mercoledì 20 dicembre 2006

L’AMACA di Michele Serra

I quattro ragazzi di Torino colpevoli della cupa bravata contro il loro compagno disabile hanno avuto, in tempi brevissimi, una punizione esemplare. Raro esempio di tempestiva e illuminata severità in un paese che sembra avere perduto il nesso tra colpa e punizione. Ora, però, bisognerebbe che ai quattro, alla loro vittima e alle cinque famiglie coinvolte venisse riconosciuto il diritto di riflettere privatamente, e in santa pace. Concedendo a vittima e colpevoli lo stesso rispetto, e cioè evitando di invischiarli nell’orrido gioco dell’”approfondimento” tele-giornalistico che tenterà sicuramente di trasformare le cinque famiglie in un cast. Sarebbe una pena suppletiva per ragazzi minorenni che hanno bisogno soprattutto di guardarsi dentro in silenzio. Ma soprattutto sarebbe un sicuro metodo per intorbidare, tra un talk-show e l’altro, una delle rarissime storie italiane che hanno avuto uno svolgimento chiaro e una morale limpida, con i genitori dei colpevoli in sintonia con la severità della scuola, e nessun pasticciato e losco bla-bla giustificazionista. Spegnere le telecamere e chiudere i taccuini consentirebbe a tutti di conservare questa impressione, così rara, di un’Italia adulta che sa intervenire, sa punire e certamente saprà recuperare anche i ragazzi colpevoli, sempre che un inviato di quelli da sbarco non citofoni ogni quarto d’ora chiedendo “come vi sentite?”

MEDIA, DIGNITA’ VENDUTA E CESTINATA di Giovanni Magnani

“C’è qualcuno che pagherebbe per vendersi” asseriva un grande letterato di ieri. Oggi è possibile affermare che “C’è qualcuno che paga per vendersi”. C’è da vedere con quale moneta e di chi. Questo è un problema importante che merita attenzione. Non stiamo parlando, ovviamente, della pubblicità, bensì dell’informazione. Ma dov’è che si paga per vendersi? Ai media in generale, alla stampa per esempio: quella delle grandi testate e quella delle minori (fatte le debite eccezioni naturalmente) quella di basso profilo soprattutto. Quella che un tempo veniva ironicamente definita “bugiardina” che ancor oggi tira alla grande e che “mediante una cifra” pompa ripetitivamente, spaccia “bufale”, lucciole per lanterne; afferma e smentisce disinvoltamente, mastica e sputa ipocritamente secondo conveniente occorrenza. Stampa “bugiardina” che ad hoc, impunemente, secondo conveniente occorrenza, accredita, incolla, ma sovente censura; scredita, rimesta e confonde alterando la realtà e la verità. Stampa “bugiardina” purtroppo creduta, sostenuta, pagata per vendere mistificazioni. I media fortemente influenzano, condizionano, promettono la luna che non daranno mai, anzi. Ben pochi oggi i media e i loro operatori fuori da questa logica. Rari e scomodi gli assertori del giusto e del vero che, quando va bene, sono osteggiati, ridotti al silenzio. Sarebbe opportuno che si cominciasse a riflettere sull’evidenza. Che si riprendesse a considerare razionalmente e non solo per mera convenienza, qualunquisticamente; che si riprendesse a porsi il pensiero di una rivalutazione, attraverso l’agire quotidiano, della “dignità”. Un valore che, appunto, certi media e certa stampa hanno mortificato, sepolto, esaltando invece codici di tutt’altro indirizzo. Sarebbe ora che anche gli addetti ai lavori facessero introspezione e si specchiassero nei codici della realtà, della verità e anziché asservirsi a “chi paga per vendersi” producessero pulita, onesta e documentata informazione.
(g.m.)

EX LIBRIS di Robert Fisk

La guerra non è questione
di vittoria o sconfitta
la guerra è essenzialmente
una questione tra morire
o infliggere la morte.
Rappresenta
il fallimento assoluto
dell’essere umano.

Robert Fisk

L' ANGOLO DELLA POESIA di Rosa Oliani

Sventurati

Là, dove agitano guerre insensate
aride terre dall’odio insanguinate,
popoli in fuga in cerca di sopravvivenza
si mettono su imbarcazioni sgangherate,
tentano la fuga quando
c’è la notte più scura
lasciandosi dietro una scia di paura.
Madri, per timore di perdere i propri figli
se li stringono al cuore,
gridano, voci disperate dal terrore
salgono fino al cielo,
si confondono nel rumore del mare.
Poveri sventurati,
spesso invocano Dio, ma a loro pare
che anch’esso li abbia dimenticati.
In quella sorte, che possa
ospitarli c’è solo il mare e,
nei suoi fondali, lo spettro della morte.
In compenso avranno una preghiera
da colui che sa pregare,
dal generoso, un fiore in mare.
Per tre giorni si parlerà di loro
poi, in fretta nell’archivio,
per dimenticare.
Poveri sventurati,
oltre ad essersi imbattuti
in tale disavventura,
quando andranno nell’aldilà,
non avranno nemmeno
una degna sepoltura.

(r.o.)

L'ACQUA, ORO BLU DEL 21° SECOLO di Franca Caiola

La superficie terrestre è coperta per il 71% di acqua, di cui il 97,1% salata e il restante 2,9% dolce: questa, in massima parte è contenuta nei ghiacciai e nel sottosuolo e solo lo 0,08% dell’acqua totale del pianeta forma fiumi e laghi dai quali si può attingere; un quantitativo minimo distribuito in modo ineguale, con una buona disponibilità in alcune aree, scarsa o addirittura assente in altre.
Nel mondo, un miliardo e mezzo di persone già oggi non hanno accesso all’acqua e le stime di autorità, come l’Onu, prevedono che entro il 2025 oltre il 65% della popolazione mondiale non avrà acqua a sufficienza.
La disomogenea distribuzione naturale è solo una delle cause della scarsità dell’acqua; ad aggravare la situazione ha contribuito decisamente l’intervento dell’uomo con una discutibile gestione delle risorse disponibili:
- distribuzione dei consumi gravemente sbilanciata: la media europea di consumo annuo è stimata in 1.000 mc. a testa, quella americana in 1.300 (1.700 nel Nord-America), mentre si riduce a soli 250 mc. la media dei consumi in Africa, dove alcune comunità non possono disporre neppure della quantità ritenuta minima per la sopravvivenza di 40 lt. al giorno;
- inquinamento, causato principalmente dagli scarichi domestici e industriali e dall’utilizzo massiccio di fertilizzanti e pesticidi in agricoltura;
- surriscaldamento del pianeta (il cosiddetto effetto serra provocato dall’emissione di gas di scarico nell’atmosfera) che causa lo scioglimento dei ghiacciai e l’evaporazione dell’acqua.
Fattore determinante per la scarsità è poi l’aumento dei consumi che supera la capacità di rinnovamento delle fonti, imputabile all’incremento della popolazione e al forte utilizzo delle risorse idriche per l’industria e per l’agricoltura intensiva che, dovendo provvedere al nutrimento della popolazione del pianeta, deve diventare sempre più produttiva; l’aumento delle quantità viene però ottenuto con l’uso di prodotti chimici che, oltre ad essere nocivi per la salute dei consumatori, rendono la terra più assetata d’acqua, sottraendola, tra l’altro, alle piccole economie agricole locali.
È evidente l’urgenza di adottare misure concrete per affrontare il problema, ma una delle soluzioni prospettate durante il Forum Mondiale sull’acqua è stata quella di considerarla non più come diritto naturale di tutti, ma come “bene economico”, essendo una risorsa sempre più “preziosa”. Si è quindi legittimato di fatto il declassamento dell’acqua a merce (l’oro blu del 21° secolo) e dato il via libera al commercio e alla privatizzazione dei servizi di potabilizzazione e distribuzione dell’acqua da parte delle multinazionali.
Posizione alquanto discutibile, che demolisce il principio basilare secondo il quale essendo l’acqua un bene vitale che appartiene a tutti, non può essere concesso a nessuno di trasformarlo in proprietà privata.
Come afferma Riccardo Putrella (economista, autore del “Manifesto dell'acqua”) “La privatizzazione non è una soluzione efficace dal punto di vista politico, sociale, economico, ambientale,etico. Non è giustificabile considerare l’acqua come una fonte di profitto. In quanto fonte di vita, l’acqua è un bene patrimoniale che appartiene agli abitanti del pianeta”.
È indispensabile, quindi, considerare l’acqua come un diritto fondamentale che va difeso per la nostra stessa vita e per quella delle generazioni future e per la tutela dell’ambiente.
Occorre evitare gli sprechi, ridurre le perdite con interventi di manutenzione delle reti di distribuzione spesso fatiscenti, applicando tecniche di irrigazione più efficienti, favorendo scelte economiche meno esigenti d’acqua, riciclando e riutilizzando acque reflue nei cicli industriali e agricoli.
Un rapporto di Legambiente afferma che è possibile abbassare fino al 40% gli attuali prelievi e utilizzare le risorse risparmiate per garantire l’accesso all’acqua alle popolazioni più povere.
Una pianificazione sostenibile delle risorse idriche è indispensabile per evitare il rischio che la crisi dell’acqua possa diventare fonte di instabilità economiche e politiche e che, dopo le guerre per il controllo di territori ricchi di petrolio, al quale in definitiva potremmo trovare alternative, ci possiamo trovare in futuro ad affrontare guerre ancora più terribili per il controllo dell'acqua, elemento vitale e insostituibile.
(f.c.)

EX LIBRIS di Pina Bausch

La bellezza arriva
da quello che si fa
e da come lo si fa.
Se hai una grande bellezza
Devi farci qualcosa,
se non ci riesci
Sei solo un grande niente.

Pina Bausch

L'ANGOLO DELLA CANZONE

Povera Patria

Povera patria! Schiacciata dagli abusi del potere
di gente infame, che non sa cos’è il pudore,
si credono potenti e gli va bene quello che fanno;
e tutto gli appartiene.
Tra i governanti, quanti perfetti e inutili buffoni!
Questo paese è devastato dal dolore…
Ma non vi danno un po’ di dispiacere
quei corpi in terra senza più calore?
Non cambierà, non cambierà
No cambierà, forse cambierà.
Ma come scusare le iene negli stadi e quelle dei giornali?
Nel fango affonda lo stivale dei maiali.
Me ne vergogno un poco, e mi fa male
Vedere un uomo come un animale.
Non cambierà, non cambierà,
sì che cambierà, vedrai che cambierà.
Voglio sperare che il mondo torni a quote più normali
che possa contemplare il cielo e i fiori,
che non si parli più di dittature
se avremo ancora un po’ da vivere…
La primavera intanto tarda ad arrivare.

Franco Battiato
(Come Un Cammello In Una Grondaia – 1991)

A SCUOLA DI INTEGRAZIONE: L’EDUCAZIONE SPORTIVA di Nicola Ruzzenenti

Non c’è dubbio che lo sport sia un insieme di attività, fisiche e mentali, compiute al fine di migliorare e mantenere in buona condizione l'intero apparato psico-fisico umano e di intrattenere chi le pratica o chi ne è spettatore.
Non c’è dubbio che la scuola sia un'istituzione che persegue finalità educative attraverso un programma di studi o di attività metodicamente ordinate.
Non c’è dubbio che il sostantivo integrazione indichi l'insieme di processi sociali e culturali che rendono l'individuo membro di una società.
Esistono affinità tra questi elementi eterogenei?
Tra i primi processi integrativi a cui l’essere umano è indirizzato vi è la socializzazione, ovvero la trasmissione al neonato e successivamente al bambino, da parte della famiglia, di quel catalogo di competenze sociali, valori e norme, attraverso il quale la società riproduce se stessa, venendo interiorizzata dall'individuo. Successivamente, questi andrà incontro ad altri tipi di socializzazione praticati da agenzie sociali differenti (la scuola, le cerchie amicali, il lavoro, lo sport), accumulando e specializzando le sue competenze di definizione del mondo e interazione con esso. A livello aggregato, l'integrazione sociale può considerarsi come il risultato della stratificazione dei processi di socializzazione individuale e collettiva.
Riprendendo, allora, le definizioni palesi d’inizio risulta conseguente che sia lo sport, sia la scuola possono essere assimilate ad “agenzie sociali”, che incorporano nei loro status epistemologici un aspetto fondante, quello dell’integrazione, motore trainante indirizzato a finalità comuni.
Ma non basta.
Nelle società con un alto grado di divisione del lavoro l'integrazione è ottenuta tramite l'adesione formale dei suoi membri ai principi sanciti da ambiti culturali quali la morale e l'etica, codificati in sistemi normativi di tipo legislativo.
L’aspetto normativo, inteso come rispetto delle regole, accomuna scuola e sport: il processo educativo-formativo della prima non può essere inteso nella sua complessità e interezza senza tenere conto sia delle coordinate etiche e morali, sia delle più generali modalità “regolative”, che garantiscono una crescita consapevole e critica dell’individuo (fanciullo o adolescente che sia) all’interno di una congregazione societaria, costituita da membri differenti in continua elaborazione dialettica; la doverosa necessità di rispetto delle regole nell’attività sportiva riconosce l’obbligo di adeguamento alle norme che definiscono la tipologia specifica dello sport: ogni categoria motoria, sia essa individuale o collettiva, impone dei precetti che l’atleta deve rispettare, pena la squalifica (nella gara d’atletica il rispetto dello start, nel calcio l’autorità insindacabile dell’arbitro).
Saggiando un ulteriore approfondimento, lo sport presenta almeno due casistiche peculiari, differenziate a seconda dell’individualità o della collettività della pratica, che aggiungono al rispetto delle direttive, quello per l’avversario: uno sport individuale limita l’essere umano a evitare azioni moralmente negligenti nei confronti degli altri gareggianti; uno sport di squadra associa al precedente una dinamica complessa, che prevede lo spirito di gruppo, fatto di forze d’attrito, sedate grazie alla stima reciproca dei componenti del team.
Se allarghiamo alla scuola questo meccanismo ultimo, non è difficile intuire che anche “l’organismo classe” deve essere regolamentato da aspetti normativi, mediati dai componenti del gruppo, aggiunti a quelli più assoluti, individuati dalla dirigenza.
Più in generale, ogni società garantisce l’integrazione dei suoi membri grazie al confronto e alla mediazione di aspetti comuni, normativi o semplicemente etici, che risultino vincolanti per i membri e vincolati alle espressioni proprie degli aderenti.
Lo sport, in particolare, evidenzia una valenza universale: questo ruolo d'integrazione sociale, che ha varie sfaccettature, può aiutare i giovani in difficoltà, spesso con problemi a scuola, a inserirsi meglio nella società. Esso può anche favorire l'integrazione armoniosa di popolazioni migranti e costituisce un mezzo privilegiato a disposizione delle persone disabili; riconoscibile come forma specifica di comunicazione e di integrazione motoria, mentale e sensoriale, lo sport permette l'integrazione psicosociale attraverso la partecipazione e la possibilità di scaricare tensioni come emotività o forme di blocco, rafforzando carattere e abilità, rendendo più autonoma la persona.
La dichiarazione del Consiglio europeo di Nizza del 2000 enuncia principi relativi ai vari aspetti dello sport, allo scopo di preservare la coesione e i legami di solidarietà che uniscono tutte le forme delle pratiche sportive, l'equità delle competizioni, gli interessi morali e materiali, nonché l'integrità fisica degli sportivi, in particolare dei giovani sportivi minorenni: lo sport, basandosi su valori sociali, educativi e culturali essenziali, è un fattore di inserimento, di partecipazione alla vita sociale, di tolleranza, di accettazione delle differenze e di rispetto delle regole; esso rappresenta un mezzo significativo di riabilitazione, di rieducazione, d'integrazione sociale e di sviluppo individuale.
In conclusione.
Ripercorrendo le enunciazioni del convegno “Lo sport come strumento di lotta al razzismo e alla xenofobia”, organizzato dal Comitato delle regioni a Braga il 19 maggio 2004, sembra naturale che attraverso la pratica sportiva, senza tralasciare gli aspetti educativi della scuola, sia compito delle rappresentanze amministrative promuovere la diversità culturale ed etnica, superare ed eliminare la discriminazione razziale, promuovere la tolleranza e la comprensione nel contesto di una maggiore inclusione sociale, accogliere partecipanti e spettatori di tutte le comunità e proteggerli da abusi e vessazioni razziali.
Eppure, tale auspicabile conquista non è sufficiente. Risulta, in prima analisi, determinante tener conto che la prima tappa verso l’integrazione nasce nell’organizzazione delle personalità, ovvero nella conciliazione di opposizioni latenti psichiche o di comportamento che l’individuo presenta al suo interno. Insomma, una completa e totale integrazione interpersonale, prevede in prima istanza la presa di coscienza delle molteplicità intrapersonali, che l’essere umano dimostra nel labirinto delle sue funzioni esistenziali.

(n.r.)

…MA CHI SONO? di Samuele Begni

Da qualche anno a questa parte si è assistito ad alcuni fenomeni di inciviltà ed intolleranza, di cui si sono resi protagonisti gruppi di giovanissimi.
Sono fatti sempre accaduti, che ora con la tecnologia vengono resi pubblici prima ancora che le comunità ne vengano a conoscenza ed eventualmente censurati, o realmente qualcosa è cambiato? Difficile spiegarsi.
Ci si interroga però su “chi” realmente siano questi soggetti, che necessitano certamente di un aiuto da parte della società di cui sono figli.
Pare che questo fenomeno non coinvolga solo ragazzi provenienti da famiglie apparentemente in difficoltà, da culture diverse o da realtà comunque particolari, ma anche ragazzi cosiddetti di buona famiglia.
Le cronache degli ultimi giorni, quindi, sembrano mettere alla luce quanto questo problema ci coinvolga, in modo più o meno diretto, comunque globalmente.
Eppure questa dovrebbe essere la società del benessere, della tutela dei minori, del rispetto degli anziani, della tolleranza del diverso! Tutto ciò non pare corrispondere a verità.
Le famiglie non hanno più modo di essere tali, la società del consumismo, che non è benessere, le sta appunto consumando e le persone che di volta in volta ne hanno bisogno, ne risentono. I giovani, quindi, crescono spesso in solitudine.
E così, un giorno, dopo anni di opulenza, ci svegliamo e ci rendiamo conto che i nostri figli avevano forse bisogno che i loro genitori facessero i genitori e che la società fosse più a misura di uomo che di consumatore.
Dunque, alla fine, l’identità globale di queste persone è frutto ancora della nostra società, del nostro modo di vivere, delle nostre irresponsabilità, della nostra indifferenza che ci ritorna addosso, insomma siamo noi.

(s.b.)

“DE CULPA IN EDUCANDO” di Carla Brigoni

Durante la passata legislatura il ministro della pubblica istruzione L. Moratti sosteneva che il “ fiore all’occhiello” della riforma scolastica da lei proposta per la scuola italiana era il conseguimento delle tre I: informatica, inglese, impresa.
Senza dubbio i protagonisti dell’episodio di violenza accaduto nell’istituto superiore di Torino hanno dimostrato di aver pienamente raggiunto uno degli obiettivi:sanno usare molto bene le nuove tecnologie, il computer, il video telefonino, internet…sanno persino mettere in rete e mostrare al mondo intero le loro prodezze. Purtroppo non sanno nulla del rispetto umano, sono analfabeti dei sentimenti, insensibili alla sofferenza altrui e le I che hanno fatto proprie sono quelle dell’intolleranza , dell’indifferenza e dell’ignoranza.
Picchiare, umiliare, ridere….tutto è sullo stesso piano, come sullo stesso piano sono i compagni che hanno assistito allo sbeffeggiamento e alle lacrime del ragazzo senza intervenire, in un clima di manifesta condivisione. Forse alcuni hanno celato il loro dissenso perché, se è vergognoso non condividere le regole del branco figurarsi cosa può essere dissentire ed opporsi.
Quando accadono questi episodi, purtroppo non rari, ( due settimane fa a Ferrara una ragazzina di 15 anni è finita all’ospedale dopo essere stata aggredita e percossa da un gruppo di compagne all’uscita dalla scuola )la principale indiziata è la scuola.
Da più parti si sottolinea che l’istituzione ha perso il controllo su quanto avviene al suo interno, che è in crisi e gli episodi di bullismo e di violenza la trovano impreparata ed incapace di risposte adeguate.
E’ vero, i docenti si sentono impotenti di fronte a queste dinamiche relazionali da branco, ma anche soli in una società che delega alla scuola il fondamentale processo di umanizzazione ( cioè quello che ci trasforma in esseri umani, in ciò che vogliamo essere ) e pensa che tutto ciò che accade a scuola sia colpa della scuola.
Non è così, e lo grida con convinzione chi nella scuola ci vive, e non solo lavora, da molti anni.
Lo psichiatra V. Andreoli, durante la recente conferenza che ha tenuto a Castiglione d.Stiviere, ha affermato che l’episodio in questione è il fallimento della scuola in senso lato, che la classe dovrebbe essere come un’orchestra di cui l’ insegnante è il direttore, un’unione da cui scaturiscono armonia e melodia….e allora io chiedo: la famiglia e il tessuto sociale che ruolo hanno? Sono forse semplici spettatori ?Gli alunni prima di essere tali sono figli.
E’ veramente ora che famiglia,scuola, società si riapproprino del loro ruolo, definiscano i loro ambiti di intervento, condividano un percorso e riflettano sul fatto che indagare e comprendere le cause di cattivi comportamenti non significa giustificarne e sminuirne le conseguenze.
La cattiva educazione esiste, la “ culpa in educando”è un reato che vede coimputate famiglia, scuola, società; interagendo e non delegando si può insegnare ai giovani a vivere bene non solo con se stessi e nel proprio gruppo, ma anche con gli altri. E’ fondamentale condividere le regole del vivere civile, essere determinati nel farle rispettare per riequilibrare il rapporto tra esigenze personali e esigenze collettive.
In attesa che le agenzie educative del territorio e gli enti preposti siano disposti al “ gioco di squadra”, mi piace ricordare cosa dice il filosofo F. Savater nel libro Etica per un figlio:
“…L’umanizzazione è un processo reciproco. Perché gli altri possano umanizzarmi, io devo umanizzare loro; se per me tutti sono come cose o bestie, neanche io sarò qualcosa di meglio di una cosa o di una bestia.
Per questo cercare di vivere bene non può essere molto diverso, in fondo, dal far vivere bene gli altri.” (c.b.)

PAROLE DI BOCCA (Giorgio)

No, non cedo: la Resistenza non è sconfitta
di Giorgio Bocca
Alcuni recensori del mio ultimo libro Le mie montagne hanno scritto che è “malinconico” perché è il libro di uno sconfitto dalla storia. Il mondo risorgimentale in cui sono nato e sono vissuto non c’è più, la classe operaia non è andata in paradiso ma nelle code delle autostrade e nelle pensioncine di Rimini e Riccione, gli italiani sono a maggioranza qualunquisti, al punto di sembrare nostalgici del peggior fascismo. L’Italia dei valori è un partitino di un giudice ambizioso, ai valori civili non pensa più nessuno, Giustizia e Libertà è un circolo culturale, la politica naviga in acque fetide, la lotta di classe è finita nel precariato dei call center, non si è salvata neppure la storia, non si sono salvati neppure i cippi e le lapidi della guerra partigiana.
Chi è più vinto di uno che ha creduto che la Resistenza fosse l’ultima guerra risorgimentale e ora deve debolmente difenderla dal revisionismo ignorante e falsario?
Chi è più sconfitto di chi sta in un Paese che ripudia la sua storia, e la riscrive in modi diffamatori?
Un Paese in cui, si direbbe, l’unico valore è il profitto à tout prix, neppure giustificato dal merito personale, della ricchezza premio divino. Un Paese che, anche nei suoi delitti, mostra un incanaglimento efferato, giudici che collaborano con le mafie, insegnanti che corrompono i loro allievi, madri che vendono i loro figli. E il compiacimento con cui i media raccolgono ed espongono tutte le sozzure senza che nessuno più tema il dio che incenerì Sodoma e Gomorra.
Eppure qualcosa ricorda agli sconfitti e ai superati che la partita non è persa, che la memoria è più vera del presente, che la guerra perenne, l’affarismo perenne, la corruzione universale non sono un modo di vivere accettabile. O, più semplicemente, fuori da ogni ideologia, che per molti c’è la impossibilità fisica di vivere nel pantano. In fondo, la possibilità di chiuderci in noi stessi, di evitare le complicità e i patteggiamenti esiste, ogni uomo se vuole è una fortezza inespugnabile. E può riscoprire la serietà, la drammaticità della vita, e rifiutare questa cultura del ridere sempre e comunque anche delle idiozie, anche delle volgarità.
Davvero malinconici? Davvero sconfitti? O decisi a salvare il meglio che c’è nella vita? Per noi e per i figli.

I Partigiani diffamati (e non difesi)
di Giorgio Bocca
Dice Pietro Ingrao di essere stupito e offeso per il silenzio delle “stanze alte” della Repubblica sul rigurgito filofascista sui libri e giornali, che fanno a gara nella diffamazione della Resistenza, con i Partigiani tutti assassini. In effetti pare che pochi dei dirigenti dei partiti antifascisti si ricordino che questa Repubblica è fondata sulla Resistenza e che, mai abrogato, c’è il reato di apologia di fascismo. Ora, se non è apologia di fascismo parlare della Resistenza come di una banda di sanguinari assassini, scatenati contro i disarmati e gli innocenti, cosa può esserlo? Sembra venuto il tempo di fermare le diffamazioni da parte del fascismo perenne e strisciante ricordando alcuni punti fermi di quel drammatico passaggio della storia.
C’è una premessa fondamentale, più volte ricordata da Norberto Bobbio: “E se avessero vinto loro, le brigate nere di Mussolini e di Pavolini, se avessero vinto le SS italiane, la X Mas, la Guardia repubblicana e le altre milizie di Salò? Sarebbe stata la fine dell’Italia risorgimentale, nazione libera e indipendente”. Le memorie sono corte, anche quelle dei diffamatori, ma c’è la storia, quella seria, documentata. Lì sta scritto che il nazismo morente si era annesso l’Adriatische Kusterland, le province venete da Trento a Udine, e ne aveva affidato il governo a dei Gauleiter. Che più volte Hitler e i suoi aiutanti avevano dichiarato che il destino dell’Italia era di diventare una terra di vacanze al servizio dei guerrieri tedeschi padroni del mondo. Che anche da noi sarebbero arrivate le camere a gas e i campi di concentramento, le selezioni razziali, l’eliminazione dei malati mentali. Il contributo dei Partigiani perché ciò non avvenisse sono i loro quarantamila morti. Il ritrovato rispetto dei Paesi democratici, il ritorno nelle Nazioni Unite prima e poi nell’Unione Europea, sono o non sono meriti incontestabili della Resistenza, e se lo sono perché i signori che governano non sentono il dovere di difenderla come un bene comune? Un Paese democratico deve rifiutare ogni censura, anche dei nemici della democrazia. Senza limiti? Anche quando i neofascisti dicono nelle nostre Tv che in Via Rasella non ci fu un attacco partigiano ai nazisti del battaglione Bozen, nazisti feroci, ma a un pacifico corteo di buoni ragazzi; o quando un sindaco vuole intitolare una strada a Pavolini, comandante delle brigate nere. Non è apologia di fascismo, questa?

Ernesto Che Guevara

EX LIBRIS

Sogna e sarai
libero nello spirito,
lotta e sarai
libero nella vita.

Ernesto Che Guevara

L’ISOLA CHE NON C’E’ di Stefano Bottoglia

Ci sono tanti modi di fare informazione: c’è chi si avventa sull’operato altrui, chi racconta i fatti con qualche imprecisione (guarda caso a favore del soggetto politico preferito), chi tenta di proporre i fatti in modo imparziale (ma esiste questa parola?). Forse ognuno di questi aspiranti divulgatori raggiunge l’obiettivo almeno parzialmente; fra tutti lo stile che preferisco è quello di raccontare i sogni, di descrivere ilo mondo in cui l’autore vorrebbe vivere.
Spero che anche chi legge simpatizzi per i sogni ad occhi aperti, perché ora lo condurrò in uno dei miei preferiti.
Mi piace immaginare che la democrazia possa essere più di una parola. Mi è stato riferito un episodio in cui un consigliere comunale (non sto parlando di Medole) abbia chiesto all’amministrazione comunale di visionare dei documenti pubblici. Nonostante la legge prevedesse tale facoltà, egli si vide negato tale diritto. Il Consigliere caparbio fece valere i suoi diritti fino ad ottenere (a sue spese) una sentenza del TAR a lui favorevole.
Ma allora ha vinto il bene? No! Perché nonostante la sentenza favorevole i documenti non li ha avuti; c’è chi si sente al di sopra della legge. Al consigliere restavano solo due alternative: proseguire nella sua lotta legale (sempre a sue spese) fino ad ottenere l’intervento delle forze dell’ordine, oppure rassegnarsi.
Ecco! Questo è un esempio di come non vorrei il mondo. Mi piacerebbe che l’illegalità non indossasse la maschera dell’inerzia.
In altri casi c’è che scrive e preferisce non firmarsi. Qualcuno ricorderà che su un foglio dal titolo “LIBERO PENSIERO MEDOLESE”, circolato qualche mese fa, gli autori specificavano la loro preferenza per l’anonimato. Nei miei sogni c’è un luogo dove ognuno si sente libero di dare libero sfogo alle proprie idee senza preoccuparsi di subire pressioni, accuse o giudizi severi. Mi piace immaginare un paese dove ad essere contestate sono le idee non le persone che le sostengono.
Se, per esempio, dico che vedrei meglio Palazzo Ceni come una sede culturale anziché come sede municipale, mi si dovrebbe contestare nel merito, non mi si dovrebbe liquidare dicendo che sono un incompetente. Cosa ci volete fare, ho in mente tutte le necessità di una moderna sede municipale operativa: come cablaggi di tutti i tipi, computers, stampanti, copiatrici, impianti di condizionamento d’aria, ascensori, bagni per disabili, ecc. e chi più ne ha più ne metta. Ho l’impressione che tutti questi interventi fatichino a conciliarsi con la tutela del nostro splendido Palazzo Ceni.
Ma la mia speranza di sognatore mi porta a pensare che chi decide possa cambiare idea, non è un disonore! Così come nessuno sarebbe infastidito se, rispetto all’idea di sopprimere la piazzola ecologica, si tornasse indietro e si decidesse di mantenerla o addirittura di rimpiazzarla con una nuova. Forse non sarebbero nemmeno numerose le obiezioni, se fosse ripensata la sistemazione di Viale Zanella (il Passeggio), molti infatti non condividono la soppressione dei parcheggi lungo lo stesso viale, vista la presenza di un bar, di una farmacia e di uno studio medico.
Fra i miei sogni più cari c’è il declino del “pensiero rigido” così come lo definiva, tanti anni fa, un simpatico pensatore di nome Giordano Bruno. Mah! A pensarci bene, tanto simpatico non doveva essere, visto che i suoi contemporanei gli riservarono un’accoglienza un po’ troppo calorosa!
Visto che siamo nel mondo dei sogni mi permetto un’altra citazione. Un generale cinese chiamato Sun Tzu vissuto tra il VI e il V secolo a.e.v. scrisse un trattato dal titolo “L’arte della guerra” in questo trattato si raccomanda a chi desidera vincere, di fare controinformazione; ovvero di divulgare versioni di fatti falsate o addirittura capovolte, il tutto per creare confusione nel nemico. Credo che avesse ragione e che effettivamente in guerra questo comportamento sia proficuo, ma a me piace pensare che gli uomini possono fare di meglio che seguire le logiche della guerra.
Per ora può bastare, e nel salutare il paziente lettore, desidero regalargli un brano di una canzone di un noto cantautore dedicata ai sogni che alcuni avranno già riconosciuto già dal titolo di questo articolo.

E ti prendono in giro
se continui a cercarla,
ma non darti per vinto perché
chi ci ha già rinunciato
e ti ride alle spalle
forse è ancora più pazzo di te!
(s.bo.)

SIORRE E SIORRI… GLI SBANDIERATORI! di Carlo Damiani

È tutto un proliferare di rievocazioni medioevali, principesse bionde, giostre e tornei a cavallo (ma “vanno forte” anche i più popolari asini o le oche, le capre). Le manifestazioni estive vengono sempre più spesso infarcite di richiami ad un passato remoto che sarebbe veramente interessante conoscere…in realtà ci si limita a fornire qualche immagine stereotipata: contradaioli che si sfidano “in singolar tenzone”, fabbri che battono sull’incudine, artigiani che intrecciano vimini e realizzano cesti sotto gli occhi ammirati di mamme e bambini, falconieri, saltimbanchi e mangiafuoco…da ultimo vengono “offerte” esclusive cene medioevali per intenditori o semplici curiosi disposti anche a mangiare piatti poco gustosi ma…tutti da raccontare. Questa specie di Gardaland è falsa, mai esistite quelle contrade, forse non sono mai esistite nemmeno le principesse bionde…è tutto (o quasi tutto) inventato, in molti casi reclutato già confezionato da quella che ormai è l’industria del divertimento popolare.
E tuttavia potrebbe far sorridere se non fosse che gli stessi che la propongono oppure che accorrono a seguire gli sbandieratori sono coloro che hanno in questi anni, con rigore e determinazione, cancellato ogni traccia del passato perché è brutto e sporco ed hanno fatto spazio a villette con collinetta abbattendo meravigliose cascine ottocentesche, hanno voluto il taglio di piante centenarie per piazzare un arredo urbano di dubbio gusto, hanno cementato e sterilizzato spazi verdi, eliminato archi, muraglie, portoni in legno…hanno cancellato i ricordi della nostra infanzia (che invidia per coloro che da adulti ritrovano le scalinate, i lavatoi, le strade di campagna lungo le quali hanno giocato loro e i loro genitori)…

La ricerca delle proprie radici va fatta col cuore, non con la pancia.
(c.d.)