mercoledì 20 dicembre 2006

PAROLE DI BOCCA (Giorgio)

No, non cedo: la Resistenza non è sconfitta
di Giorgio Bocca
Alcuni recensori del mio ultimo libro Le mie montagne hanno scritto che è “malinconico” perché è il libro di uno sconfitto dalla storia. Il mondo risorgimentale in cui sono nato e sono vissuto non c’è più, la classe operaia non è andata in paradiso ma nelle code delle autostrade e nelle pensioncine di Rimini e Riccione, gli italiani sono a maggioranza qualunquisti, al punto di sembrare nostalgici del peggior fascismo. L’Italia dei valori è un partitino di un giudice ambizioso, ai valori civili non pensa più nessuno, Giustizia e Libertà è un circolo culturale, la politica naviga in acque fetide, la lotta di classe è finita nel precariato dei call center, non si è salvata neppure la storia, non si sono salvati neppure i cippi e le lapidi della guerra partigiana.
Chi è più vinto di uno che ha creduto che la Resistenza fosse l’ultima guerra risorgimentale e ora deve debolmente difenderla dal revisionismo ignorante e falsario?
Chi è più sconfitto di chi sta in un Paese che ripudia la sua storia, e la riscrive in modi diffamatori?
Un Paese in cui, si direbbe, l’unico valore è il profitto à tout prix, neppure giustificato dal merito personale, della ricchezza premio divino. Un Paese che, anche nei suoi delitti, mostra un incanaglimento efferato, giudici che collaborano con le mafie, insegnanti che corrompono i loro allievi, madri che vendono i loro figli. E il compiacimento con cui i media raccolgono ed espongono tutte le sozzure senza che nessuno più tema il dio che incenerì Sodoma e Gomorra.
Eppure qualcosa ricorda agli sconfitti e ai superati che la partita non è persa, che la memoria è più vera del presente, che la guerra perenne, l’affarismo perenne, la corruzione universale non sono un modo di vivere accettabile. O, più semplicemente, fuori da ogni ideologia, che per molti c’è la impossibilità fisica di vivere nel pantano. In fondo, la possibilità di chiuderci in noi stessi, di evitare le complicità e i patteggiamenti esiste, ogni uomo se vuole è una fortezza inespugnabile. E può riscoprire la serietà, la drammaticità della vita, e rifiutare questa cultura del ridere sempre e comunque anche delle idiozie, anche delle volgarità.
Davvero malinconici? Davvero sconfitti? O decisi a salvare il meglio che c’è nella vita? Per noi e per i figli.

I Partigiani diffamati (e non difesi)
di Giorgio Bocca
Dice Pietro Ingrao di essere stupito e offeso per il silenzio delle “stanze alte” della Repubblica sul rigurgito filofascista sui libri e giornali, che fanno a gara nella diffamazione della Resistenza, con i Partigiani tutti assassini. In effetti pare che pochi dei dirigenti dei partiti antifascisti si ricordino che questa Repubblica è fondata sulla Resistenza e che, mai abrogato, c’è il reato di apologia di fascismo. Ora, se non è apologia di fascismo parlare della Resistenza come di una banda di sanguinari assassini, scatenati contro i disarmati e gli innocenti, cosa può esserlo? Sembra venuto il tempo di fermare le diffamazioni da parte del fascismo perenne e strisciante ricordando alcuni punti fermi di quel drammatico passaggio della storia.
C’è una premessa fondamentale, più volte ricordata da Norberto Bobbio: “E se avessero vinto loro, le brigate nere di Mussolini e di Pavolini, se avessero vinto le SS italiane, la X Mas, la Guardia repubblicana e le altre milizie di Salò? Sarebbe stata la fine dell’Italia risorgimentale, nazione libera e indipendente”. Le memorie sono corte, anche quelle dei diffamatori, ma c’è la storia, quella seria, documentata. Lì sta scritto che il nazismo morente si era annesso l’Adriatische Kusterland, le province venete da Trento a Udine, e ne aveva affidato il governo a dei Gauleiter. Che più volte Hitler e i suoi aiutanti avevano dichiarato che il destino dell’Italia era di diventare una terra di vacanze al servizio dei guerrieri tedeschi padroni del mondo. Che anche da noi sarebbero arrivate le camere a gas e i campi di concentramento, le selezioni razziali, l’eliminazione dei malati mentali. Il contributo dei Partigiani perché ciò non avvenisse sono i loro quarantamila morti. Il ritrovato rispetto dei Paesi democratici, il ritorno nelle Nazioni Unite prima e poi nell’Unione Europea, sono o non sono meriti incontestabili della Resistenza, e se lo sono perché i signori che governano non sentono il dovere di difenderla come un bene comune? Un Paese democratico deve rifiutare ogni censura, anche dei nemici della democrazia. Senza limiti? Anche quando i neofascisti dicono nelle nostre Tv che in Via Rasella non ci fu un attacco partigiano ai nazisti del battaglione Bozen, nazisti feroci, ma a un pacifico corteo di buoni ragazzi; o quando un sindaco vuole intitolare una strada a Pavolini, comandante delle brigate nere. Non è apologia di fascismo, questa?

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