1945 – 1946. L’Italia era un paese distrutto, sconfitto, appena attraversato da una terribile guerra, eppure per la prima volta nella storia tutto il suo popolo, dal più povero contadino all’imprenditore, era padrone del suo destino. Furono due anni, quelli, di discussioni appassionate, di lotte di massa, di speranze in un futuro migliore, in un futuro in cui i mali secolari del nostro paese sarebbero stati riparati per sempre. Furono speranze ingenue, illusioni a cui seguirono delusioni e sconfitte, ma milioni di donne e di uomini vi credettero e vissero con esse.
La polemica più grande di tutte fu quella sulla monarchia e sulla repubblica; vi convergevano i rancori verso il re complice della dittatura fascista, e della guerra inutile e sanguinosa con le più meditate convinzioni dei democratici che pensavano alla monarchia come alla secolare custode degli interessi di pochi, della conservazione sociale. Il paese si spezzò in due, civilmente. Da una parte furono i socialisti, i comunisti, gli uomini del partito d’azione, i repubblicani, molti cattolici (la Democrazia Cristiana lasciò libertà di voto, e il Veneto, tradizionalmente legato alle organizzazioni politiche cattoliche, dette una schiacciante maggioranza alla Repubblica), dall’altra i liberali, i conservatori, altri cattolici. Purtroppo, però, il paese si spezzò in due anche territorialmente; le regioni a nord di Roma erano tutte a maggioranza repubblicana, il sud monarchico. Ancora una volta le plebi poverissime, in gran parte non divenute popolo, furono preda dei propagandisti conservatori senza scrupoli, furono inconsapevole strumento della conservazione.
Ma il 2 giugno del 1946 gli elettori che andarono alle urne (votavano per la prima volta in una elezione politica tutti gli italiani, comprese le donne) dettero comunque alla repubblica la maggioranza dei suffragi. Il “re di maggio”, Umberto II, che aveva svolto una sua personale “campagna elettorale” in tutta l’Italia, e che si ostinò a resistere, a discutere i risultati del voto, dovette lasciare l’Italia. Poi, nessuno in realtà ha rimpianto la monarchia.
L’Italia è andata avanti, ha risolto alcuni problemi e si è trovata di fronte ad altre gravi questioni sociali e politiche, ma un punto è stato acquisito: la capacità del suo popolo di decidere del suo destino.
L’inizio di questo nuovo cammino è stata la scelta della repubblica, una scelta che gli italiani di allora ricordano con profonda emozione, ma è stata anche la stesura di una Costituzione lungimirante e saggia che riafferma ogni giorno i valori senza tempo della Democrazia.
(c.b.)