scuola di tutti, dove ognuno dà il proprio contributo alla crescita di questa società che sta cambiando, lo si voglia o no!
(c.d.)
1.sempre più spesso la società civile si trova ad affrontare temi importanti, a vivere drammaticamente scelte difficili ed eticamente complesse. Mi riferisco a questioni come la pace e la guerra, il rapporto tra uomini e culture diverse, con il nostro pianeta, gli sviluppi e le prospettive offerte dalla moderna ricerca scientifica. Lo scambio di opinioni è opportuno e, direi, necessario. La Chiesa è un importante componente della nostra società. Penso debba dare il proprio contributo al dibattito e suggerire le proprie risposte. Non è elegante salutare con favore l’intervento de Papa quando esprime posizioni pacifiste e considerare indebite ingerenze i pronunciamenti contro la fecondazione assistita. Credo che tutti debbano potersi esprimere, senza censure, ma nella consapevolezza della reciprocità e nel rispetto delle opinioni altrui.
2. il nostro, per fortuna, è uno stato laico! Le leggi hanno (dovrebbero avere) la capacità di garantire le esigenze di tutti, anche delle minoranze, anche di coloro che rappresentano posizioni atipiche, non convenzionali. Quando la chiesa “indica” (un eufemismo), per fare un solo esempio la strada da seguire a proposito di coppie di fatto, dimentica che in Italia non esistono solo i cattolici.
Senza togliere ai credenti la possibilità di vivere la famiglia nel modo tradizionale, altri debbono poter fare scelte diverse (per inciso, spesso non si tratta di scelte ma, più banalmente, di percorsi personali complicati e difficili, che anche molti cattolici si trovano, loro malgrado, ad affrontare).
3. molte altre sono le questioni “calde”: su contraccettivi/controllo delle nascite ed aborto, oppure su fecondazione assistita ed eutanasia sarebbe interessante ed utile discutere e confrontarsi.
Assolutamente inaccettabile e diseducativo è stato l’atteggiamento della chiesa durante la campagna referendaria dell’estate scorsa. I cittadini italiani, considerati incapaci di intendere e di volere, sono stati invitati a non votare…al solo scopo di sovvertire quello che era l’esito prevedibile! Gli italiani avrebbero saputo, come in altre occasioni, usare il buonsenso per coniugare le esigenze di una società che cambia e si evolve con il rispetto per le libertà dei singoli e dei valori condivisi.
4.in realtà più che di chiesa che invade in maniera scorretta spazi ed ambiti che dovrebbe maggiormente rispettare sarebbe opportuno parlare del mondo politico che “ruota” intorno ad essa. In vista delle elezioni è una gara (penosa) ad accreditarsi in Vaticano per ottenere un sostegno ed un appoggio direttamente traducibile in voti e preferenze. La Cei ha i suoi campioni che sono già scesi in campo a colpi di immissione in ruolo per gli insegnanti di religione (creando una corsia preferenziale che è incredibile quanto ingiusta) o inventandosi l’esonero dal pagamento dell’ICI anche per gli immobili adibiti ad uso commerciale di proprietà ecclesiale (già che le finanze della Amministrazioni locali sono floride, dopo la finanziaria…). Ma c’è anche chi è più realista del re: l’anno scorso, pensando di fare cosa gradita molto in alto, qualcuno aveva pensato di sposare tesi (teo-con) creazioniste cancellando (distrattamente) l’evoluzione dai programmi delle scuole medie. Probabilmente non era attento quando lo stesso Papa Giovanni Paolo II dopo avere riabilitato Galileo(!) aveva dichiarato che Darwin e le sue stesse tesi sono un fatto scientificamente accertato, compatibile con la fede!
E, a proposito di educazione, posso aggiungere che aver concesso il finanziamento pubblico alle scuole confessionali espone lo stato italiano al rischio di dover sostenere anche quelle meno “gradite”? alcune settimane fa parecchi genitori (immigrati di origine nord africana) hanno chiesto con forza di poter mandare i propri figli in una scuola da loro gestita di orientamento islamico. Se questa possibilità è concessa ai cattolici per quale motivo non dovrebbe essere concessa ai credenti di altre fedi? Non so se chiedessero di essere anche finanziati ma, di nuovo, per simmetria, perché no? E se poi arrivassero gli adepti del mago Otelma? Meglio sarebbe stato garantire l’efficienza e le risorse alla scuola pubblica che è la scuola di tutti, dove ognuno dà il proprio contributo alla crescita di questa società che sta cambiando, lo si voglia o no!
(c.d.)
L’AMACA di Michele Serra
Sempre a proposito di coppie di fatto, Pacs e morale: suggerisco ai colleghi dell’Osservatore Romano una bella inchiestona sui cattolici separati che convivono tranquillamente con i nuovi partners in attesa che la Sacra Rota dichiari “non consumato” il precedente matrimonio per poterlo annullare, inghippo ipocrita per salvare capra e cavoli. Veri e propri re-inverginamenti d’ufficio, papiri ottenuti con la stessa bassa contrattualità che ispira la compravendita delle patenti facili, o delle lauree sottobanco.
E un’altra bella inchiestona sugli omosessuali cattolici che vivono con indicibile pena ogni nuovo anatema sul sesso “contronatura”, oppure, allo stremo, decidono di infischiarsene e di riporre in ben altri tribunali etici la loro fiducia in se stessi. O sui sacerdoti e anche i porporati coinvolti in scandali di pedofilia vera e/o presunta, chissà se trascinati nei sottoscala dell’eros da tonnellate di senso di colpa o dai pochi etti di disinvoltura garantiti dall’abito che protegge il monaco. E insomma chiedersi se le montagne di ipocrisia possono davvero seppellire la vita vera delle persone, le loro scelte, i loro errori, la loro ricerca di senso, di identità, di amore, di piacere, di solidarietà. E soprattutto: guardarsi in casa prima di discettare sulle scelte dello Stato. La famosa faccenda della pagliuzza e della trave, no? Il famoso “da che pulpito viene la predica”…
Tratto da “La Repubblica”
E un’altra bella inchiestona sugli omosessuali cattolici che vivono con indicibile pena ogni nuovo anatema sul sesso “contronatura”, oppure, allo stremo, decidono di infischiarsene e di riporre in ben altri tribunali etici la loro fiducia in se stessi. O sui sacerdoti e anche i porporati coinvolti in scandali di pedofilia vera e/o presunta, chissà se trascinati nei sottoscala dell’eros da tonnellate di senso di colpa o dai pochi etti di disinvoltura garantiti dall’abito che protegge il monaco. E insomma chiedersi se le montagne di ipocrisia possono davvero seppellire la vita vera delle persone, le loro scelte, i loro errori, la loro ricerca di senso, di identità, di amore, di piacere, di solidarietà. E soprattutto: guardarsi in casa prima di discettare sulle scelte dello Stato. La famosa faccenda della pagliuzza e della trave, no? Il famoso “da che pulpito viene la predica”…
Tratto da “La Repubblica”
SIAMO SOLO MEDOLESI? di Stefano Bottoglia
Quantità o qualità? Questo è il dilemma. Chiunque affronti il tema della cultura per una piccola comunità come Medole si chiede se puntare ad un pubblico più vasto, con manifestazioni popolari o ad un pubblico meno ampio ma con eventi dai contenuti più impegnativi. Fra poco cercheremo di definire queste due categorie e capirne meglio le finalità, ma prima proviamo ad immaginare una risposta alla domanda iniziale, quantità o qualità? In effetti la risposta sembra quasi scontata: maggiore è il numero delle persone richiamate dall’evento più diffusa è la soddisfazione e maggiore è il numero dei futuri elettori che ricorderanno l’attività dell’amministrazione comunale.
E’ un po’ la logica dell’audience televisivo, meglio una TV con contenuti vacui, perché gli ascolti salgono, piuttosto che trasmissioni intelligenti e stimolanti, perché sono scelte da un pubblico meno numeroso.
Come si vede sia le scelte del piccolo comune che quelle delle emittenti televisive possono apparire a senso unico se si piegano alla legge del profitto. Ma torniamo alle nostre categorie e chiariamo subito che non vi è nulla di male negli eventi popolari, anzi; si tratta di ottime occasioni di aggregazione. Il problema nasce quando questi diventano predominanti e sottraggono risorse a tutto il resto. Facciamo degli esempi. Gli eventi popolari sono ad esempio le sagre, gli spettacoli teatrali recitati da dilettanti, mostre di lavori realizzati dai ragazzi, concerti saggio, mercatini vari, ecc. in queste occasioni è quasi sempre presente un generoso rinfresco che diventa un’ottima attrattiva.
Ora pensiamo ai cosiddetti eventi più impegnativi, che per comodità definiremo “culturali”, parliamo di mostre artistiche relative ad artisti affermati per i quali non ci si limita ad esporre le opere ma si realizzano veri e propri percorsi di avvicinamento, analizzandone i linguaggi, ed esaminando le diverse visioni del mondo, il tutto custodito da preziosi cataloghi; parliamo anche di serate culturali che ci permettono di esplorare le nostre radici, il passato lontano e recente, gli scenari sociali, la storia dell’arte e tanto altro ancora con l’aiuto di esperti. Potremmo proseguire parlando di musica ed altro ancora ma il lettore ha già capito e non desideriamo annoiarlo. Ha già capito che ciò che cambia è l’effetto su chi partecipa. Dopo un evento popolare si torna a casa con lo stomaco pieno, con alcune risate e qualche chiacchiera, dopo un evento culturale si torna con delle domande, con delle emozioni, con la curiosità di saperne di più, sono situazioni che costringono a riflettere, ad andare in profondità. Se rinunceremo a tutto questo, perderemo forse una grande opportunità.
Ma non è tutto. Occorre anche allargare gli orizzonti. Qualcuno obbietta che a questi eventi culturali partecipano pochi medolesi e che non sia giusto “sprecare” risorse in questo modo. A chi la pensa così dico: ma siamo solo medolesi? Desidero essere più chiaro. Molti medolesi si muovono ogni giorno dal paese per i più disparati motivi;: per studiare, per lavorare, per curarsi e anche per il tempo libero. Credo che si possa affermare che essi abitano in una città estensiva che è assai più grande dei confini medolesi; che nel raggio di una quindicina di chilometri ci consente di vivere una sussidiarietà quasi completa con altri comuni (lavoro, scuole, servizi socio-sanitari, pubblica sicurezza, mezzi di trasporto compreso l’aeroporto) e non è pertanto sensato che anche gli eventi medolesi possano riguardare tutti gli abitanti di questa città estensiva?
Un’ultima provocazione: si sente costantemente parlare del valore delle differenze, del fatto che tanto meno si è omologati tanto più i nostri orizzonti si allargano. Allora vogliamo fare quello che fanno tutti gli altri o vogliamo distinguerci? Ovvero creare una differenza. Noi crediamo in quest’ultima via.
Finora Medole si è guadagnato una fama significativa, è stato capace di caratterizzarsi come un punto di riferimento culturale assai rilevante, questo è un patrimonio da non gettare ma da valorizzare e far crescere.
L’ultimo pensiero va ai protagonisti che hanno costruito questo patrimonio. Non faremo nomi perché rischieremmo di dimenticare qualcuno, ma certo non sbaglieremo dicendo che sono il cuore pulsante di tutto ciò. Grazie alla collaborazione con l’amministrazione comunale hanno prodotto una lunga serie di episodi culturali che hanno lasciato il segno.
Quindi il nostro auspicio è che possano continuare a lavorare bene, sostenuti da tutta l’attenzione che meritano, dedicandosi alla vera crescita culturale della nostra “grande” comunità.
(s.bo.)
E’ un po’ la logica dell’audience televisivo, meglio una TV con contenuti vacui, perché gli ascolti salgono, piuttosto che trasmissioni intelligenti e stimolanti, perché sono scelte da un pubblico meno numeroso.
Come si vede sia le scelte del piccolo comune che quelle delle emittenti televisive possono apparire a senso unico se si piegano alla legge del profitto. Ma torniamo alle nostre categorie e chiariamo subito che non vi è nulla di male negli eventi popolari, anzi; si tratta di ottime occasioni di aggregazione. Il problema nasce quando questi diventano predominanti e sottraggono risorse a tutto il resto. Facciamo degli esempi. Gli eventi popolari sono ad esempio le sagre, gli spettacoli teatrali recitati da dilettanti, mostre di lavori realizzati dai ragazzi, concerti saggio, mercatini vari, ecc. in queste occasioni è quasi sempre presente un generoso rinfresco che diventa un’ottima attrattiva.
Ora pensiamo ai cosiddetti eventi più impegnativi, che per comodità definiremo “culturali”, parliamo di mostre artistiche relative ad artisti affermati per i quali non ci si limita ad esporre le opere ma si realizzano veri e propri percorsi di avvicinamento, analizzandone i linguaggi, ed esaminando le diverse visioni del mondo, il tutto custodito da preziosi cataloghi; parliamo anche di serate culturali che ci permettono di esplorare le nostre radici, il passato lontano e recente, gli scenari sociali, la storia dell’arte e tanto altro ancora con l’aiuto di esperti. Potremmo proseguire parlando di musica ed altro ancora ma il lettore ha già capito e non desideriamo annoiarlo. Ha già capito che ciò che cambia è l’effetto su chi partecipa. Dopo un evento popolare si torna a casa con lo stomaco pieno, con alcune risate e qualche chiacchiera, dopo un evento culturale si torna con delle domande, con delle emozioni, con la curiosità di saperne di più, sono situazioni che costringono a riflettere, ad andare in profondità. Se rinunceremo a tutto questo, perderemo forse una grande opportunità.
Ma non è tutto. Occorre anche allargare gli orizzonti. Qualcuno obbietta che a questi eventi culturali partecipano pochi medolesi e che non sia giusto “sprecare” risorse in questo modo. A chi la pensa così dico: ma siamo solo medolesi? Desidero essere più chiaro. Molti medolesi si muovono ogni giorno dal paese per i più disparati motivi;: per studiare, per lavorare, per curarsi e anche per il tempo libero. Credo che si possa affermare che essi abitano in una città estensiva che è assai più grande dei confini medolesi; che nel raggio di una quindicina di chilometri ci consente di vivere una sussidiarietà quasi completa con altri comuni (lavoro, scuole, servizi socio-sanitari, pubblica sicurezza, mezzi di trasporto compreso l’aeroporto) e non è pertanto sensato che anche gli eventi medolesi possano riguardare tutti gli abitanti di questa città estensiva?
Un’ultima provocazione: si sente costantemente parlare del valore delle differenze, del fatto che tanto meno si è omologati tanto più i nostri orizzonti si allargano. Allora vogliamo fare quello che fanno tutti gli altri o vogliamo distinguerci? Ovvero creare una differenza. Noi crediamo in quest’ultima via.
Finora Medole si è guadagnato una fama significativa, è stato capace di caratterizzarsi come un punto di riferimento culturale assai rilevante, questo è un patrimonio da non gettare ma da valorizzare e far crescere.
L’ultimo pensiero va ai protagonisti che hanno costruito questo patrimonio. Non faremo nomi perché rischieremmo di dimenticare qualcuno, ma certo non sbaglieremo dicendo che sono il cuore pulsante di tutto ciò. Grazie alla collaborazione con l’amministrazione comunale hanno prodotto una lunga serie di episodi culturali che hanno lasciato il segno.
Quindi il nostro auspicio è che possano continuare a lavorare bene, sostenuti da tutta l’attenzione che meritano, dedicandosi alla vera crescita culturale della nostra “grande” comunità.
(s.bo.)
CENTRO DI ASCOLTO di Giulia Redini e Irma Cremonini
Riprendiamo il concetto, mai abbastanza sottolineato, sulla valorizzazione della qualità della vita e dei servizi offerti alla società.
E’ un’esigenza questa che si avverte in modo particolare oggi, che molto sentito è il problema di conoscere e relazionarsi con le diverse realtà che ci circondano e che, inevitabilmente, causano tanti problemi di compatibilità, di ordine etico, sociale, religioso e culturale.
Le diversità possono e dovrebbero essere uno stimolo per la conoscenza e l’approfondimento di nuove culture e dovrebbero spingerci a modificare i nostri atteggiamenti al fine di riuscire a convivere con esse; così, allo stesso modo, le difficoltà e le sofferenze che inevitabilmente incontriamo, ci devono trovare nella condizione necessaria per affrontarle e per essere un concreto e valido aiuto per gli altri.
“Qualità della vita”, in sostanza, potrebbe significare vivere in armonia con se stessi e con gli altri, eliminare i divari, le incomprensioni e le ingiustizie in una concezione di vita fatta di valori umani la cui ricchezza non è economica ma è comunque preziosa.
Perché questi obiettivi siano attuabili, oltre all’impegno personale, è necessario che la Comunità trovi delle forme di sostegno sussidiario.
Uno strumento utilissimo può essere individuato nel “Centro d’ascolto”, un servizio rivolto a persone che si trovano in condizioni di disagio di vario tipo: problemi sociali, mentali, di emarginazione, di dipendenza da varie sostanze come alcool e droga…
Il servizio consiste nell’accogliere le persone in situazioni di bisogno, nell’ascoltarle attraverso colloqui personali offrendo la massima disponibilità in termini di tempo, professionalità, discrezione e comprensione allo scopo di rimuovere le cause del disagio e prevenire l’insorgere di comportamenti devianti, cercando di individuare le risposte più idonee ai diversi bisogni e indirizzando le stesse verso strutture in grado di offrire i servizi maggiormente rispondenti alle varie necessità.
Non è cosa da poco ascoltare: si trasmette un messaggio di attenzione che può infondere speranza, serenità, restituire fiducia e stima di sé; occorrono però molto impegno, concentrazione, intuizione, perciò non possiamo pensare di essere tutti in grado di farlo perché non basta la buona volontà, ma è indispensabile una preparazione adeguata soprattutto a livello psicologico.
La responsabilità è grande e si corre il rischio che, invece di essere d’aiuto, si aumenti la confusione e l’insicurezza dell’utente.
Dieci anni fa, esattamente nell’agosto 1995, si stilava il primo progetto sovracomunale per l’alto mantovano, sostenuto da un accordo di programma tra i Comuni di Medole, Solforino, Cavriana e Guidizzolo, inerente la prevenzione della tossicodipendenza.
Capofila il Comune di Medole che lo inoltrò alla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Roma- (non esisteva ancora il Ministero della Famiglia); fu approvato, finanziato per 80 milioni di lire sui 120 richiesti, poi pubblicato sulla rivista nazionale degli assessorati sociali.
In pratica, si trattava della costituzione della “Scuola Genitori” che fu frequentata da diverse famiglie con corsi tenuti anche all’interno delle scuole da personale qualificato dell’ASL ed anche da professionisti esterni.
Col passare degli anni, all’interno della scuola Media di Medole, si formò una evoluzione, conseguente anche ad altri finanziamenti sempre per la stessa materia della prevenzione, che portò alla costituzione del punto di ascolto con la presenza settimanale della psicologa Dottoressa Mila Buraschi.
Il punto era ubicato in un’aula non utilizzata per l’attività didattica, mentre l’arredo era stato autoallestito dagli studenti. Quindi un ambiente a loro dimensione e giusto, dove avevano la possibilità di trovarsi a loro agio; premessa molto importante per affrontare le problematiche interiori, familiari ed esistenziali particolarmente significative nello sviluppo adolescenziale.
Rifinanziato col Bilancio 2004 (Legge Turco) ha svolto il servizio sul territorio fino a metà del corrente anno con significativa partecipazione di utenti.
Vista la decennale e positiva esperienza, è assolutamente necessario non far mancare alla comunità questo importante servizio di prevenzione al disagio.
(g.r.-i.c.)
E’ un’esigenza questa che si avverte in modo particolare oggi, che molto sentito è il problema di conoscere e relazionarsi con le diverse realtà che ci circondano e che, inevitabilmente, causano tanti problemi di compatibilità, di ordine etico, sociale, religioso e culturale.
Le diversità possono e dovrebbero essere uno stimolo per la conoscenza e l’approfondimento di nuove culture e dovrebbero spingerci a modificare i nostri atteggiamenti al fine di riuscire a convivere con esse; così, allo stesso modo, le difficoltà e le sofferenze che inevitabilmente incontriamo, ci devono trovare nella condizione necessaria per affrontarle e per essere un concreto e valido aiuto per gli altri.
“Qualità della vita”, in sostanza, potrebbe significare vivere in armonia con se stessi e con gli altri, eliminare i divari, le incomprensioni e le ingiustizie in una concezione di vita fatta di valori umani la cui ricchezza non è economica ma è comunque preziosa.
Perché questi obiettivi siano attuabili, oltre all’impegno personale, è necessario che la Comunità trovi delle forme di sostegno sussidiario.
Uno strumento utilissimo può essere individuato nel “Centro d’ascolto”, un servizio rivolto a persone che si trovano in condizioni di disagio di vario tipo: problemi sociali, mentali, di emarginazione, di dipendenza da varie sostanze come alcool e droga…
Il servizio consiste nell’accogliere le persone in situazioni di bisogno, nell’ascoltarle attraverso colloqui personali offrendo la massima disponibilità in termini di tempo, professionalità, discrezione e comprensione allo scopo di rimuovere le cause del disagio e prevenire l’insorgere di comportamenti devianti, cercando di individuare le risposte più idonee ai diversi bisogni e indirizzando le stesse verso strutture in grado di offrire i servizi maggiormente rispondenti alle varie necessità.
Non è cosa da poco ascoltare: si trasmette un messaggio di attenzione che può infondere speranza, serenità, restituire fiducia e stima di sé; occorrono però molto impegno, concentrazione, intuizione, perciò non possiamo pensare di essere tutti in grado di farlo perché non basta la buona volontà, ma è indispensabile una preparazione adeguata soprattutto a livello psicologico.
La responsabilità è grande e si corre il rischio che, invece di essere d’aiuto, si aumenti la confusione e l’insicurezza dell’utente.
Dieci anni fa, esattamente nell’agosto 1995, si stilava il primo progetto sovracomunale per l’alto mantovano, sostenuto da un accordo di programma tra i Comuni di Medole, Solforino, Cavriana e Guidizzolo, inerente la prevenzione della tossicodipendenza.
Capofila il Comune di Medole che lo inoltrò alla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Roma- (non esisteva ancora il Ministero della Famiglia); fu approvato, finanziato per 80 milioni di lire sui 120 richiesti, poi pubblicato sulla rivista nazionale degli assessorati sociali.
In pratica, si trattava della costituzione della “Scuola Genitori” che fu frequentata da diverse famiglie con corsi tenuti anche all’interno delle scuole da personale qualificato dell’ASL ed anche da professionisti esterni.
Col passare degli anni, all’interno della scuola Media di Medole, si formò una evoluzione, conseguente anche ad altri finanziamenti sempre per la stessa materia della prevenzione, che portò alla costituzione del punto di ascolto con la presenza settimanale della psicologa Dottoressa Mila Buraschi.
Il punto era ubicato in un’aula non utilizzata per l’attività didattica, mentre l’arredo era stato autoallestito dagli studenti. Quindi un ambiente a loro dimensione e giusto, dove avevano la possibilità di trovarsi a loro agio; premessa molto importante per affrontare le problematiche interiori, familiari ed esistenziali particolarmente significative nello sviluppo adolescenziale.
Rifinanziato col Bilancio 2004 (Legge Turco) ha svolto il servizio sul territorio fino a metà del corrente anno con significativa partecipazione di utenti.
Vista la decennale e positiva esperienza, è assolutamente necessario non far mancare alla comunità questo importante servizio di prevenzione al disagio.
(g.r.-i.c.)
L’ASILO NIDO SENZA SE E SENZA MA di Giovanni B. Ruzzenenti
Con un po’ d’attenzione, ci rendiamo conto in modo sempre più evidente che la spinta verso la continua crescita economica è incompatibile con il rapporto di sostenibilità fra le risorse della Terra ed il sostentamento “civile” dell’intera popolazione terrestre.
Di conseguenza, semplificando l’argomento in quanto ci interessa come premessa, non secondaria, alla successiva trattazione dell’oggetto, si aprono due possibilità:
- continuare a depredare le risorse ai Paesi più deboli per far crescere le nostre Economie, già più ricche, ad ogni costo e con ogni mezzo, comprese le guerre coloniali che sempre hanno questa priorità;
- oppure disporre una equa ridistribuzione di risorse e reddito.
Allora, anziché forzare un’impossibile crescita economica, bisogna valorizzare la qualità, in particolare la qualificazione della vita delle persone, della loro vita sociale e dei servizi collegati.
Tra i primi servizi per la persona che cresce nel meglio della qualità, si colloca l’asilo nido; a Medole sta funzionando per il terzo anno (dopo diversi tentativi degli anni precedenti non sfociati nel concreto).
Nato da una straordinaria combinazione fra diversi fattori: giovani professioniste laureate e abilitate per lo specifico settore dell’educazione della prima infanzia, già costituite nella Ditta “Latte e Miele”; disponibilità della “Fondazione Isabella Arrighi” nel mettere a disposizione i locali fra i più adatti per la contingenza; determinazione dell’Amministrazione Comunale del tempo di acquistare subito, a titolo sperimentale, il 60% dei posti disponibili (6 su 10), con l’intento successivo di giungere rapidamente al consolidamento del servizio con l’acquisto di tutti i posti allo scopo di predisporre una equità di trattamento (proporzionato alle fasce di reddito) fra tutti gli utenti del servizio.
La qualità del Nido viene subito apprezzata e le richieste di utilizzo aumentano sino a raggiungere la ventina.
E’ evidente che con 10 posti disponibili sorge urgente la necessità di ampliare gli spazi; all’uopo si presenta un’altra occasione straordinaria da prendere al volo. La “Fondazione Isabella Arrighi”, che prima era “Civico Ospedale Ricovero Vecchi”, da diversi anni aveva intenzione di destinare parte del volume, in ristrutturazione, della cascina “Porta Rossa” per attività sociali.
Constatata l’esigenza di ampliare l’asilo nido e ritenuto prioritario il consolidarsi di questo servizio qualificato per la comunità, la Fondazione, nell’ambito della riqualificazione e valorizzazione del proprio patrimonio, ha disposto il progetto esecutivo per nuovi locali adeguati alla bisogna dell’asilo nido per almeno venti bambini.
A questo punto è palesemente evidente che l’occasione è eccezionale: il Comune si troverebbe il servizio di alta qualità, coerente con quello sviluppo della qualità della vita ecosostenibile citata in premessa, senza anticipare un centesimo.
Investimento nella struttura previsto in quasi mezzo milione di Euro da parte della Fondazione Isabella Arrighi, la quale affitta i locali alla ditta “Latte e Miele” che a sua volta gestisce il servizio, liberando il Comune da ogni responsabilità gestionale.
“BELLISSIMO!”
Però il tutto regge se sostenuto dalla indispensabile condizione che il Comune si impegni formalmente ad acquistare i 20 posti necessari a soddisfare le domande delle famiglie per un periodo relativamente lungo: almeno una decina d’anni.
Perché questo?
In primo luogo il Comune deve essere il titolare del servizio pubblico, ne amministra l’equità sociale recuperando dalle famiglie utenti un contributo proporzionale alle fasce di reddito.
In secondo luogo l’acquisto dei posti da parte del Comune assicura il giusto sostegno economico alla Ditta che gestisce il Nido, consentendo di erogare un compenso dignitoso alle operatrici, almeno pari a un quarto di quanto ammonta l’indennità di carica del Sindaco.
Queste sono laureate ed abilitate per un’attività particolarmente delicata ed hanno diritto di essere elevate alla dignità di lavoratori con adeguata qualifica.
In terzo luogo, l’acquisto dei posti è necessario anche affinché la Ditta di gestione “Latte e Miele” possa pagare l’affitto dei locali resi disponibili dalla “Fondazione Isabella Arrighi”. Per la Fondazione è l’unica entrata che andrà ad ammortizzare, almeno in parte, il forte investimento finanziario anticipato, in sostituzione del Comune, per realizzare i nuovi locali.
E l’alternativa? Non esiste. Ovvero, c’è la possibilità di un surrogato e, conoscendo il significato di surrogato, è evidente che non può essere alternativa. Infatti, la legge prevede il “nido famiglia”, che può essere la risposta di ripiego solo quando non si incontrano le combinazioni positive che abbiamo a Medole. In sostanza, la legge prevede che il nido famiglia non sia soggetto ad alcuna delle regole imposte per l’asilo nido:
- niente specifica agibilità dei locali;
- niente specifiche norme igienico-sanitarie;
- niente abilitazione della Provincia al funzionamento;
- diverso rapporto quantitativo fra personale e bambini, per cui un custode qualsiasi può tenere da solo molti bambini;
- nessuna necessità di titoli specifici per il personale di custodia.
Quindi, seppur apprezzabile in mancanza di meglio, può essere in realtà definito una sorta di parcheggio.
Dunque, affinché tutto proceda nel giusto modo bisogna evitare espedienti del tipo: il Comune acquista pochi posti (otto o dieci) - apparentemente appoggia l’Asilo nido; però le esigenze delle famiglie non sono soddisfatte, così potrebbe giustificarsi la nascita di un nido famiglia. A questo punto, lo scenario sarebbe il seguente: la metà delle famiglie utenti dell’asilo nido, escluse dalla tutela del Comune, sarebbero costrette a pagare l’intera retta, per cui, vista la differenza di costo, potrebbero abbandonare il nido che non è materialmente in grado di reggere la concorrenza dei costi, rassegnarsi a tralasciare la qualità del servizio e parcheggiare i figli al nido famiglia.
Di conseguenza, l’asilo nido dimezzato sarebbe costretto a chiudere senza apparente responsabilità del Comune e Medole perderebbe il servizio di qualità.
Infine, la Fondazione Isabella Arrighi che si accinge ad investire una cifra notevole a favore della Comunità, ha tutti i diritti di avere garanzie sul futuro dell’operazione, in quanto non può sperperare tanto denaro che è comunque frutto di lasciti di Medolesi benefattori, chiaramente finalizzati.
Ecco perché il Comune deve crederci totalmente, senza “se” e senza “ma”.
(g.b.r.)
Di conseguenza, semplificando l’argomento in quanto ci interessa come premessa, non secondaria, alla successiva trattazione dell’oggetto, si aprono due possibilità:
- continuare a depredare le risorse ai Paesi più deboli per far crescere le nostre Economie, già più ricche, ad ogni costo e con ogni mezzo, comprese le guerre coloniali che sempre hanno questa priorità;
- oppure disporre una equa ridistribuzione di risorse e reddito.
Allora, anziché forzare un’impossibile crescita economica, bisogna valorizzare la qualità, in particolare la qualificazione della vita delle persone, della loro vita sociale e dei servizi collegati.
Tra i primi servizi per la persona che cresce nel meglio della qualità, si colloca l’asilo nido; a Medole sta funzionando per il terzo anno (dopo diversi tentativi degli anni precedenti non sfociati nel concreto).
Nato da una straordinaria combinazione fra diversi fattori: giovani professioniste laureate e abilitate per lo specifico settore dell’educazione della prima infanzia, già costituite nella Ditta “Latte e Miele”; disponibilità della “Fondazione Isabella Arrighi” nel mettere a disposizione i locali fra i più adatti per la contingenza; determinazione dell’Amministrazione Comunale del tempo di acquistare subito, a titolo sperimentale, il 60% dei posti disponibili (6 su 10), con l’intento successivo di giungere rapidamente al consolidamento del servizio con l’acquisto di tutti i posti allo scopo di predisporre una equità di trattamento (proporzionato alle fasce di reddito) fra tutti gli utenti del servizio.
La qualità del Nido viene subito apprezzata e le richieste di utilizzo aumentano sino a raggiungere la ventina.
E’ evidente che con 10 posti disponibili sorge urgente la necessità di ampliare gli spazi; all’uopo si presenta un’altra occasione straordinaria da prendere al volo. La “Fondazione Isabella Arrighi”, che prima era “Civico Ospedale Ricovero Vecchi”, da diversi anni aveva intenzione di destinare parte del volume, in ristrutturazione, della cascina “Porta Rossa” per attività sociali.
Constatata l’esigenza di ampliare l’asilo nido e ritenuto prioritario il consolidarsi di questo servizio qualificato per la comunità, la Fondazione, nell’ambito della riqualificazione e valorizzazione del proprio patrimonio, ha disposto il progetto esecutivo per nuovi locali adeguati alla bisogna dell’asilo nido per almeno venti bambini.
A questo punto è palesemente evidente che l’occasione è eccezionale: il Comune si troverebbe il servizio di alta qualità, coerente con quello sviluppo della qualità della vita ecosostenibile citata in premessa, senza anticipare un centesimo.
Investimento nella struttura previsto in quasi mezzo milione di Euro da parte della Fondazione Isabella Arrighi, la quale affitta i locali alla ditta “Latte e Miele” che a sua volta gestisce il servizio, liberando il Comune da ogni responsabilità gestionale.
“BELLISSIMO!”
Però il tutto regge se sostenuto dalla indispensabile condizione che il Comune si impegni formalmente ad acquistare i 20 posti necessari a soddisfare le domande delle famiglie per un periodo relativamente lungo: almeno una decina d’anni.
Perché questo?
In primo luogo il Comune deve essere il titolare del servizio pubblico, ne amministra l’equità sociale recuperando dalle famiglie utenti un contributo proporzionale alle fasce di reddito.
In secondo luogo l’acquisto dei posti da parte del Comune assicura il giusto sostegno economico alla Ditta che gestisce il Nido, consentendo di erogare un compenso dignitoso alle operatrici, almeno pari a un quarto di quanto ammonta l’indennità di carica del Sindaco.
Queste sono laureate ed abilitate per un’attività particolarmente delicata ed hanno diritto di essere elevate alla dignità di lavoratori con adeguata qualifica.
In terzo luogo, l’acquisto dei posti è necessario anche affinché la Ditta di gestione “Latte e Miele” possa pagare l’affitto dei locali resi disponibili dalla “Fondazione Isabella Arrighi”. Per la Fondazione è l’unica entrata che andrà ad ammortizzare, almeno in parte, il forte investimento finanziario anticipato, in sostituzione del Comune, per realizzare i nuovi locali.
E l’alternativa? Non esiste. Ovvero, c’è la possibilità di un surrogato e, conoscendo il significato di surrogato, è evidente che non può essere alternativa. Infatti, la legge prevede il “nido famiglia”, che può essere la risposta di ripiego solo quando non si incontrano le combinazioni positive che abbiamo a Medole. In sostanza, la legge prevede che il nido famiglia non sia soggetto ad alcuna delle regole imposte per l’asilo nido:
- niente specifica agibilità dei locali;
- niente specifiche norme igienico-sanitarie;
- niente abilitazione della Provincia al funzionamento;
- diverso rapporto quantitativo fra personale e bambini, per cui un custode qualsiasi può tenere da solo molti bambini;
- nessuna necessità di titoli specifici per il personale di custodia.
Quindi, seppur apprezzabile in mancanza di meglio, può essere in realtà definito una sorta di parcheggio.
Dunque, affinché tutto proceda nel giusto modo bisogna evitare espedienti del tipo: il Comune acquista pochi posti (otto o dieci) - apparentemente appoggia l’Asilo nido; però le esigenze delle famiglie non sono soddisfatte, così potrebbe giustificarsi la nascita di un nido famiglia. A questo punto, lo scenario sarebbe il seguente: la metà delle famiglie utenti dell’asilo nido, escluse dalla tutela del Comune, sarebbero costrette a pagare l’intera retta, per cui, vista la differenza di costo, potrebbero abbandonare il nido che non è materialmente in grado di reggere la concorrenza dei costi, rassegnarsi a tralasciare la qualità del servizio e parcheggiare i figli al nido famiglia.
Di conseguenza, l’asilo nido dimezzato sarebbe costretto a chiudere senza apparente responsabilità del Comune e Medole perderebbe il servizio di qualità.
Infine, la Fondazione Isabella Arrighi che si accinge ad investire una cifra notevole a favore della Comunità, ha tutti i diritti di avere garanzie sul futuro dell’operazione, in quanto non può sperperare tanto denaro che è comunque frutto di lasciti di Medolesi benefattori, chiaramente finalizzati.
Ecco perché il Comune deve crederci totalmente, senza “se” e senza “ma”.
(g.b.r.)
SALVIAMO LA COSTITUZIONE di Franca Caiola
Dopo le leggi ad personam, a pochi mesi dalle elezioni, un governo che sa di non avere più il consenso e la fiducia della maggioranza degli Italiani, con un altro estremo atto di arroganza ha messo in atto una vera e propria aggressione alla nostra Carta Costituzionale con la riforma federale, fortemente voluta e imposta dalla Lega Nord, ossia da un gruppo di parlamentari che rappresenta solo una piccola parte del Paese.
Questa riforma, già approvata definitivamente, affossa oltre 50 articoli sui 139 complessivi, eppure la si vuole far passare come una cosa di poco conto; con un’opera di occultamento purtroppo perseguita anche dai sistemi di informazione, si tende a nascondere dietro il termine “devolution” la più grave ferita inferta all’unità della Nazione, che calpesta i valori della solidarietà, della democrazia, della libertà, dell’uguaglianza trasmessi dalla Costituzione nata dalla Resistenza antifascista e dalla guerra di Liberazione e che sono diventati i nostri valori.
Questi sono in breve i cambiamenti principali:
PARLAMENTO. Esistono due Camere: la Camera dei Deputati ed il Senato Federale della Repubblica (composto da senatori eletti in ciascuna regione), ciascuna con il proprio ambito legislativo. Scompare dunque il bicameralismo perfetto che attualmente attribuisce a Camera e Senato identiche competenze e che fa sì che una legge per essere promulgata debba essere approvata da entrambi i rami del Parlamento. E’ inoltre prevista la riduzione del numero dei parlamentari, ma teniamo presente che questo punto, messo lì come specchietto per le allodole perché è l’unico di questa riforma che potrebbe essere condiviso da molti Italiani, in realtà avrà effetto solo a partire dal 2016…
PREMIER. Non ha più bisogno della fiducia della Camera per insediarsi, poiché la sua legittimazione avviene al momento dell’elezione (di fatto un’elezione diretta); i suoi poteri aumentano notevolmente: è un vero e proprio capo del Governo, determina e non più dirige la politica dell’esecutivo, ha il potere di nomina e revoca dei ministri e di sciogliere la Camera. Quindi non è il Governo che diventa forte, ma, come ha detto l’ex Presidente Oscar Luigi Scalfaro, “è il primo ministro che diventa onnipotente, ma onnipotenza e democrazia non possono coesistere”. Al contrario, vengono drasticamente diminuiti i poteri del Capo dello Stato, trasformato in semplice esecutore dei voleri del Premier (ad esempio può sciogliere la Camera solo su sua richiesta).
CORTE COSTITUZIONALE. Viene subordinata alla maggioranza che governa; i giudici sono sempre 15, ma quelli nominati dal Parlamento passano da 5 a 7, altri 4 sono nominati dal Presidente della Repubblica e solo 4 dalla Magistratura. (Attualmente le nomine sono pari: 5 dal Parlamento, 5 dal Presidente della Repubblica e 5 dai magistrati)
DEVOLUTION. Alle Regioni viene affidata la legislazione esclusiva in materia di Sanità, Scuola e Sicurezza. In sostanza, le Regioni più forti e ricche del Paese, avendo le risorse, potrebbero decidere di uscire dai sistemi nazionali sanitario e scolastico e autoregolamentarsi.
- SANITA’: verrebbero istituiti 20 sistemi sanitari diversi con imposizione fiscale sui cittadini diversificata in base al territorio dove vivono (non essendo più il finanziamento competenza dello Stato) con conseguente perdita di eguaglianza e universalità del diritto alla salute.
- SCUOLA: le Regioni potrebbero definire la parte dei programmi scolastici e formativi di specifico interesse a grave discapito dell'autonomia scolastica e della libertà d’insegnamento, di accesso all’istruzione e di apprendimento oggi garantite dagli artt. 33 e 34 della Costituzione, con la prospettiva di frantumare l’identità nazionale della scuola in tanti sistemi regionali. La nostra Regione, per esempio, potrebbe vedere l’istruzione affidata alla “cultura” della Casa della Libertà e dei suoi rappresentanti che qui hanno mantenuto la maggioranza: abbiamo esempi illuminanti in Calderoli, Borghezio e soci…
- SICUREZZA: verrebbe concesso alle Regioni il potere di istituire propri corpi di polizia (20 Regioni = 20 corpi di polizia) che andrebbero a sovrapporsi ai corpi già esistenti, aumentando le difficoltà di coordinamento tra le autorità e le forze di sicurezza, senza portare alcun beneficio per i cittadini.
Allo scopo di contrastare questo stravolgimento della Costituzione, si è costituito a livello nazionale un Comitato per la difesa della Costituzione, organizzato in diversi coordinamenti provinciali, uno dei quali presente anche a Mantova; noi del gruppo “Medoleggendo” vi abbiamo aderito e, nel nostro piccolo, stiamo seguendo le varie iniziative proposte. Per chi fosse interessato, il comitato si riunisce periodicamente allo scopo di organizzare l’informazione sul vero significato e sugli effetti di questa riforma, con momenti di approfondimento con esperti e con l’intervento di un costituzionalista. Partecipare a questi gruppi di lavoro è positivo e davvero stimolante, perché l’aiuto di esperti è prezioso per capire a fondo quanto la nostra Carta, per niente superata, anzi tuttora estremamente attuale, sappia tenere unito il Paese con un grande patrimonio di valori condivisi e quanto invece questa riforma significhi la vittoria di un movimento separatista e contrario al bisogno di unità degli Italiani.
Il Comitato si propone inoltre di portare l’informazione nelle scuole attraverso gli insegnanti ma anche attraverso gli studenti, nei luoghi di lavoro, ai cittadini anche in modo diverso e più “leggero” mediante il coinvolgimento di gruppi teatrali; infine si dedica alla preparazione del Referendum divenuto inevitabile dopo l’approvazione della riforma anche al Senato.
In base all'attuale Costituzione, le modifiche sono sottoposte a Referendum confermativo se ne fanno domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali e la legge non è promulgata, se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi (non esiste quorum, a differenza dei normali referendum abrogativi). Questa rimane per noi l’ultima occasione per evitare che, con una decisione calata dall’alto con i soliti metodi dittatoriali del nostro Governo, ci venga imposta una riforma che non vogliamo.
Al nostro paese non serve una nuova Costituzione, ma un Parlamento forte e rappresentativo della volontà popolare, un Presidente della Repubblica e una Corte Costituzionale garanti delle istituzioni, una Magistratura indipendente dal potere politico.
In una recente intervista, il giornalista prof. Furio Colombo ha lamentato di avere nostalgia del rispetto e della dignità di cui godeva come Italiano all’Estero, prima dell’avvento di un governo che ci rappresenta con una barzelletta ambulante; credo che questo discorso valga per tutti gli Italiani: riappropriamoci della nostra dignità, non lasciamo che l’indifferenza prevalga sulla nostra volontà perché è questo il motivo per cui “poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva; e la massa ignora, perché non se ne preoccupa…” (Gramsci).
(f.c.)
Riportiamo un passaggio dell’intervento della senatrice Anna Donati (Verdi) durante l’approvazione finale della riforma al Senato.
“Ricordo che in questo progetto di riforma costituzionale si parla di federalismo, mentre - per paradosso - in realtà norme rilevantissime del Governo Berlusconi sono andate esattamente nella direzione opposta. Ne cito una per tutte: nella cosiddetta legge obiettivo è stato deciso che non cinque grandi opere, ma 250 interventi nel nostro Paese vengano decisi al CIPE con il voto di nove Ministri, senza che sia possibile ascoltare le istanze dei Comuni e delle Province; inoltre, gli unici soggetti titolati ad esprimere un parere sono le Regioni che lo hanno ottenuto, dopo un ricorso avanzato dinanzi alla Corte costituzionale. Come si può notare in questi giorni con la vicenda dell'Alta velocità in Val di Susa, tale procedura evidentemente non funziona; infatti, tagliare completamente fuori le istituzioni locali dai processi decisionali porta alla fine a questi miseri risultati.”
Questa riforma, già approvata definitivamente, affossa oltre 50 articoli sui 139 complessivi, eppure la si vuole far passare come una cosa di poco conto; con un’opera di occultamento purtroppo perseguita anche dai sistemi di informazione, si tende a nascondere dietro il termine “devolution” la più grave ferita inferta all’unità della Nazione, che calpesta i valori della solidarietà, della democrazia, della libertà, dell’uguaglianza trasmessi dalla Costituzione nata dalla Resistenza antifascista e dalla guerra di Liberazione e che sono diventati i nostri valori.
Questi sono in breve i cambiamenti principali:
PARLAMENTO. Esistono due Camere: la Camera dei Deputati ed il Senato Federale della Repubblica (composto da senatori eletti in ciascuna regione), ciascuna con il proprio ambito legislativo. Scompare dunque il bicameralismo perfetto che attualmente attribuisce a Camera e Senato identiche competenze e che fa sì che una legge per essere promulgata debba essere approvata da entrambi i rami del Parlamento. E’ inoltre prevista la riduzione del numero dei parlamentari, ma teniamo presente che questo punto, messo lì come specchietto per le allodole perché è l’unico di questa riforma che potrebbe essere condiviso da molti Italiani, in realtà avrà effetto solo a partire dal 2016…
PREMIER. Non ha più bisogno della fiducia della Camera per insediarsi, poiché la sua legittimazione avviene al momento dell’elezione (di fatto un’elezione diretta); i suoi poteri aumentano notevolmente: è un vero e proprio capo del Governo, determina e non più dirige la politica dell’esecutivo, ha il potere di nomina e revoca dei ministri e di sciogliere la Camera. Quindi non è il Governo che diventa forte, ma, come ha detto l’ex Presidente Oscar Luigi Scalfaro, “è il primo ministro che diventa onnipotente, ma onnipotenza e democrazia non possono coesistere”. Al contrario, vengono drasticamente diminuiti i poteri del Capo dello Stato, trasformato in semplice esecutore dei voleri del Premier (ad esempio può sciogliere la Camera solo su sua richiesta).
CORTE COSTITUZIONALE. Viene subordinata alla maggioranza che governa; i giudici sono sempre 15, ma quelli nominati dal Parlamento passano da 5 a 7, altri 4 sono nominati dal Presidente della Repubblica e solo 4 dalla Magistratura. (Attualmente le nomine sono pari: 5 dal Parlamento, 5 dal Presidente della Repubblica e 5 dai magistrati)
DEVOLUTION. Alle Regioni viene affidata la legislazione esclusiva in materia di Sanità, Scuola e Sicurezza. In sostanza, le Regioni più forti e ricche del Paese, avendo le risorse, potrebbero decidere di uscire dai sistemi nazionali sanitario e scolastico e autoregolamentarsi.
- SANITA’: verrebbero istituiti 20 sistemi sanitari diversi con imposizione fiscale sui cittadini diversificata in base al territorio dove vivono (non essendo più il finanziamento competenza dello Stato) con conseguente perdita di eguaglianza e universalità del diritto alla salute.
- SCUOLA: le Regioni potrebbero definire la parte dei programmi scolastici e formativi di specifico interesse a grave discapito dell'autonomia scolastica e della libertà d’insegnamento, di accesso all’istruzione e di apprendimento oggi garantite dagli artt. 33 e 34 della Costituzione, con la prospettiva di frantumare l’identità nazionale della scuola in tanti sistemi regionali. La nostra Regione, per esempio, potrebbe vedere l’istruzione affidata alla “cultura” della Casa della Libertà e dei suoi rappresentanti che qui hanno mantenuto la maggioranza: abbiamo esempi illuminanti in Calderoli, Borghezio e soci…
- SICUREZZA: verrebbe concesso alle Regioni il potere di istituire propri corpi di polizia (20 Regioni = 20 corpi di polizia) che andrebbero a sovrapporsi ai corpi già esistenti, aumentando le difficoltà di coordinamento tra le autorità e le forze di sicurezza, senza portare alcun beneficio per i cittadini.
Allo scopo di contrastare questo stravolgimento della Costituzione, si è costituito a livello nazionale un Comitato per la difesa della Costituzione, organizzato in diversi coordinamenti provinciali, uno dei quali presente anche a Mantova; noi del gruppo “Medoleggendo” vi abbiamo aderito e, nel nostro piccolo, stiamo seguendo le varie iniziative proposte. Per chi fosse interessato, il comitato si riunisce periodicamente allo scopo di organizzare l’informazione sul vero significato e sugli effetti di questa riforma, con momenti di approfondimento con esperti e con l’intervento di un costituzionalista. Partecipare a questi gruppi di lavoro è positivo e davvero stimolante, perché l’aiuto di esperti è prezioso per capire a fondo quanto la nostra Carta, per niente superata, anzi tuttora estremamente attuale, sappia tenere unito il Paese con un grande patrimonio di valori condivisi e quanto invece questa riforma significhi la vittoria di un movimento separatista e contrario al bisogno di unità degli Italiani.
Il Comitato si propone inoltre di portare l’informazione nelle scuole attraverso gli insegnanti ma anche attraverso gli studenti, nei luoghi di lavoro, ai cittadini anche in modo diverso e più “leggero” mediante il coinvolgimento di gruppi teatrali; infine si dedica alla preparazione del Referendum divenuto inevitabile dopo l’approvazione della riforma anche al Senato.
In base all'attuale Costituzione, le modifiche sono sottoposte a Referendum confermativo se ne fanno domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali e la legge non è promulgata, se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi (non esiste quorum, a differenza dei normali referendum abrogativi). Questa rimane per noi l’ultima occasione per evitare che, con una decisione calata dall’alto con i soliti metodi dittatoriali del nostro Governo, ci venga imposta una riforma che non vogliamo.
Al nostro paese non serve una nuova Costituzione, ma un Parlamento forte e rappresentativo della volontà popolare, un Presidente della Repubblica e una Corte Costituzionale garanti delle istituzioni, una Magistratura indipendente dal potere politico.
In una recente intervista, il giornalista prof. Furio Colombo ha lamentato di avere nostalgia del rispetto e della dignità di cui godeva come Italiano all’Estero, prima dell’avvento di un governo che ci rappresenta con una barzelletta ambulante; credo che questo discorso valga per tutti gli Italiani: riappropriamoci della nostra dignità, non lasciamo che l’indifferenza prevalga sulla nostra volontà perché è questo il motivo per cui “poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva; e la massa ignora, perché non se ne preoccupa…” (Gramsci).
(f.c.)
Riportiamo un passaggio dell’intervento della senatrice Anna Donati (Verdi) durante l’approvazione finale della riforma al Senato.
“Ricordo che in questo progetto di riforma costituzionale si parla di federalismo, mentre - per paradosso - in realtà norme rilevantissime del Governo Berlusconi sono andate esattamente nella direzione opposta. Ne cito una per tutte: nella cosiddetta legge obiettivo è stato deciso che non cinque grandi opere, ma 250 interventi nel nostro Paese vengano decisi al CIPE con il voto di nove Ministri, senza che sia possibile ascoltare le istanze dei Comuni e delle Province; inoltre, gli unici soggetti titolati ad esprimere un parere sono le Regioni che lo hanno ottenuto, dopo un ricorso avanzato dinanzi alla Corte costituzionale. Come si può notare in questi giorni con la vicenda dell'Alta velocità in Val di Susa, tale procedura evidentemente non funziona; infatti, tagliare completamente fuori le istituzioni locali dai processi decisionali porta alla fine a questi miseri risultati.”
ORGOGLIOSI DI ESSERE ITALIANI di Carla Brigoni
Nel suo messaggio del 2 giugno il Presidente rivolgendosi agli italiani, ed in particolare alla classe dirigente, ha sottolineato la necessità di valorizzare le potenzialità delle nuove generazioni, di rinnovare i settori della vita civile con nuove energie, di dare fiducia ai giovani.
Ancora una volta Carlo Azeglio Ciampi non ha esitato a rendere omaggio alla nostra Costituzione, ha ricordato che essa non è un’arida somma di limiti e divieti, ma la massima sintesi dei principi su cui si fonda la nostra democrazia. Nel suo messaggio ai giovani, nell’invito a conoscerla e difenderla, sono riecheggiate le parole che Pietro Calamandrei pronunciò il 26 gennaio 1955:
“…Quindi voi giovani alla Costituzione dovete dare il vostro spirito, farla vivere, sentirla come vostra; metterci dentro il senso civico, la coscienza civica, rendervi conto che ognuno di noi nel mondo non è solo. Siamo in più, siamo parte di un tutto, di un tutto nei limiti dell’Italia e del mondo…”
Con lo stesso spirito, nel giorno della celebrazione della Repubblica, alcuni Sindaci della nostra provincia hanno donato il testo della Costituzione Italiana ai diciottenni del loro Comune. Leggendola potranno scoprire che essa non è stata un compromesso tra i partiti, ma ha segnato il passaggio dalla cultura della rivoluzione alla cultura della liberazione, ha affermato e afferma valori e principi universali, ha riconosciuto e riconosce a tutti gli stessi diritti, diritti ancora negati in molte parti del mondo.
La Costituzione ci rende fieri di essere italiani, questo i giovani devono sentire perché i principi della democrazia, della libertà, della uguaglianza, della pace possano continuare a far vivere questo documento che, dopo 59 anni, è ancora intenso, attuale, è il simbolo del cammino progressivo verso la piena realizzazione della dignità della persona umana.
(c.b.)
Ancora una volta Carlo Azeglio Ciampi non ha esitato a rendere omaggio alla nostra Costituzione, ha ricordato che essa non è un’arida somma di limiti e divieti, ma la massima sintesi dei principi su cui si fonda la nostra democrazia. Nel suo messaggio ai giovani, nell’invito a conoscerla e difenderla, sono riecheggiate le parole che Pietro Calamandrei pronunciò il 26 gennaio 1955:
“…Quindi voi giovani alla Costituzione dovete dare il vostro spirito, farla vivere, sentirla come vostra; metterci dentro il senso civico, la coscienza civica, rendervi conto che ognuno di noi nel mondo non è solo. Siamo in più, siamo parte di un tutto, di un tutto nei limiti dell’Italia e del mondo…”
Con lo stesso spirito, nel giorno della celebrazione della Repubblica, alcuni Sindaci della nostra provincia hanno donato il testo della Costituzione Italiana ai diciottenni del loro Comune. Leggendola potranno scoprire che essa non è stata un compromesso tra i partiti, ma ha segnato il passaggio dalla cultura della rivoluzione alla cultura della liberazione, ha affermato e afferma valori e principi universali, ha riconosciuto e riconosce a tutti gli stessi diritti, diritti ancora negati in molte parti del mondo.
La Costituzione ci rende fieri di essere italiani, questo i giovani devono sentire perché i principi della democrazia, della libertà, della uguaglianza, della pace possano continuare a far vivere questo documento che, dopo 59 anni, è ancora intenso, attuale, è il simbolo del cammino progressivo verso la piena realizzazione della dignità della persona umana.
(c.b.)
2 giugno 1946: MONARCHIA O REPUBBLICA? di Carla Brigoni
1945 – 1946. L’Italia era un paese distrutto, sconfitto, appena attraversato da una terribile guerra, eppure per la prima volta nella storia tutto il suo popolo, dal più povero contadino all’imprenditore, era padrone del suo destino. Furono due anni, quelli, di discussioni appassionate, di lotte di massa, di speranze in un futuro migliore, in un futuro in cui i mali secolari del nostro paese sarebbero stati riparati per sempre. Furono speranze ingenue, illusioni a cui seguirono delusioni e sconfitte, ma milioni di donne e di uomini vi credettero e vissero con esse.
La polemica più grande di tutte fu quella sulla monarchia e sulla repubblica; vi convergevano i rancori verso il re complice della dittatura fascista, e della guerra inutile e sanguinosa con le più meditate convinzioni dei democratici che pensavano alla monarchia come alla secolare custode degli interessi di pochi, della conservazione sociale. Il paese si spezzò in due, civilmente. Da una parte furono i socialisti, i comunisti, gli uomini del partito d’azione, i repubblicani, molti cattolici (la Democrazia Cristiana lasciò libertà di voto, e il Veneto, tradizionalmente legato alle organizzazioni politiche cattoliche, dette una schiacciante maggioranza alla Repubblica), dall’altra i liberali, i conservatori, altri cattolici. Purtroppo, però, il paese si spezzò in due anche territorialmente; le regioni a nord di Roma erano tutte a maggioranza repubblicana, il sud monarchico. Ancora una volta le plebi poverissime, in gran parte non divenute popolo, furono preda dei propagandisti conservatori senza scrupoli, furono inconsapevole strumento della conservazione.
Ma il 2 giugno del 1946 gli elettori che andarono alle urne (votavano per la prima volta in una elezione politica tutti gli italiani, comprese le donne) dettero comunque alla repubblica la maggioranza dei suffragi. Il “re di maggio”, Umberto II, che aveva svolto una sua personale “campagna elettorale” in tutta l’Italia, e che si ostinò a resistere, a discutere i risultati del voto, dovette lasciare l’Italia. Poi, nessuno in realtà ha rimpianto la monarchia.
L’Italia è andata avanti, ha risolto alcuni problemi e si è trovata di fronte ad altre gravi questioni sociali e politiche, ma un punto è stato acquisito: la capacità del suo popolo di decidere del suo destino.
L’inizio di questo nuovo cammino è stata la scelta della repubblica, una scelta che gli italiani di allora ricordano con profonda emozione, ma è stata anche la stesura di una Costituzione lungimirante e saggia che riafferma ogni giorno i valori senza tempo della Democrazia.
(c.b.)
La polemica più grande di tutte fu quella sulla monarchia e sulla repubblica; vi convergevano i rancori verso il re complice della dittatura fascista, e della guerra inutile e sanguinosa con le più meditate convinzioni dei democratici che pensavano alla monarchia come alla secolare custode degli interessi di pochi, della conservazione sociale. Il paese si spezzò in due, civilmente. Da una parte furono i socialisti, i comunisti, gli uomini del partito d’azione, i repubblicani, molti cattolici (la Democrazia Cristiana lasciò libertà di voto, e il Veneto, tradizionalmente legato alle organizzazioni politiche cattoliche, dette una schiacciante maggioranza alla Repubblica), dall’altra i liberali, i conservatori, altri cattolici. Purtroppo, però, il paese si spezzò in due anche territorialmente; le regioni a nord di Roma erano tutte a maggioranza repubblicana, il sud monarchico. Ancora una volta le plebi poverissime, in gran parte non divenute popolo, furono preda dei propagandisti conservatori senza scrupoli, furono inconsapevole strumento della conservazione.
Ma il 2 giugno del 1946 gli elettori che andarono alle urne (votavano per la prima volta in una elezione politica tutti gli italiani, comprese le donne) dettero comunque alla repubblica la maggioranza dei suffragi. Il “re di maggio”, Umberto II, che aveva svolto una sua personale “campagna elettorale” in tutta l’Italia, e che si ostinò a resistere, a discutere i risultati del voto, dovette lasciare l’Italia. Poi, nessuno in realtà ha rimpianto la monarchia.
L’Italia è andata avanti, ha risolto alcuni problemi e si è trovata di fronte ad altre gravi questioni sociali e politiche, ma un punto è stato acquisito: la capacità del suo popolo di decidere del suo destino.
L’inizio di questo nuovo cammino è stata la scelta della repubblica, una scelta che gli italiani di allora ricordano con profonda emozione, ma è stata anche la stesura di una Costituzione lungimirante e saggia che riafferma ogni giorno i valori senza tempo della Democrazia.
(c.b.)
CARI RAGAZZI DI LOCRI di Kerry Kennedy
Gentilissimo Signor Presidente.
«In troppe comunità rilevanti per il nostro paese la criminalità organizzata è diventata un enorme business che prosciuga miliardi in termini di ricchezza nazionale colpendo le aziende legali, i sindacati dei lavoratori e perfino lo sport… Tollerare la criminalità organizzata favorisce la filosofia da quattro soldi secondo la quale tutto è racket; favorisce il cinismo tra gli adulti; contribuisce a confondere i nostri giovani e ad aumentare la delinquenza minorile. Il novanta per cento delle attività malavitose potrebbero andare fallite entro la fine di quest’anno se il cittadino comune, l’operatore economico, il funzionario sindacale e le autorità pubbliche si facessero sentire, si contassero e rifiutassero di farsi corrompere».
Queste sono le parole di Robert F. Kennedy, pronunciate il 1 maggio 1961, un uomo che ha dedicato la sua carriera a fermare la criminalità organizzata e a promuovere i diritti civili. In qualità di Procuratore Generale degli Stati Uniti la sua prima priorità per la legalità fu di perseguire la mafia. Conosceva fin troppo bene i pericoli di questa caccia, la sua vita era costantemente minacciata, riceveva telefonate anonime che lo avvertivano che sarebbe stato gettato dell’acido negli occhi dei suoi figli. Queste parole avrebbero potuto essere pronunciate da Francesco Fortugno, assassinato dopo aver sollecitato i giovani a respingere la mafia che si annida tra loro. Ma, tenendo conto delle stime secondo le quali la criminalità organizzata è riuscita a infiltrare fino al 30% delle aziende che operano nella regione, solo perseguendoli col pugno di ferro e con il pieno e infallibile sostegno della gente di quella terra si potrà mettere sotto controllo lo stato di illegalità. L’invito rivolto dalla Regione Calabria al RFK Memorial a includere i materiali educativi messi a punto per «Speak Truth to Power» nella vostra lotta alla corruzione non solo è una giusta parte di questo sforzo ma anche un enorme tributo a Robert Kennedy.
Sono profondamente onorata di accettare il Suo invito a visitare Locri, luogo dal quale avvieremo il programma di educazione ai diritti umani nelle scuole calabresi. Si tratta di un momento memorabile. Il 20 Novembre 2005 Robert F. Kennedy avrebbe compiuto 80 anni e, a nome della nostra famiglia, desidero ringraziare la gente della Calabria per avere reso omaggio alla sua vita e alla sua opera in maniera così concreta.
Questa lettera è la risposta di Kerry Kennedy, Presidente del “Robert F. Kennedy Memorial center for human rights” all’invito, da parte del Presidente della Calabria Agazio Loiero, di una sua partecipazione a un incontro con gli studenti antimafia di Locri.
Tratto da “l’Unità” del 15/11/2005
«In troppe comunità rilevanti per il nostro paese la criminalità organizzata è diventata un enorme business che prosciuga miliardi in termini di ricchezza nazionale colpendo le aziende legali, i sindacati dei lavoratori e perfino lo sport… Tollerare la criminalità organizzata favorisce la filosofia da quattro soldi secondo la quale tutto è racket; favorisce il cinismo tra gli adulti; contribuisce a confondere i nostri giovani e ad aumentare la delinquenza minorile. Il novanta per cento delle attività malavitose potrebbero andare fallite entro la fine di quest’anno se il cittadino comune, l’operatore economico, il funzionario sindacale e le autorità pubbliche si facessero sentire, si contassero e rifiutassero di farsi corrompere».
Queste sono le parole di Robert F. Kennedy, pronunciate il 1 maggio 1961, un uomo che ha dedicato la sua carriera a fermare la criminalità organizzata e a promuovere i diritti civili. In qualità di Procuratore Generale degli Stati Uniti la sua prima priorità per la legalità fu di perseguire la mafia. Conosceva fin troppo bene i pericoli di questa caccia, la sua vita era costantemente minacciata, riceveva telefonate anonime che lo avvertivano che sarebbe stato gettato dell’acido negli occhi dei suoi figli. Queste parole avrebbero potuto essere pronunciate da Francesco Fortugno, assassinato dopo aver sollecitato i giovani a respingere la mafia che si annida tra loro. Ma, tenendo conto delle stime secondo le quali la criminalità organizzata è riuscita a infiltrare fino al 30% delle aziende che operano nella regione, solo perseguendoli col pugno di ferro e con il pieno e infallibile sostegno della gente di quella terra si potrà mettere sotto controllo lo stato di illegalità. L’invito rivolto dalla Regione Calabria al RFK Memorial a includere i materiali educativi messi a punto per «Speak Truth to Power» nella vostra lotta alla corruzione non solo è una giusta parte di questo sforzo ma anche un enorme tributo a Robert Kennedy.
Sono profondamente onorata di accettare il Suo invito a visitare Locri, luogo dal quale avvieremo il programma di educazione ai diritti umani nelle scuole calabresi. Si tratta di un momento memorabile. Il 20 Novembre 2005 Robert F. Kennedy avrebbe compiuto 80 anni e, a nome della nostra famiglia, desidero ringraziare la gente della Calabria per avere reso omaggio alla sua vita e alla sua opera in maniera così concreta.
Questa lettera è la risposta di Kerry Kennedy, Presidente del “Robert F. Kennedy Memorial center for human rights” all’invito, da parte del Presidente della Calabria Agazio Loiero, di una sua partecipazione a un incontro con gli studenti antimafia di Locri.
Tratto da “l’Unità” del 15/11/2005
lunedì 25 aprile 2005
E ora tocca a voi
E ora tocca a voi battervi gioventù del mondo;
siate intransigenti sul dovere di amare.
Ridete di coloro che vi parleranno di prudenza,
di convenienza, che vi consiglieranno
di mantenere il giusto equilibrio.
La più grande disgrazia che vi possa capitare
è di non essere utili a nessuno,
e che la vostra vita non serva a niente.
Raoul Follerau
siate intransigenti sul dovere di amare.
Ridete di coloro che vi parleranno di prudenza,
di convenienza, che vi consiglieranno
di mantenere il giusto equilibrio.
La più grande disgrazia che vi possa capitare
è di non essere utili a nessuno,
e che la vostra vita non serva a niente.
Raoul Follerau
MADONNINA. COME SARA’? di Giovanni Magnani
Cara, vetusta, suggestiva Madonnina, radice dell’albero di nostra storia, quale triste storia ti riserverà il “progresso”? E’ quanto si chiedono molti medolesi. Per ora c’è di certo che il piccone già due volte ti ha colpito: l’ultima recentemente. Lì dov’eri c’è un vuoto desolante che aspetta d’essere colmato. Ma come?
Nei giorni scorsi, all’incrocio, poco discosto dal luogo dov’era la Madonnina un anziano capomastro mi ferma, mi guarda, volge lo sguardo alla cappelletta che fu e con gli occhi lucidi, riguardandomi, tace. Un silenzio allusivo, mesto. Poi dice: “ghet vest cus’i ga fat”. Rispondo: è il progresso. L’anziano muratore allarga sconfortato le braccia e attacca: “a pensà che ‘ndel istà del milonöfsentsinquantoquater, se me sbaglie mio, me, Giüsèpe, con Vitorio, Mario e l’ater Giüsèpe gom fat isè fadigö a bater so chèlö èciö e fa sö chèlo nöo che ades la ghe pö. L’è stat en trabülere, i mèsi dè alurö iè miö chèi del dè d’encö, ma, pö o men, som riisic con la diresiù del sior geometro a falö sö come chèlö èciö, en po’ pö grandinö, ma robe dè poch, col rispet de chèlö che ghèrö e de chel che la cesulinö la rapresentö”. Giuseppe allarga le braccia e se ne va silenzioso, scuote il capo, fa un cenno di saluto ma si avverte che ha il groppo in gola.
“Ades che farai?”. E’ l’interrogativo. C’è da sperare che oggi come ieri prevalga il buon senso e il rispetto al quale alludeva l’anziano capomastro, e si proceda senza stravolgimento. Se in alcuni casi il segno dei tempi è necessario, certamente questo della ricostruzione della Madonnina non si presta al gioco di pesanti interventi, sovente a rischio di mala riuscita, scusati da adeguamenti alle nuove esigenze. Risalire alla funzione d’origine della costruzione sulla quale si deve intervenire, o da rifare, è un punto fermo sul quale fondare l’operazione ricordando che noi e gli edifici, piccoli o grandi che siano, sacri o meno che siano, siamo figli di una storia che ci attraversa e che ha testimoniato i modi del quotidiano che ci hanno dato un’identità: la nostra identità, quella medolese nella fattispecie. L’alterazione dell’ambiente, già devastante per effetto della necessità viaria, non va accentuata anche dove è possibile mantenere ciò che resta del circostante contesto con il quale l’edificio è sempre stato in simbiosi: le testimonianze pittoriche e fotografiche ce lo suggeriscono. La presenza di documenti testimoniali ci dicono come sia necessario ricostruire senza la pretesa di trasformazioni. Trasformazioni equivalenti alla cancellazione di ciò che nel ricordo resta dell’esistente stesso, già fin troppo manipolato sotto le spinte della necessità del progresso (ma sarà poi veramente progresso?). In conclusione, si fa urgente l’appello a non cancellare, a “non perdere quel patrimonio di cultura e tradizione che è fondamentale componente del nostro passato e del quale, noi, oggi, siamo il risultato”. Tagliare, stravolgere, manipolare ancora una volta quella radice dell’albero di nostra storia che è la Madonnina vuol dire assumersi delle pesanti responsabilità.
(g.m.)
Nei giorni scorsi, all’incrocio, poco discosto dal luogo dov’era la Madonnina un anziano capomastro mi ferma, mi guarda, volge lo sguardo alla cappelletta che fu e con gli occhi lucidi, riguardandomi, tace. Un silenzio allusivo, mesto. Poi dice: “ghet vest cus’i ga fat”. Rispondo: è il progresso. L’anziano muratore allarga sconfortato le braccia e attacca: “a pensà che ‘ndel istà del milonöfsentsinquantoquater, se me sbaglie mio, me, Giüsèpe, con Vitorio, Mario e l’ater Giüsèpe gom fat isè fadigö a bater so chèlö èciö e fa sö chèlo nöo che ades la ghe pö. L’è stat en trabülere, i mèsi dè alurö iè miö chèi del dè d’encö, ma, pö o men, som riisic con la diresiù del sior geometro a falö sö come chèlö èciö, en po’ pö grandinö, ma robe dè poch, col rispet de chèlö che ghèrö e de chel che la cesulinö la rapresentö”. Giuseppe allarga le braccia e se ne va silenzioso, scuote il capo, fa un cenno di saluto ma si avverte che ha il groppo in gola.
“Ades che farai?”. E’ l’interrogativo. C’è da sperare che oggi come ieri prevalga il buon senso e il rispetto al quale alludeva l’anziano capomastro, e si proceda senza stravolgimento. Se in alcuni casi il segno dei tempi è necessario, certamente questo della ricostruzione della Madonnina non si presta al gioco di pesanti interventi, sovente a rischio di mala riuscita, scusati da adeguamenti alle nuove esigenze. Risalire alla funzione d’origine della costruzione sulla quale si deve intervenire, o da rifare, è un punto fermo sul quale fondare l’operazione ricordando che noi e gli edifici, piccoli o grandi che siano, sacri o meno che siano, siamo figli di una storia che ci attraversa e che ha testimoniato i modi del quotidiano che ci hanno dato un’identità: la nostra identità, quella medolese nella fattispecie. L’alterazione dell’ambiente, già devastante per effetto della necessità viaria, non va accentuata anche dove è possibile mantenere ciò che resta del circostante contesto con il quale l’edificio è sempre stato in simbiosi: le testimonianze pittoriche e fotografiche ce lo suggeriscono. La presenza di documenti testimoniali ci dicono come sia necessario ricostruire senza la pretesa di trasformazioni. Trasformazioni equivalenti alla cancellazione di ciò che nel ricordo resta dell’esistente stesso, già fin troppo manipolato sotto le spinte della necessità del progresso (ma sarà poi veramente progresso?). In conclusione, si fa urgente l’appello a non cancellare, a “non perdere quel patrimonio di cultura e tradizione che è fondamentale componente del nostro passato e del quale, noi, oggi, siamo il risultato”. Tagliare, stravolgere, manipolare ancora una volta quella radice dell’albero di nostra storia che è la Madonnina vuol dire assumersi delle pesanti responsabilità.
(g.m.)
UNA PASSEGGIATA IN CAMPAGNA di Carlo Damiani
Non sempre mi capita di vedere in televisione un programma interessante: di questi tempi è più probabile trovare a chiedersi se non sia meglio fare dell’altro che stare a sentire gente che ti spiega che va tutto bene oppure esattamente il contrario… I documentari sulla natura o i reportage di viaggio mi sembrano molto più credibili e soprattutto rilassanti! Mi piace questo pianeta, i suoi abitanti e i suoi colori, scoprire che esistono ancora luoghi vitali, non modellati dalle leggi dell’economia e della finanza.
Quando esco di casa cerco questi posti, tra un capannone e un appezzamento di terra completamente diserbato… voi non ci crederete ma… ci sono! Certo, niente foreste o scenari mozzafiato: d’altra parte vi assicuro che la natura sa esprimersi in tutta la sua bellezza anche nelle cose semplici, dimenticate o, più spesso, distrattamente maltrattate.
Un prato in collina, con la vegetazione che in questa stagione riprende vigore, ci piace molto, trasmette serenità! Peccato che qualche idiota, dopo aver trovato “il bel posticino…” ci ha lasciato bottiglie e piatti di plastica.
Una torbiera con ninfee e rane è l’ideale per una passeggiata da pensionato o per il romantico pomeriggio di due morosi. Purtroppo un “ristrutturatore” sensibile all’ordine ci ha scaricato mattoni, ceramiche, calcinacci e, già che c’era, anche la lavatrice…
Credo che il degrado ambientale non sia solo e semplicemente l’inevitabile prezzo da pagare per il benessere economico di cui (non so per quanto ancora) godiamo. Penso sia una questione culturale, che dipenda dalla volontà di garantire a se stessi a e agli altri una decente qualità della vita.
Sono convinto che le piccole cose (una pista ciclabile, un viale alberato…) possono dare il segno di questa volontà e che molti cittadini saprebbero apprezzarne il beneficio.
Una proposta di parco fluviale intercomunale
Poco lontano da una splendida Pieve romantica in territorio di Carpendolo, in località “Taglie”, da un bel fontanile, esempio di come l’uomo sapesse intervenire sulla natura con discrezione e buongusto, nasce la Seriola Piubega.
Si tratta di un corso d’acqua di pianura che prende origine dalle risorgive che in tutta la valle del Po segnano il confine tra l’Alta e la Media Pianura . Molti secoli fa l’uomo ha imparato a bonificare i terreni paludosi: la gestione delle acque superficiali ha permesso la realizzazione di canali irrigui, utili anche ad azionare mulini ed altri opifici.
La Seriola Piubega passa da Carpendolo a Castiglione d/S ed infine entra in Comune di Medole a Nord Ovest della Colla. Le sue acque sono pulitissime: le piante acquatiche verdi e “grasse” sul fondo ghiaioso sono particolarmente rigogliose. Il fiume dopo essere passato di fianco alla cappella dei Morti di San Vito, sulla strada per l’Annunciata, segue l’alveo naturale e, dopo aver oltrepassato il Canale Virgilio, fluisce in direzione di Sant’Anna di Castel Goffredo.
Alcuni tratti del fiume, come quello a valle del paese, sono particolarmente suggestivi per la presenza di alberi d’alto fusto e arbusti: tra sambuchi e biancospini mi capita spesso di vedere il martin pescatore oppure anatre selvatiche, gallinelle e rapaci a testimoniare un ambiente naturale sano e vitale.
Tutto ciò non può essere trascurato perché è un bene della collettività al pari della Torre civica e della Pieve. Soprattutto i bambini e i ragazzi devono potersene riappropriare in completa sicurezza: da tempo, ormai, gli ambienti naturali sono percepiti più come “terra di nessuno” che come spazio da conoscere ed esplorare. La realizzazione di un percorso ciclabile (o podistico) caratterizzato e gestito in collaborazione tra agricoltori, associazioni (penso alla Pro-loco, ma non solo), Scuole ed Amministrazione potrebbe consentire di fermare il progressivo degrado, il taglio non compensato da nuove piantumazioni o, peggio, l’eliminazione delle ceppaie, l’utilizzo delle rive come deposito di rottami e calcinacci…
Da cosa nasce cosa e si potrebbe giungere a immaginare di estendere il progetto coinvolgendo comunità ed amministrazioni vicine!
E’ un sogno? Si, ma dopotutto credo sia legittimo sognare. Se saremo in molti a farlo forse un giorno lungo la Seriola ci saranno dei bambini a pescare e degli anziani signori che leggono il giornale o raccolgono luertis…(c.d.)
Quando esco di casa cerco questi posti, tra un capannone e un appezzamento di terra completamente diserbato… voi non ci crederete ma… ci sono! Certo, niente foreste o scenari mozzafiato: d’altra parte vi assicuro che la natura sa esprimersi in tutta la sua bellezza anche nelle cose semplici, dimenticate o, più spesso, distrattamente maltrattate.
Un prato in collina, con la vegetazione che in questa stagione riprende vigore, ci piace molto, trasmette serenità! Peccato che qualche idiota, dopo aver trovato “il bel posticino…” ci ha lasciato bottiglie e piatti di plastica.
Una torbiera con ninfee e rane è l’ideale per una passeggiata da pensionato o per il romantico pomeriggio di due morosi. Purtroppo un “ristrutturatore” sensibile all’ordine ci ha scaricato mattoni, ceramiche, calcinacci e, già che c’era, anche la lavatrice…
Credo che il degrado ambientale non sia solo e semplicemente l’inevitabile prezzo da pagare per il benessere economico di cui (non so per quanto ancora) godiamo. Penso sia una questione culturale, che dipenda dalla volontà di garantire a se stessi a e agli altri una decente qualità della vita.
Sono convinto che le piccole cose (una pista ciclabile, un viale alberato…) possono dare il segno di questa volontà e che molti cittadini saprebbero apprezzarne il beneficio.
Una proposta di parco fluviale intercomunale
Poco lontano da una splendida Pieve romantica in territorio di Carpendolo, in località “Taglie”, da un bel fontanile, esempio di come l’uomo sapesse intervenire sulla natura con discrezione e buongusto, nasce la Seriola Piubega.
Si tratta di un corso d’acqua di pianura che prende origine dalle risorgive che in tutta la valle del Po segnano il confine tra l’Alta e la Media Pianura . Molti secoli fa l’uomo ha imparato a bonificare i terreni paludosi: la gestione delle acque superficiali ha permesso la realizzazione di canali irrigui, utili anche ad azionare mulini ed altri opifici.
La Seriola Piubega passa da Carpendolo a Castiglione d/S ed infine entra in Comune di Medole a Nord Ovest della Colla. Le sue acque sono pulitissime: le piante acquatiche verdi e “grasse” sul fondo ghiaioso sono particolarmente rigogliose. Il fiume dopo essere passato di fianco alla cappella dei Morti di San Vito, sulla strada per l’Annunciata, segue l’alveo naturale e, dopo aver oltrepassato il Canale Virgilio, fluisce in direzione di Sant’Anna di Castel Goffredo.
Alcuni tratti del fiume, come quello a valle del paese, sono particolarmente suggestivi per la presenza di alberi d’alto fusto e arbusti: tra sambuchi e biancospini mi capita spesso di vedere il martin pescatore oppure anatre selvatiche, gallinelle e rapaci a testimoniare un ambiente naturale sano e vitale.
Tutto ciò non può essere trascurato perché è un bene della collettività al pari della Torre civica e della Pieve. Soprattutto i bambini e i ragazzi devono potersene riappropriare in completa sicurezza: da tempo, ormai, gli ambienti naturali sono percepiti più come “terra di nessuno” che come spazio da conoscere ed esplorare. La realizzazione di un percorso ciclabile (o podistico) caratterizzato e gestito in collaborazione tra agricoltori, associazioni (penso alla Pro-loco, ma non solo), Scuole ed Amministrazione potrebbe consentire di fermare il progressivo degrado, il taglio non compensato da nuove piantumazioni o, peggio, l’eliminazione delle ceppaie, l’utilizzo delle rive come deposito di rottami e calcinacci…
Da cosa nasce cosa e si potrebbe giungere a immaginare di estendere il progetto coinvolgendo comunità ed amministrazioni vicine!
E’ un sogno? Si, ma dopotutto credo sia legittimo sognare. Se saremo in molti a farlo forse un giorno lungo la Seriola ci saranno dei bambini a pescare e degli anziani signori che leggono il giornale o raccolgono luertis…(c.d.)
SERVIZI SOCIALI di Pierino Mari e Irma Cremonini
La voce servizi sociali nel contesto dell’operosità di una amministrazione rappresenta un “Punto di Forza” importantissimo. Un servizio rivolto soprattutto a fasce delicate della cittadinanza, un servizio, pertanto, che richiede particolare attenzione, sensibilità e conoscenza del tessuto sociale locale. Un servizio che in passato ha goduto di un occhio di particolare riguardo e riscosso gradimento. Un pregio che, fin da vetusta datazione ha messo Medole in una posizione d’avanguardia di rispetto e sovente eretto a modello, imitato da più di una comunità del circondario e non solo. Il buon esito riconosciuto del lavoro svolto dell’Assessorato che ha curato i servizi sociali in passato è dipeso anche da due organi collaborativi il cui operato ha positivamente inciso sulla bontà del servizio: La “Commissione” e la “consulta” dei servizi sociali. Commissione e consulta oggi non più attive automaticamente e disattivate dal giugno 2004 dopo le elezioni amministrative e il cambio della compagine amministrativa comunale. La Commissione era formata da diversi elementi e cioè: dai componenti del direttivo del Civico Ospedale Ricovero Vecchi, da due rappresentanti della maggioranza, sindaco e assessore alla partita e un rappresentante della minoranza. Affiancava la Commissione anche la Consulta composta dai rappresentanti sindacali dei pensionati e della Caritas e Anspi locali.
La Commissione e la Consulta, non obbligatorie, ma evidentemente utili, si facevano carico di segnalare e di indicare casi che avessero bisogno di sostegno materiale, morale e non solo.
I preposti del Comune e della Commissione e della Consulta provvedevano sinergicamente a mantenere un elevato standard di tutti i servizi non dimenticando, doverosamente, il contatto con il mondo degli immigrati; una realtà che si fa sempre più pregnante e quindi meritevole di grande considerazione.
Chi ha a cuore il problema dei servizi sociali ha invocato nel corso dell’ultimo consiglio comunale la ricostituzione della Commissione e della Consulta. Chi ha a cuore la complessa questione dei servizi sociali avverte inoltre la necessità di incrementare la potenzialità dell’asilo nido che ha a registro una consistente lista di attesa.
(p.m.)-(i.c)
La Commissione e la Consulta, non obbligatorie, ma evidentemente utili, si facevano carico di segnalare e di indicare casi che avessero bisogno di sostegno materiale, morale e non solo.
I preposti del Comune e della Commissione e della Consulta provvedevano sinergicamente a mantenere un elevato standard di tutti i servizi non dimenticando, doverosamente, il contatto con il mondo degli immigrati; una realtà che si fa sempre più pregnante e quindi meritevole di grande considerazione.
Chi ha a cuore il problema dei servizi sociali ha invocato nel corso dell’ultimo consiglio comunale la ricostituzione della Commissione e della Consulta. Chi ha a cuore la complessa questione dei servizi sociali avverte inoltre la necessità di incrementare la potenzialità dell’asilo nido che ha a registro una consistente lista di attesa.
(p.m.)-(i.c)
L’ASILO NIDO di Giulia Redini
L’ASILO NIDO "Latte e miele" di Medole situato nei locali adiacenti alla Biblioteca nello stabile gestito dalla Fondazione Onlus Isabella Arrighi, compirà due anni il prossimo autunno.
Il progetto è nato da un’intraprendente iniziativa di Samanta Giuliano, una ragazza decisa con una innata propensione a stare con i bambini con i quali, grazie alla sua dolcezza e alla sua sensibilità riesce ad instaurare uno spontaneo e immediato rapporto di intesa e fiducia; è stato fortemente sostenuto dalla precedente Amministrazione Ruzzenenti che l’ha subito colto come un’opportunità per portare avanti quell’attenzione verso la famiglia, sempre presente nel proprio programma, intesa non come mera retorica, ma come sostegno e aiuto concreto, ed è diventato una realtà irrinunciabile per la comunità Medolese.
Grazie all’Asilo Nido le famiglie, e in particolare le mamme, sono in grado di riprendere e proseguire i loro impegni lavorativi in tutta tranquillità, potendo affidare i bambini a personale qualificato e competente.
L’organico del Nido è, infatti, costituito da educatori con specifici compiti di programmazione delle attività, di gestione di momenti di vita quotidiana e organizzazione degli spazi ludico-creativi, con il duplice compito di affiancare le famiglie nell’educazione dei propri figli e di fungere da modello di riferimento per i bambini i quali attraverso i diversi laboratori e le esperienze proposte con una costante stimolazione, crescono seguendo percorsi equilibrati di socializzazione secondo principi di eguaglianza, di integrazione e di rispetto delle diversità. A testimonianza dell’importanza del servizio e del favore che questo incontra presso le famiglie, vi è una nutrita lista d’attesa che, però, è molto difficile evadere a causa dell'esiguità degli spazi e dei vincoli strutturali; attualmente, infatti, i locali possono accogliere fino ad un massimo di dieci bambini in compresenza, da uno a tre anni, con accesso al servizio in diverse fasce orarie sia part-time che a tempo pieno e con la possibilità di usufruire del pranzo tramite l’acquisto di buoni pasto
Ma le richieste sono in aumento ed è urgente la necessità di spazi più ampi; per far fronte a questa esigenza, l’Asilo, in stretta collaborazione con la Fondazione Arrighi, si sta seriamente impegnando affinché la struttura, non solo continui ad esistere, ma abbia anche la possibilità di ampliarsi; a tal fine si stanno valutando diverse proposte tra le quali la più auspicabile è senz’altro il trasferimento della sede del Nido nei locali di prossima ristrutturazione dello stabile “Cascina Porta Rossa” gestito appunto dalla Fondazione.
Esiste già un progetto in tal senso che prevede spazi idonei ad ospitare 16 bambini senza tuttavia escludere la possibilità di portare il numero a 20 e riuscire quindi a raggiungere l’obiettivo di raddoppiare l’offerta rispetto ad oggi.
E’ stata formulata anche la proposta del “nido-famiglia”, cioè una forma di organizzazione familiare autogestita dalle famiglie utenti, che utilizzerebbero gli spazi messi a disposizione nella propria casa dalla famiglia ospite. Le differenze tra asilo nido e nido famiglia sono molteplici ed evidenti.
- In primo luogo, l’Asilo nido è una vera e propria istituzione educativa dove è indispensabile la presenza di figure professionali che interagiscono con i bambini, facendo attenzione ai loro bisogni e alle loro continue evoluzioni, tenendo conto di tutti gli aspetti del loro sviluppo: linguaggio verbale e non verbale, manipolazione, autonomia, socializzazione, sviluppo psico-motorio; a tal fine, l’educatore è costantemente propositivo e impegnato nella ricerca degli strumenti e dei metodi più adatti e coinvolgenti; nel nido famiglia invece non è richiesta una figura particolare e questo, senza nulla togliere all’operato della persona che si prende cura dei piccoli, riduce comunque la qualità del servizio perché vengono a mancare la preparazione, la competenza e la disponibilità di tempo di persone che vengono formate appositamente per svolgere al meglio questo compito;
- Nel nido-famiglia il bambino passa dal suo ad un altro ambiente altrettanto familiare con il serio rischio, essendo molto piccolo, che si venga a creare in lui una certa confusione e sovrapposizione di ruoli con conseguente difficoltà di distinzione tra le sue ed altre figure genitoriali;
- Gli spazi: in un asilo nido vengono appositamente studiati ed arredati in modo speciale, per soddisfare le esigenze delle proporzioni e delle capacità infantili, sia per quanto riguarda il gioco e le varie esperienze sia per le normali funzioni quotidiane, cosa impossibile in una normale abitazione.
- L’aspetto igienico-sanitario: l’asilo nido, a differenza del nido-famiglia, è soggetto a periodici e costanti controlli da parte dell’Asl al fine di garantire ai bambini e alle loro famiglie la massima salvaguardia in tal senso.
- La capacità di accoglienza: il nido famiglia può ospitare fino ad un massimo di 7 bambini, quindi per risolvere il problema lista di attesa servirebbe la disponibilità di diverse famiglie.
Queste riflessioni nascono, oltre che da considerazioni oggettive, anche dalla mia personale esperienza; sono infatti, educatrice e faccio parte dell’organico del Nido. E’ un lavoro che mi appassiona molto perché i bambini di questa età sono semplicemente meravigliosi; in questi primi anni di vita fanno grandi conquiste ed è bellissimo partecipare all’emozione dei loro primi passi, delle prime parole, dei loro primi piccoli discorsi.
Poter collaborare con l’azione educativa della famiglia, aiutare i bambini a socializzare con altri bambini e con adulti diversi dai genitori, capirli e incoraggiarli nel loro processo di crescita al fine di garantire loro uno sviluppo equilibrato e sereno è una grossa responsabilità, ma è davvero molto gratificante.
Ed è per tutte queste ragioni che confido che la scelta finale sarà quella di mantenere e potenziare una preziosa realtà quale è l’asilo nido abbandonando definitivamente l’idea di optare per una struttura di fortuna come può essere il nido famiglia.(g.r.)
Il progetto è nato da un’intraprendente iniziativa di Samanta Giuliano, una ragazza decisa con una innata propensione a stare con i bambini con i quali, grazie alla sua dolcezza e alla sua sensibilità riesce ad instaurare uno spontaneo e immediato rapporto di intesa e fiducia; è stato fortemente sostenuto dalla precedente Amministrazione Ruzzenenti che l’ha subito colto come un’opportunità per portare avanti quell’attenzione verso la famiglia, sempre presente nel proprio programma, intesa non come mera retorica, ma come sostegno e aiuto concreto, ed è diventato una realtà irrinunciabile per la comunità Medolese.
Grazie all’Asilo Nido le famiglie, e in particolare le mamme, sono in grado di riprendere e proseguire i loro impegni lavorativi in tutta tranquillità, potendo affidare i bambini a personale qualificato e competente.
L’organico del Nido è, infatti, costituito da educatori con specifici compiti di programmazione delle attività, di gestione di momenti di vita quotidiana e organizzazione degli spazi ludico-creativi, con il duplice compito di affiancare le famiglie nell’educazione dei propri figli e di fungere da modello di riferimento per i bambini i quali attraverso i diversi laboratori e le esperienze proposte con una costante stimolazione, crescono seguendo percorsi equilibrati di socializzazione secondo principi di eguaglianza, di integrazione e di rispetto delle diversità. A testimonianza dell’importanza del servizio e del favore che questo incontra presso le famiglie, vi è una nutrita lista d’attesa che, però, è molto difficile evadere a causa dell'esiguità degli spazi e dei vincoli strutturali; attualmente, infatti, i locali possono accogliere fino ad un massimo di dieci bambini in compresenza, da uno a tre anni, con accesso al servizio in diverse fasce orarie sia part-time che a tempo pieno e con la possibilità di usufruire del pranzo tramite l’acquisto di buoni pasto
Ma le richieste sono in aumento ed è urgente la necessità di spazi più ampi; per far fronte a questa esigenza, l’Asilo, in stretta collaborazione con la Fondazione Arrighi, si sta seriamente impegnando affinché la struttura, non solo continui ad esistere, ma abbia anche la possibilità di ampliarsi; a tal fine si stanno valutando diverse proposte tra le quali la più auspicabile è senz’altro il trasferimento della sede del Nido nei locali di prossima ristrutturazione dello stabile “Cascina Porta Rossa” gestito appunto dalla Fondazione.
Esiste già un progetto in tal senso che prevede spazi idonei ad ospitare 16 bambini senza tuttavia escludere la possibilità di portare il numero a 20 e riuscire quindi a raggiungere l’obiettivo di raddoppiare l’offerta rispetto ad oggi.
E’ stata formulata anche la proposta del “nido-famiglia”, cioè una forma di organizzazione familiare autogestita dalle famiglie utenti, che utilizzerebbero gli spazi messi a disposizione nella propria casa dalla famiglia ospite. Le differenze tra asilo nido e nido famiglia sono molteplici ed evidenti.
- In primo luogo, l’Asilo nido è una vera e propria istituzione educativa dove è indispensabile la presenza di figure professionali che interagiscono con i bambini, facendo attenzione ai loro bisogni e alle loro continue evoluzioni, tenendo conto di tutti gli aspetti del loro sviluppo: linguaggio verbale e non verbale, manipolazione, autonomia, socializzazione, sviluppo psico-motorio; a tal fine, l’educatore è costantemente propositivo e impegnato nella ricerca degli strumenti e dei metodi più adatti e coinvolgenti; nel nido famiglia invece non è richiesta una figura particolare e questo, senza nulla togliere all’operato della persona che si prende cura dei piccoli, riduce comunque la qualità del servizio perché vengono a mancare la preparazione, la competenza e la disponibilità di tempo di persone che vengono formate appositamente per svolgere al meglio questo compito;
- Nel nido-famiglia il bambino passa dal suo ad un altro ambiente altrettanto familiare con il serio rischio, essendo molto piccolo, che si venga a creare in lui una certa confusione e sovrapposizione di ruoli con conseguente difficoltà di distinzione tra le sue ed altre figure genitoriali;
- Gli spazi: in un asilo nido vengono appositamente studiati ed arredati in modo speciale, per soddisfare le esigenze delle proporzioni e delle capacità infantili, sia per quanto riguarda il gioco e le varie esperienze sia per le normali funzioni quotidiane, cosa impossibile in una normale abitazione.
- L’aspetto igienico-sanitario: l’asilo nido, a differenza del nido-famiglia, è soggetto a periodici e costanti controlli da parte dell’Asl al fine di garantire ai bambini e alle loro famiglie la massima salvaguardia in tal senso.
- La capacità di accoglienza: il nido famiglia può ospitare fino ad un massimo di 7 bambini, quindi per risolvere il problema lista di attesa servirebbe la disponibilità di diverse famiglie.
Queste riflessioni nascono, oltre che da considerazioni oggettive, anche dalla mia personale esperienza; sono infatti, educatrice e faccio parte dell’organico del Nido. E’ un lavoro che mi appassiona molto perché i bambini di questa età sono semplicemente meravigliosi; in questi primi anni di vita fanno grandi conquiste ed è bellissimo partecipare all’emozione dei loro primi passi, delle prime parole, dei loro primi piccoli discorsi.
Poter collaborare con l’azione educativa della famiglia, aiutare i bambini a socializzare con altri bambini e con adulti diversi dai genitori, capirli e incoraggiarli nel loro processo di crescita al fine di garantire loro uno sviluppo equilibrato e sereno è una grossa responsabilità, ma è davvero molto gratificante.
Ed è per tutte queste ragioni che confido che la scelta finale sarà quella di mantenere e potenziare una preziosa realtà quale è l’asilo nido abbandonando definitivamente l’idea di optare per una struttura di fortuna come può essere il nido famiglia.(g.r.)
25 APRILE 2005 – 60° ANNIVERSARIO DELLA LIBERAZIONE di Giovanni B. Ruzzenenti
LA MEMORIA DEVE ESSERE DISTURBATA
Ricordare il disastro umano e sociale della dittatura.
Cancellata la democrazia ne consegue l’eliminazione della dialettica, ovvero sono autorizzati a parlare solo coloro che sono proni al regime, mentre i dissenzienti sono ridotti al silenzio togliendo loro oltre la parola anche la dignità, persino la eliminazione fisica.
Esempio eclatante l’omicidio dell’Onorevole socialista Giacomo Matteotti avvenuto già nel 1924 per mano di sicari del regime fascista appena insediato. La Sua colpa furono le arringhe parlamentari che pronunciò a denuncia delle scorribande delle “ronde fasciste” le quali, notte tempo aggredivano, devastavano, picchiavano e uccidevano le persone vendicandosi anche con i loro familiari che volevano autodeterminarsi con libertà democratica.
Nel 1929 Mussolini conclude le trattative per stipulare il concordato fra lo Stato e la Chiesa Cattolica. Per l’immagine, vantare di avere ripristinato i rapporti con la Chiesa dopo la rottura conseguente alla “breccia di Porta Pia”. In realtà diventa, per il regime fascista, lo strumento per imbonire le gerarchie vaticane, vero potere forte, almeno intanto che il regime si consolida. In seguito, durante le “purghe fasciste” contro i non fascisti, saranno perseguitati anche diversi sacerdoti con la colpa di non essere accomodanti con il regime. Le reazioni delle gerarchie ecclesiastiche rimarranno contraddittorie.
La dittatura poi coltiva il suo consolidamento anche con il controllo dell’informazione trasformandola con ogni mezzo in strumento di propaganda del regime per auto accreditarsi. Manca ancora nella storiografia sul regime fascista una raccolta completa (o almeno un’ampia antologia) degli ordini alla stampa che il governo Mussolini emanò. Già nel 1934, con l’istituzione del Sottosegretariato, venne creata una Direzione generale della stampa italiana che si sarebbe occupata, fino alla caduta della dittatura, delle direttive da impartire quotidianamente (e spesso più volte nella stessa giornata) ai giornali e all’agenzia di stampa ufficiale. Convocazioni dei direttori, veline e “suggerimenti”. Ecco come il fascismo raccontò la guerra e nascose la crisi del regime.
Nel 1938 sull’onda dell’antisemitismo organizzato scientificamente dal regime nazista di Hitler, anche i fascisti italiani emulano i camerati tedeschi e promulgano la “dottrina fascista” che in termini concreti sono le “leggi razziali”. In sostanza queste “regole” escludono le persone di religione ebraica dalla vita sociale degli “italiani ariani”. Agli ebrei è vietato accedere alle scuole frequentate dagli stessi italiani non ebrei, è vietato di contrarre matrimonio misto con persone non ebree, ecc. Insomma una totale vessazione della dignità umana. Poi si procederà con rastrellamenti, deportazioni e sterminio, raggiungendo il culmine dell’orrore.
Sei milioni di persone: uomini, donne, bambini, vecchi e ammalati di religione ebraica sono stati uccisi nei campi di sterminio nazisti provenienti dai rastrellamenti in 17 stati dell’Europa. Anche in Italia i rastrellamenti sono avvenuti per opera dei fascisti che hanno organizzato campi di concentramento (San Sabba, Fossoli).
Il 16 ottobre 1943 segna una delle date più tragiche per l’Italia: furono deportati 1022 ebrei del ghetto di Roma, prelevati dai soldati dell’esercito nazista, caricati sui camion e trasferiti alla stazione ferroviaria dove sono stati stipati su 18 vagoni piombati, come bestie e deportati ad Auschwitz. Solo 15 ritornarono vivi.
Le rappresaglie
Fascisti e nazisti in collaborazione uccidevano 10 civili per ogni soldato colpito. In pratica era solo un alibi in quanto ne venivano giustiziati sommariamente molti di più. Per citarne solo alcuni dei tanti che sono documentalmente rimasti nascosti 50 anni nell’ormai famoso, anche se poco noto “Armadio della vergogna” scoperto presso il Ministero della Difesa e mai aperto nell’intento di dare oblio alla memoria:
- Sant’Anna di Stazzena (12 agosto 1944, trucidati 560 civili)
- Marzabotto (settembre 1944, furono fucilate 1836 persone inermi)
- Civitella Val di Chiana (giugno 1944, 200 vittime)
- Farneta (primi di settembre 1944 eccidio di 60 anziani finiti nella fossa comune in Lucchesia)
E tantissimi altri in un elenco non ancora completo. Anche l’esercito italiano, nel 1943, fu abbandonato insieme al declino del regime sempre più arrogante ma sempre più debole. Ricordare i drammatici fatti di Cefalonia, comunque una vicenda ben nota.
Ma chi ricorda Rodi? Le cinque giornate di Rodi (7-11 settembre 1943)? Quanti sanno della battaglia, o non battaglia di Rodi, la perla del Dodecanneso? Della resa di 40.000 militari italiani di fronte a soli 7.000 tedeschi? Di una maggioranza di soldati pronti a combattere, e in più punti dell’isola già impegnati in scontri vittoriosi, costretti a cedere le armi dal governatore Inigo Campioni, abbandonato da Roma, incapace di decidere, freddamente raggirato dal generale tedesco Kleemann? Fu un eccidio: 11.000 soldati annegati in mare, 10.000 internati, 200 fucilati, 150 morti di fame.
La liberazione finalmente…
Certamente è stato importante il contributo militare degli eserciti “alleati” nonostante le loro contraddizioni molto utili a contrastare l’arroganza del regime.
Straordinario e determinante il movimento popolare di resistenza organizzato nelle formazioni partigiane che, sostanzialmente si estese a tutta l’Italia. Nel triennio 1943/1945, con la guida di personalità di alto livello culturale, ebbero la capacità via via di liberare zone territoriali e città. Rilevantissimo il protagonismo delle donne nella resistenza, impegnate in attività paritarie con gli uomini. Quindi una concreta emancipazione, considerati i tempi e l’ambiente culturale di subalternità che aveva imposto la dittatura fascista.
Infine l’aspetto decisivo è dovuto alla ulteriore capacità del fronte di liberazione di avere costruito le premesse della convivenza democratica, culminata con la promulgazione della Costituzione repubblicana che ha costituito la guida democratica per la crescita dell’Italia durante questi 60 anni e che è tuttora attuale.
Non è solo il 60° anniversario della liberazione dalla dittatura fascista che rende particolarmente significativo questo 25 aprile. L’occasione della ricorrenza non deve limitarsi a far ricordare i fatti nazifascisti della tragedia vissuta e subita dalle persone che hanno avuto la sfortuna di popolare l’Italia durante quell’interminabile ventennio. Deve provocare, meglio ancora disturbare la nostra memoria, affinché rimanga sveglia e attenta agli accadimenti attuali che ripropongono in diversi casi una nuova fascistizzazione, anche se viviamo in Repubblica democratica. La democrazia non è conquistata una volta per sempre, bensì deve essere alimentata e rinvigorita in continuazione, altrimenti si auto estingue come è accaduto per tutte le grandi civiltà della storia.Sempre profetica l’affermazione di Bertold Brecht che si legge sulla lapide esposta sopra la porta del nostro Municipio, secondo la quale il grembo da cui nacque l’orrore dittatoriale è sempre fecondo, preceduto dall’importante esortazione alle nuove generazioni di non disperdere lo sguardo nelle cose vacue, ma prestare molta attenzione agli eventi della vita sociale. La democrazia non vive sull’apparenza della luccicante superficialità che ci inebria. E’ indispensabile andare oltre la facciata, approfondire e discernere con coraggio, onestà intellettuale e senso di responsabilità da creduloneria e senso comune.
Cosa significa attualizzare la memoria:
1) guardare gli avvenimenti odierni alla luce degli Atti che compiono i dirigenti della comunità a tutti i livelli
2) non accontentarsi della retorica rievocazione del passato, ma avere la forza di denunciare le tendenze di nuova fascistizzazione presenti oggi.
Abolire il 25 aprile?
Nei primi anni cinquanta la destra D.C. tende una mano agli ex fascisti, potenziali alleati, per abolire la ricorrenza del 25 aprile.
Nel 1955 lo ripropone Almirante in occasione del 10° anniversario e oggi lo ripresenta il “Domenicale” giornale di Marcello Dell’Utri (Forza Italia)
E’ Bettino Craxi negli anni Ottanta a portare un nuovo attacco alla tradizione antifascista. Oggi col tentativo di riscrivere persino i libri di testo scolastici, sponsorizzato dal Ministro dell’Istruzione Letizia Moratti, si sta falsificando la storia.
Il Presidente del Consiglio del Governo in carica ha sempre rifiutato di partecipare alle celebrazioni del 25 aprile, anzi ha affermato che Mussolini tutto sommato era un bonaccione, preferendo festeggiare Edgardo Sogno, sospetto golpista.
Il 27 gennaio scorso (giorno della memoria) si sono tenute le celebrazioni del 60° anniversario ad AUSCHWITZ ed essendo presenti tutti i Governi d’Europa, il nostro non ha potuto sottrarsi, distinguendosi comunque attraverso il Ministro di Grazia e Giustizia Castelli (Lega-Nord) il quale è stato l’unico di tutta l’Europa a rifiutarsi di sottoscrivere la “decisione quadro per la lotta contro il razzismo e la xenofobia”.
Altrettanto significativo il caso della proposta di legge di Alleanza Nazionale che intende dare dignità di militari a tutti i reduci della Repubblica sociale di Salò.
I repubblichini di Salò, non avendo un vero Governo, erano agli ordini delle SS naziste, per cui provvedevano ai rastrellamenti degli antifascisti ed alla loro deportazione nei campi di concentramento.
Lo scorso mese di marzo è stata approvata da parte del Senato l’incredibile proposta di sostanziale modifica della Costituzione.
Il Presidente emerito della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, nei giorni scorsi, in riferimento alla suddetta approvazione da parte della maggioranza governativa di destra ha dichiarato: “Celebriamo i sessant’anni della liberazione da una dittatura e nello stesso tempo ci presentiamo con questa concentrazione di poteri nelle mani di un uomo solo? E’ follia… possibile che non abbiamo imparato nulla? Questa così chiamata riforma, “mortifica il Parlamento, il Capo dello Stato e partorisce un primo ministro onnipotente”. Ma onnipotenza e democrazia non possono coesistere.
(g.b.r.)
Ricordare il disastro umano e sociale della dittatura.
Cancellata la democrazia ne consegue l’eliminazione della dialettica, ovvero sono autorizzati a parlare solo coloro che sono proni al regime, mentre i dissenzienti sono ridotti al silenzio togliendo loro oltre la parola anche la dignità, persino la eliminazione fisica.
Esempio eclatante l’omicidio dell’Onorevole socialista Giacomo Matteotti avvenuto già nel 1924 per mano di sicari del regime fascista appena insediato. La Sua colpa furono le arringhe parlamentari che pronunciò a denuncia delle scorribande delle “ronde fasciste” le quali, notte tempo aggredivano, devastavano, picchiavano e uccidevano le persone vendicandosi anche con i loro familiari che volevano autodeterminarsi con libertà democratica.
Nel 1929 Mussolini conclude le trattative per stipulare il concordato fra lo Stato e la Chiesa Cattolica. Per l’immagine, vantare di avere ripristinato i rapporti con la Chiesa dopo la rottura conseguente alla “breccia di Porta Pia”. In realtà diventa, per il regime fascista, lo strumento per imbonire le gerarchie vaticane, vero potere forte, almeno intanto che il regime si consolida. In seguito, durante le “purghe fasciste” contro i non fascisti, saranno perseguitati anche diversi sacerdoti con la colpa di non essere accomodanti con il regime. Le reazioni delle gerarchie ecclesiastiche rimarranno contraddittorie.
La dittatura poi coltiva il suo consolidamento anche con il controllo dell’informazione trasformandola con ogni mezzo in strumento di propaganda del regime per auto accreditarsi. Manca ancora nella storiografia sul regime fascista una raccolta completa (o almeno un’ampia antologia) degli ordini alla stampa che il governo Mussolini emanò. Già nel 1934, con l’istituzione del Sottosegretariato, venne creata una Direzione generale della stampa italiana che si sarebbe occupata, fino alla caduta della dittatura, delle direttive da impartire quotidianamente (e spesso più volte nella stessa giornata) ai giornali e all’agenzia di stampa ufficiale. Convocazioni dei direttori, veline e “suggerimenti”. Ecco come il fascismo raccontò la guerra e nascose la crisi del regime.
Nel 1938 sull’onda dell’antisemitismo organizzato scientificamente dal regime nazista di Hitler, anche i fascisti italiani emulano i camerati tedeschi e promulgano la “dottrina fascista” che in termini concreti sono le “leggi razziali”. In sostanza queste “regole” escludono le persone di religione ebraica dalla vita sociale degli “italiani ariani”. Agli ebrei è vietato accedere alle scuole frequentate dagli stessi italiani non ebrei, è vietato di contrarre matrimonio misto con persone non ebree, ecc. Insomma una totale vessazione della dignità umana. Poi si procederà con rastrellamenti, deportazioni e sterminio, raggiungendo il culmine dell’orrore.
Sei milioni di persone: uomini, donne, bambini, vecchi e ammalati di religione ebraica sono stati uccisi nei campi di sterminio nazisti provenienti dai rastrellamenti in 17 stati dell’Europa. Anche in Italia i rastrellamenti sono avvenuti per opera dei fascisti che hanno organizzato campi di concentramento (San Sabba, Fossoli).
Il 16 ottobre 1943 segna una delle date più tragiche per l’Italia: furono deportati 1022 ebrei del ghetto di Roma, prelevati dai soldati dell’esercito nazista, caricati sui camion e trasferiti alla stazione ferroviaria dove sono stati stipati su 18 vagoni piombati, come bestie e deportati ad Auschwitz. Solo 15 ritornarono vivi.
Le rappresaglie
Fascisti e nazisti in collaborazione uccidevano 10 civili per ogni soldato colpito. In pratica era solo un alibi in quanto ne venivano giustiziati sommariamente molti di più. Per citarne solo alcuni dei tanti che sono documentalmente rimasti nascosti 50 anni nell’ormai famoso, anche se poco noto “Armadio della vergogna” scoperto presso il Ministero della Difesa e mai aperto nell’intento di dare oblio alla memoria:
- Sant’Anna di Stazzena (12 agosto 1944, trucidati 560 civili)
- Marzabotto (settembre 1944, furono fucilate 1836 persone inermi)
- Civitella Val di Chiana (giugno 1944, 200 vittime)
- Farneta (primi di settembre 1944 eccidio di 60 anziani finiti nella fossa comune in Lucchesia)
E tantissimi altri in un elenco non ancora completo. Anche l’esercito italiano, nel 1943, fu abbandonato insieme al declino del regime sempre più arrogante ma sempre più debole. Ricordare i drammatici fatti di Cefalonia, comunque una vicenda ben nota.
Ma chi ricorda Rodi? Le cinque giornate di Rodi (7-11 settembre 1943)? Quanti sanno della battaglia, o non battaglia di Rodi, la perla del Dodecanneso? Della resa di 40.000 militari italiani di fronte a soli 7.000 tedeschi? Di una maggioranza di soldati pronti a combattere, e in più punti dell’isola già impegnati in scontri vittoriosi, costretti a cedere le armi dal governatore Inigo Campioni, abbandonato da Roma, incapace di decidere, freddamente raggirato dal generale tedesco Kleemann? Fu un eccidio: 11.000 soldati annegati in mare, 10.000 internati, 200 fucilati, 150 morti di fame.
La liberazione finalmente…
Certamente è stato importante il contributo militare degli eserciti “alleati” nonostante le loro contraddizioni molto utili a contrastare l’arroganza del regime.
Straordinario e determinante il movimento popolare di resistenza organizzato nelle formazioni partigiane che, sostanzialmente si estese a tutta l’Italia. Nel triennio 1943/1945, con la guida di personalità di alto livello culturale, ebbero la capacità via via di liberare zone territoriali e città. Rilevantissimo il protagonismo delle donne nella resistenza, impegnate in attività paritarie con gli uomini. Quindi una concreta emancipazione, considerati i tempi e l’ambiente culturale di subalternità che aveva imposto la dittatura fascista.
Infine l’aspetto decisivo è dovuto alla ulteriore capacità del fronte di liberazione di avere costruito le premesse della convivenza democratica, culminata con la promulgazione della Costituzione repubblicana che ha costituito la guida democratica per la crescita dell’Italia durante questi 60 anni e che è tuttora attuale.
Non è solo il 60° anniversario della liberazione dalla dittatura fascista che rende particolarmente significativo questo 25 aprile. L’occasione della ricorrenza non deve limitarsi a far ricordare i fatti nazifascisti della tragedia vissuta e subita dalle persone che hanno avuto la sfortuna di popolare l’Italia durante quell’interminabile ventennio. Deve provocare, meglio ancora disturbare la nostra memoria, affinché rimanga sveglia e attenta agli accadimenti attuali che ripropongono in diversi casi una nuova fascistizzazione, anche se viviamo in Repubblica democratica. La democrazia non è conquistata una volta per sempre, bensì deve essere alimentata e rinvigorita in continuazione, altrimenti si auto estingue come è accaduto per tutte le grandi civiltà della storia.Sempre profetica l’affermazione di Bertold Brecht che si legge sulla lapide esposta sopra la porta del nostro Municipio, secondo la quale il grembo da cui nacque l’orrore dittatoriale è sempre fecondo, preceduto dall’importante esortazione alle nuove generazioni di non disperdere lo sguardo nelle cose vacue, ma prestare molta attenzione agli eventi della vita sociale. La democrazia non vive sull’apparenza della luccicante superficialità che ci inebria. E’ indispensabile andare oltre la facciata, approfondire e discernere con coraggio, onestà intellettuale e senso di responsabilità da creduloneria e senso comune.
Cosa significa attualizzare la memoria:
1) guardare gli avvenimenti odierni alla luce degli Atti che compiono i dirigenti della comunità a tutti i livelli
2) non accontentarsi della retorica rievocazione del passato, ma avere la forza di denunciare le tendenze di nuova fascistizzazione presenti oggi.
Abolire il 25 aprile?
Nei primi anni cinquanta la destra D.C. tende una mano agli ex fascisti, potenziali alleati, per abolire la ricorrenza del 25 aprile.
Nel 1955 lo ripropone Almirante in occasione del 10° anniversario e oggi lo ripresenta il “Domenicale” giornale di Marcello Dell’Utri (Forza Italia)
E’ Bettino Craxi negli anni Ottanta a portare un nuovo attacco alla tradizione antifascista. Oggi col tentativo di riscrivere persino i libri di testo scolastici, sponsorizzato dal Ministro dell’Istruzione Letizia Moratti, si sta falsificando la storia.
Il Presidente del Consiglio del Governo in carica ha sempre rifiutato di partecipare alle celebrazioni del 25 aprile, anzi ha affermato che Mussolini tutto sommato era un bonaccione, preferendo festeggiare Edgardo Sogno, sospetto golpista.
Il 27 gennaio scorso (giorno della memoria) si sono tenute le celebrazioni del 60° anniversario ad AUSCHWITZ ed essendo presenti tutti i Governi d’Europa, il nostro non ha potuto sottrarsi, distinguendosi comunque attraverso il Ministro di Grazia e Giustizia Castelli (Lega-Nord) il quale è stato l’unico di tutta l’Europa a rifiutarsi di sottoscrivere la “decisione quadro per la lotta contro il razzismo e la xenofobia”.
Altrettanto significativo il caso della proposta di legge di Alleanza Nazionale che intende dare dignità di militari a tutti i reduci della Repubblica sociale di Salò.
I repubblichini di Salò, non avendo un vero Governo, erano agli ordini delle SS naziste, per cui provvedevano ai rastrellamenti degli antifascisti ed alla loro deportazione nei campi di concentramento.
Lo scorso mese di marzo è stata approvata da parte del Senato l’incredibile proposta di sostanziale modifica della Costituzione.
Il Presidente emerito della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, nei giorni scorsi, in riferimento alla suddetta approvazione da parte della maggioranza governativa di destra ha dichiarato: “Celebriamo i sessant’anni della liberazione da una dittatura e nello stesso tempo ci presentiamo con questa concentrazione di poteri nelle mani di un uomo solo? E’ follia… possibile che non abbiamo imparato nulla? Questa così chiamata riforma, “mortifica il Parlamento, il Capo dello Stato e partorisce un primo ministro onnipotente”. Ma onnipotenza e democrazia non possono coesistere.
(g.b.r.)
PALAZZO CENI di Giovanni Magnani
RESTAURO CONSERVATIVO E NUOVA DESTINAZIONE D’USO
PALAZZO CENI CENTRO CULTURALE? UTOPIA? TUTT’ALTRO, POSSIBILE REALTA’.
Che il bel Palazzo Ceni da anni di proprietà comunale abbia estremo bisogno di intervento di restauro è fuor d’ogni dubbio. E’ fuor d’ogni dubbio anche il fatto che dopo il restauro la nobile dimora e gli annessi abbiano a tornare a vivere e ad assumere un ruolo di dignità quale il complesso, storicamente, architettonicamente ed artisticamente, esprime ed esige. Dunque, quale miglior destinazione d’uso potrebbe calzare per un siffatto complesso se non il “Centro Culturale” del luogo. D’acchito, certamente, agli occhi di molti potrebbe sembrare un’utopia, una chimera ma, ragionandoci un po’, guardando all’operazione recupero con occhio lanciato in prospettiva futura si può, invece, affermare che la destinazione d’uso predetta è tutt’altro che utopica, anzi realistica e fattibile. Certamente serve un progetto, denaro per realizzarlo e soprattutto volontà politica per arrivare al concreto. I presupposti per pensare a Palazzo Ceni quale centro culturale del luogo ci sono e si chiamano: Biblioteca comunale, Civica Raccolta d’Arte, Archivio storico, Sala civica e di rappresentanza. Da non sottovalutare la valenza prestigiosa, anche sotto l’aspetto turistico, che Palazzo Ceni-Centro Culturale porterebbe all’asse di grande rilievo che va dalla Pieve Romanica alla chiesa di San Rocco; dal Parco Comunale alla piazzetta Cavour e via Roma con i portali marmorei e i palazzi; da piazza Vittoria con annessi e connessi alla Casa fancelliana, alla Torre Civica e piazza Castello col Teatro comunale con prosecuzione per via Fontana, piazzetta Isabella Arrighi e prolungamento all’Annunciata. Un percorso per valenze intrinseche che va dal Medioevo, Romanico al Barocco passando tra Quattrocento, Cinquecento e Seicento. Un percorso da fare invidia a molti spocchiosi centri con ben inferiori valenze che tanto se la pretendono e che grazie ad interventi del più smaccato kitch sono, purtroppo, sovente, eletti a modello. Gli esempi, anche nelle vicinanze, non mancano. Palazzo Ceni nella veste di Centro Culturale tornerebbe a vivere di quella vita animata ma discreta che è propria dei contenitori della cultura che danno, proprio per la loro natura, anche una incisività e un indirizzo alla crescita della qualità della vita cittadina contemporanea e futura oltre che, naturalmente, positiva immagine, elemento non secondario. Elementi questi tutti che attestano civiltà, carattere, rispetto e apprezzamento.
Nel palazzo e nei suoi annessi supponibilmente senza necessità di stravolgimenti e devastanti interventi, proprio in funzione della disposizione degli ambienti nobili e rustici potrebbero trovare posto interagendo sinergicamente le predette realtà ora inadeguatamente sistemate come l’Archivio storico; decentrate come la Biblioteca comunale, sacrificate in ambiti ormai ristretti come la Civica Raccolta d’Arte. Auspicabili quindi, come detto, una forte decisione politica in primis e un progetto ragionevole in seguito. Un progetto complessivo di possibile realizzazione in piccoli lotti che portino comunque a un risultato finale omogeneo e funzionale.
Intanto, in attesa di eventuali sviluppi, c’è già chi pensa e si sta attivando organizzativamente per mettere a punto una serata o un ciclo di incontri sul tema con la partecipazione di esperti e addetti ai lavori. Incontri che verranno definiti e adeguatamente pubblicizzati a tempo debito.
(g.m.)
PALAZZO CENI CENTRO CULTURALE? UTOPIA? TUTT’ALTRO, POSSIBILE REALTA’.
Che il bel Palazzo Ceni da anni di proprietà comunale abbia estremo bisogno di intervento di restauro è fuor d’ogni dubbio. E’ fuor d’ogni dubbio anche il fatto che dopo il restauro la nobile dimora e gli annessi abbiano a tornare a vivere e ad assumere un ruolo di dignità quale il complesso, storicamente, architettonicamente ed artisticamente, esprime ed esige. Dunque, quale miglior destinazione d’uso potrebbe calzare per un siffatto complesso se non il “Centro Culturale” del luogo. D’acchito, certamente, agli occhi di molti potrebbe sembrare un’utopia, una chimera ma, ragionandoci un po’, guardando all’operazione recupero con occhio lanciato in prospettiva futura si può, invece, affermare che la destinazione d’uso predetta è tutt’altro che utopica, anzi realistica e fattibile. Certamente serve un progetto, denaro per realizzarlo e soprattutto volontà politica per arrivare al concreto. I presupposti per pensare a Palazzo Ceni quale centro culturale del luogo ci sono e si chiamano: Biblioteca comunale, Civica Raccolta d’Arte, Archivio storico, Sala civica e di rappresentanza. Da non sottovalutare la valenza prestigiosa, anche sotto l’aspetto turistico, che Palazzo Ceni-Centro Culturale porterebbe all’asse di grande rilievo che va dalla Pieve Romanica alla chiesa di San Rocco; dal Parco Comunale alla piazzetta Cavour e via Roma con i portali marmorei e i palazzi; da piazza Vittoria con annessi e connessi alla Casa fancelliana, alla Torre Civica e piazza Castello col Teatro comunale con prosecuzione per via Fontana, piazzetta Isabella Arrighi e prolungamento all’Annunciata. Un percorso per valenze intrinseche che va dal Medioevo, Romanico al Barocco passando tra Quattrocento, Cinquecento e Seicento. Un percorso da fare invidia a molti spocchiosi centri con ben inferiori valenze che tanto se la pretendono e che grazie ad interventi del più smaccato kitch sono, purtroppo, sovente, eletti a modello. Gli esempi, anche nelle vicinanze, non mancano. Palazzo Ceni nella veste di Centro Culturale tornerebbe a vivere di quella vita animata ma discreta che è propria dei contenitori della cultura che danno, proprio per la loro natura, anche una incisività e un indirizzo alla crescita della qualità della vita cittadina contemporanea e futura oltre che, naturalmente, positiva immagine, elemento non secondario. Elementi questi tutti che attestano civiltà, carattere, rispetto e apprezzamento.
Nel palazzo e nei suoi annessi supponibilmente senza necessità di stravolgimenti e devastanti interventi, proprio in funzione della disposizione degli ambienti nobili e rustici potrebbero trovare posto interagendo sinergicamente le predette realtà ora inadeguatamente sistemate come l’Archivio storico; decentrate come la Biblioteca comunale, sacrificate in ambiti ormai ristretti come la Civica Raccolta d’Arte. Auspicabili quindi, come detto, una forte decisione politica in primis e un progetto ragionevole in seguito. Un progetto complessivo di possibile realizzazione in piccoli lotti che portino comunque a un risultato finale omogeneo e funzionale.
Intanto, in attesa di eventuali sviluppi, c’è già chi pensa e si sta attivando organizzativamente per mettere a punto una serata o un ciclo di incontri sul tema con la partecipazione di esperti e addetti ai lavori. Incontri che verranno definiti e adeguatamente pubblicizzati a tempo debito.
(g.m.)
1° MAGGIO: FESTA DEI LAVORATORI di Giovanni B. Ruzzenenti
Anche la ricorrenza del 1° maggio è stata nel mirino del Governo in carica. Nonostante il Presidente del Consiglio si sia più volte autodefinito “Presidente operaio”, dalla sua maggioranza governativa e da Lui stesso sono partite bordate contro la festa del 1° Maggio, dichiarandola inutile, anzi proponendo di farla tornare lavorativa allo scopo di aumentare il prodotto nazionale.
Gli arretramenti elettorali, per la coalizione di centrodestra, che si sono susseguiti negli ultimi tre anni, culminati con la batosta delle elezioni regionali appena trascorse, hanno sopito l’attenzione faziosa contro il 1° Maggio.
Quindi come ogni anno bisogna guardare con occhio disincantato la situazione contingente del mondo del lavoro per valorizzare criticamente questa componente che ha costituito in passato un valore determinante della vita umana, ancora oggi e che lo farà anche in futuro.
Oggi, mentre viene sbandierato l’aumento dell’occupazione, si cerca di nascondere che grande parte di questi posti di lavoro sono fittizi in quanto costituiti da contratti precari che impediscono ai lavoratori di organizzare un qualsiasi futuro per sé e per eventuali loro famiglie. Alla faccia di tante prediche sulla centralità della famiglia.
Inoltre non possono assumere impegni finanziari per eventuale acquisto immobiliare. Nemmeno dimenticare il lavoro nero, il lavoro di sfruttamento minorile e/o la grave violazione delle regole di sicurezza sul lavoro.
BUON 1° MAGGIO A TUTTI I LAVORATORI AFFINCHE’ DIVENTI MIGLIOR FUTURO.
(g.b.r.)
Gli arretramenti elettorali, per la coalizione di centrodestra, che si sono susseguiti negli ultimi tre anni, culminati con la batosta delle elezioni regionali appena trascorse, hanno sopito l’attenzione faziosa contro il 1° Maggio.
Quindi come ogni anno bisogna guardare con occhio disincantato la situazione contingente del mondo del lavoro per valorizzare criticamente questa componente che ha costituito in passato un valore determinante della vita umana, ancora oggi e che lo farà anche in futuro.
Oggi, mentre viene sbandierato l’aumento dell’occupazione, si cerca di nascondere che grande parte di questi posti di lavoro sono fittizi in quanto costituiti da contratti precari che impediscono ai lavoratori di organizzare un qualsiasi futuro per sé e per eventuali loro famiglie. Alla faccia di tante prediche sulla centralità della famiglia.
Inoltre non possono assumere impegni finanziari per eventuale acquisto immobiliare. Nemmeno dimenticare il lavoro nero, il lavoro di sfruttamento minorile e/o la grave violazione delle regole di sicurezza sul lavoro.
BUON 1° MAGGIO A TUTTI I LAVORATORI AFFINCHE’ DIVENTI MIGLIOR FUTURO.
(g.b.r.)
CARLA VOLTOLINA PERTINI: COME CON LE LEGGI FASCISTE
Ecco la dichiarazione di Carla Voltolini Pertini, vedova del Presidente della Repubblica.
In tutti questi anni, mi sono attenuta al più ristretto riserbo in ordine alle vicende della vita politica italiana, astenendomi da qualunque intervento e tentazione di critica. L’approvazione in prima lettura anche da parte del Senato del testo di modifica alla Costituzione Repubblicana suscita grave inquietudine, e mi impone di rompere senza indugio il silenzio. Le modifiche costituzionali prefigurano, come è stato osservato da autorevoli studiosi, una Repubblica di tipo “bonapartista”, esse riecheggiano per taluni aspetti, aggiungono senza troppo sforzo di fantasia, le leggi fascistissime del ’25. Mi limito ad osservare che il potenziamento delle Istituzioni di garanzia a mero simulacro costituisce un chiaro attentato anche all’attuazione, in concreto, della prima parte della Costituzione riferita ai diritti. E’ mia convinzione che il testo da ultimo licenziato dal Senato contrasti con l’animo liberatorio e democratico del Popolo Italiano, al di là delle appartenenze. Sarò pertanto in prima fila, insieme a molti altri, per contrastare, se necessario con lo strumento referendario, la riforma costituzionale in itinere, e per conservare all’Italia il patrimonio politico e morale sorto dalla Resistenza a beneficio delle future generazioni che meritano una Patria onesta, autenticamente democratica, di esempio nel contesto internazionale. La festa del 25 aprile, quest’anno che ricorre il 60°, assumerà un significato ulteriore e sarà il primo appuntamento per rinnovare unitariamente, senza distinzione alcuna, l’impegno a difesa della libertà. (tratto da l’Unità di Giovedì 24 Marzo 2005)
In tutti questi anni, mi sono attenuta al più ristretto riserbo in ordine alle vicende della vita politica italiana, astenendomi da qualunque intervento e tentazione di critica. L’approvazione in prima lettura anche da parte del Senato del testo di modifica alla Costituzione Repubblicana suscita grave inquietudine, e mi impone di rompere senza indugio il silenzio. Le modifiche costituzionali prefigurano, come è stato osservato da autorevoli studiosi, una Repubblica di tipo “bonapartista”, esse riecheggiano per taluni aspetti, aggiungono senza troppo sforzo di fantasia, le leggi fascistissime del ’25. Mi limito ad osservare che il potenziamento delle Istituzioni di garanzia a mero simulacro costituisce un chiaro attentato anche all’attuazione, in concreto, della prima parte della Costituzione riferita ai diritti. E’ mia convinzione che il testo da ultimo licenziato dal Senato contrasti con l’animo liberatorio e democratico del Popolo Italiano, al di là delle appartenenze. Sarò pertanto in prima fila, insieme a molti altri, per contrastare, se necessario con lo strumento referendario, la riforma costituzionale in itinere, e per conservare all’Italia il patrimonio politico e morale sorto dalla Resistenza a beneficio delle future generazioni che meritano una Patria onesta, autenticamente democratica, di esempio nel contesto internazionale. La festa del 25 aprile, quest’anno che ricorre il 60°, assumerà un significato ulteriore e sarà il primo appuntamento per rinnovare unitariamente, senza distinzione alcuna, l’impegno a difesa della libertà. (tratto da l’Unità di Giovedì 24 Marzo 2005)
LA CULTURA LA FA’ CASCA’ LA DITTATURA di Carla Fracci
“La cultura la fa cascà la dittatura”. Una frase che mi è rimasta ferma nel cervello fin dalla prima infanzia. La diceva nonna Argelide, contadina socialista, abitava a Volongo, provincia di Cremona, un paese dalle stesse parti di Sesto e Uniti dove è nato Sergio Cofferati.
Erano gli anni neri della guerra: 1943,1944,1945. A Milano i bombardamenti, mio padre alla guerra in Russia, mia madre operaia alla Innocenti ed io bambina, sfollata a casa della nonna. Libera dalla scuola elementare mi divertivo un mondo a fare la guardiana delle oche che menavo al pascolo fino sulle rive del Po. Non avevo assolutamente voglia di studiare quello che si può apprendere alla scuola elementare, e quella socialista di una nonna, con riferimento ben preciso alla dittatura agonizzante, mi rimproverava con quella frase salutare: “la cultura la fa cascà la dittatura”. Sono passati tanti anni da quando sentivo con frequenza quella frase che allora mi sembrava strana ed esprimeva cose che nell’infanzia non capivo bene. Poi, anno dopo anno, considerando gli eventi, ho capito il profondo significato della frase della nonna: è stato tante volte così, i dittatori sono sempre stati nemici della cultura, della libertà di cultura, ma c’è da dire che la resistenza della cultura ha fatto sempre, seppur con infiniti sacrifici, anche i più estremi fino al martirio, finire anche le dittature. Tutto il Novecento insegna così. Ora nel nostro paese si attua un progetto inquietante: tagliare – che brutto verbo, sa di ghigliottina – i fondi statali alla cultura è, a mio modesto avviso, la cosa più insana che un governo eletto democraticamente possa fare, a meno che la parola democrazia possa essere interpretata in modo totalmente distorto.
Cultura vuol dire tante cose non solo libri, non solo volumi e volumi scritti, non solo tele e tele dipinte, non solo sculture, non solo danze; cultura vuol dire anche come sapere parlare ai giovanissimi perché sappiano distinguere tra le cose, perché sappiano distinguere tra chi sa fare e che non lo sa fare, cultura vuole dire rispetto dell’ambiente, rispetto dei giovani, rispetto dei vecchi, cultura vuole dire soprattutto un impegno serio per il futuro dei giovani che sono i più bisognosi di cultura. Io mi appello al governo del nostro Paese, governo eletto democraticamente, perché rifletta su quello che qualsiasi italiano di buona volontà ha il diritto di ricevere; mi appello perché il governo abbia un ripensamento e trovi la maniera di non togliere alla cultura i mezzi pubblici per sopravvivere: è la necessità fondamentale per la vita morale del nostro Paese. E vorrei che un riguardo particolare venisse rivolto al futuro delle giovani generazioni, le più bisognose di certezze per trasformare i sogni in qualcosa di vero. (tratto da l’Unità di Giovedì 10 Febbraio 2005)
Erano gli anni neri della guerra: 1943,1944,1945. A Milano i bombardamenti, mio padre alla guerra in Russia, mia madre operaia alla Innocenti ed io bambina, sfollata a casa della nonna. Libera dalla scuola elementare mi divertivo un mondo a fare la guardiana delle oche che menavo al pascolo fino sulle rive del Po. Non avevo assolutamente voglia di studiare quello che si può apprendere alla scuola elementare, e quella socialista di una nonna, con riferimento ben preciso alla dittatura agonizzante, mi rimproverava con quella frase salutare: “la cultura la fa cascà la dittatura”. Sono passati tanti anni da quando sentivo con frequenza quella frase che allora mi sembrava strana ed esprimeva cose che nell’infanzia non capivo bene. Poi, anno dopo anno, considerando gli eventi, ho capito il profondo significato della frase della nonna: è stato tante volte così, i dittatori sono sempre stati nemici della cultura, della libertà di cultura, ma c’è da dire che la resistenza della cultura ha fatto sempre, seppur con infiniti sacrifici, anche i più estremi fino al martirio, finire anche le dittature. Tutto il Novecento insegna così. Ora nel nostro paese si attua un progetto inquietante: tagliare – che brutto verbo, sa di ghigliottina – i fondi statali alla cultura è, a mio modesto avviso, la cosa più insana che un governo eletto democraticamente possa fare, a meno che la parola democrazia possa essere interpretata in modo totalmente distorto.
Cultura vuol dire tante cose non solo libri, non solo volumi e volumi scritti, non solo tele e tele dipinte, non solo sculture, non solo danze; cultura vuol dire anche come sapere parlare ai giovanissimi perché sappiano distinguere tra le cose, perché sappiano distinguere tra chi sa fare e che non lo sa fare, cultura vuole dire rispetto dell’ambiente, rispetto dei giovani, rispetto dei vecchi, cultura vuole dire soprattutto un impegno serio per il futuro dei giovani che sono i più bisognosi di cultura. Io mi appello al governo del nostro Paese, governo eletto democraticamente, perché rifletta su quello che qualsiasi italiano di buona volontà ha il diritto di ricevere; mi appello perché il governo abbia un ripensamento e trovi la maniera di non togliere alla cultura i mezzi pubblici per sopravvivere: è la necessità fondamentale per la vita morale del nostro Paese. E vorrei che un riguardo particolare venisse rivolto al futuro delle giovani generazioni, le più bisognose di certezze per trasformare i sogni in qualcosa di vero. (tratto da l’Unità di Giovedì 10 Febbraio 2005)
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