lunedì 24 dicembre 2007

QUALITA' DI VITA di Rosa Oliani

A causa dei cambiamenti climatici
sembra che un terzo delle specie viventi
sia destinato a scomparire entro il 2050.

C’è solo da augurarsi
che la prima ad estinguersi
sia quella razza di amministratori
insensibile ai problemi dell’ambiente,
la cui unica preoccupazione
è accumulare sempre più denaro.

Ma quando avremo abbattuto l’ultimo albero
e inquinato l’ultimo fiume,
cosa mangeremo? Le banconote?

Il saggio dice: due cose sono infinite
l’universo e la stupidità degli uomini.
Sull’universo, però, ho ancora qualche dubbio.

( r. o. )

EX LIBRIS - Mario Trevi

La saggezza della vecchiaia
dovrebbe consistere nella felicità
che il mondo continui dopo di
noi, in una maniera che non
possiamo prevedere, e magari
più bella.
Mario Trevi

da "TERRA D'AMORE" di Alda Merini

La verità è sempre quella,
la cattiveria degli uomini
che ti abbassa
e ti costruisce un santuario di odio
dietro la porta socchiusa.
Ma l'amore della povera gente
brilla più di una qualsiasi filosofia.
Un povero ti dà tutto
e non ti rinfaccia mai la tua vigliaccheria.
da "Terra d'amore"

OMERTA’ di Stefano Bottoglia

Quando sentiamo questa parola la nostra mente associa situazioni un po’ distanti: la mafia, la camorra, il profondo sud. Lì probabilmente nasce questa parola come trasformazione della parola “umiltà”. Ad indicare il frequente atteggiamento di coloro che, in modo semplicistico, erano definiti umili.
Sì perché l’omertà è certamente figlia della debolezza. Ma non trascuriamo il clima in cui si sviluppa. Un clima di terrore, di prevaricazione, un clima di paura. Io non parlo, non denuncio, nemmeno esprimo il mio dissenso verso certi comportamenti o certe persone, perché temo che questi miei atteggiamenti possano danneggiarmi. Mi giustifico pensando che ho scelto il male minore. Mi consolo pensando che non ho la vocazione per fare il Don Chisciotte e che tutti, o almeno tanti, fanno come me.
Così, cresce l’illegalità, si sviluppano e consolidano comportamenti antisociali. Il tempo completa l’opera. Dopo anni di proliferazione queste entità sono di una tale consistenza e penetrazione da risultare quasi invincibili.
Fin qui nulla di nuovo. Sono cose a tutti noi familiari. Noi che viviamo nel nord. Familiari ma distanti.
Ma sono davvero distanti?
Non mi risulta che nella provincia mantovana, i commercianti paghino il pizzo o che la violenza e la criminalità organizzata siano presenti. E allora? Perché su un foglio locale ne sto parlando?
Premettendo che sensibilizzare su un tema così serio è sempre importante, non è del sud che vorrei parlare. Vorrei parlare della nostra omertà. Quella che produce effetti meno vistosi ma non meno intossicanti.
Per fare un esempio mi aiuterà un po’ di autocritica giovanile. Da ragazzino mi sono trovato anch’io nel periodo scolastico ad assistere e qualche volta a partecipare alle bravate. Alcune di queste mi parevano innocue altre un po’ meno. Ma mi sono ben guardato dal fare la spia. “Chi fa la spia non è figlio di Maria” dicevano. A quell’età è così importante essere accettati dai coetanei che ben pochi si azzardano a fare i delatori. Ma qualcuno dirà: “sono ragazzi!”. Sì ma non tutti quei ragazzi, crescendo, superano l’ansia da accettazione. Molti di noi lo chiamano opportunismo e riescono con il tempo a darne un’idea positiva. La considerano una forma di saper stare in mezzo alla gente. Ne apprezzano i ritorni economici. Giustificano con questi anche i rospi che devono deglutire.
Funziona così. Si inizia con un po’ di fatica ma poi l’abitudine a chiudere un occhio (a volte due) ci rende le cose più facili.
Questo accade anche nella politica di casa nostra. Quanti di noi non condividono certe scelte ma preferiscono tenerlo per sé. Addirittura non desiderano nemmeno approfondire. Meno so meglio è.
Questi sono esattamente i comportamenti preferiti di chi usa il potere per tutelare i propri interessi o quelli dei propri amici. Questi sono i comportamenti che distruggono la democrazia. Informarsi, valutare, giudicare non è facile. Chi critica può essere altrettanto interessato a tutelare altri interessi. Quindi perché complicarsi la vita?
Perché fra i meandri delle opposte visioni si cela la ricompensa. La nostra opinione. La nostra libera opinione. Ne vale la pena!
Ma la tentazione è molto seducente. Un amico mi faceva notare che offrendo la Sua collaborazione per eventi organizzati da uno schieramento politico vicino, guarda caso, agli imprenditori e alla chiesa, si ottenevano non una ma ben tre ricompense. Quella sociale, quella economica e quella trascendente.
Quella sociale consisteva nell’apprezzamento di tutti i partecipanti alla manifestazione (spesso numerosi). Quella economica è legata agli imprenditori. Questi sceglieranno più facilmente di operare in ambito economico con chi è più vicino a loro. Infine dulcis in fundo la ricompensa trascendente. Ovvero un gradino più in alto verso il regno dei cieli.
Confesso che per un attimo mi sono fatto prendere dallo sconforto. Come si può competere con una tale profusione di gratificazioni? Non si può.
Poi mi sono ricordato dei sognatori. In ognuno di noi c’è un piccolo sogno. C’è il desiderio di libertà, un desiderio di far prevalere le cause che sembrano perse, solo perché ci sembrano più giuste. Una sfida molto ardua ma non impossibile.
Allora mi sono rincuorato. E voglio rincuorare anche il lettore che potrebbe sentirsi sotto accusa. Ce la possiamo fare. Se non altro non dobbiamo smettere di crederci e di tentare.

( s. bo. )

PALAZZO CENI: L’INTRIGANTE UTOPIA di Giovanni Magnani

Chi ha detto che le utopie non si avverano? Tutti in generale sono propensi a credere che le utopie sono tali proprio perché non si concretizzano. Ma non è accertato che sia proprio così e quindi si può essere utopisti, credere in ideali difficilmente realizzabili e porre ipotesi di contrasto quali efficace critica alle istituzioni vigenti. Come già ho avuto modo di scrivere tempo fa su questo foglio, una delle mie utopie è proprio quella di vedere palazzo Ceni – il più prestigioso tra i più prestigiosi di Medole, certamente il più conosciuto e maggiormente carico di storia – tornare agli antichi splendori con una destinazione d’uso che gli sarebbe assai appropriata, quella cioè di “Centro medolese della Cultura” e non certo quella di municipio che ne sminuirebbe la valenza privando ai più la possibilità di godere delle sue salienti caratteristiche e bellezze. A proposito di utopie concretizzatesi cito ad esempio il caso “Teatro” del quale ora, nonostante i discutibili numeri e programmazioni, ci si riempie la bocca. È stata la spinta di un’utopia a far rinnovare il pregiato edificio e riportarlo alla sua originale funzione: un’utopia concretizzatasi che ha contrastato quelle infami proposizioni che volevano lo stabile trasformato in abitazioni. Difficile, tornando a Palazzo Ceni, se non a costi elevatissimi e interventi di grande facoltà progettuale ed esecutiva, il connubio tra le caratteristiche dell’edificio con le esigenze tecnologiche (sovente esteticamente discutibili) di cui abbisogna per la sua funzionalità un edificio di servizio quale è il municipio. Abbiamo sottomano nel circondario esempi lampanti dove quanto appena asserito è riscontrabile; edifici dove si sono stravolte, quando non cancellate o addirittura distrutte testimonianze storiche-artistiche-culturali preziose. Non nego certo che il palazzo municipale debba avere carattere di rispettabilità, di decoro, di buona immagine per il paese, ma ciò non toglie che il municipio possa restare nel palazzo dove è: che più bello ancora potrebbe essere con adeguati interventi coinvolgenti le immediate adiacenze (Firenze è conosciuta assai più per gli Uffizi che per il suo bel palazzo municipale, e così Ferrara per il Diamanti e lo Schifanoia e Mantova per il Te e il Ducale: esempi eclatanti sicuramente, ma significativi). Perché non pensare anche a un municipio nuovo di zecca, moderno, tecnologico, super razionale, sempre sito nel cuore del paese in ambiti non incidenti col centro storico ma nelle sue immediate adiacenze, facilmente accessibile a tutti i mezzi e con relativi parcheggi: a ben guardare soluzioni in tal senso ce ne sarebbero più d’una. A ben guardare la riqualificazione dell’attuale municipio o l’edificazione di uno nuovo non sarebbero proprio utopie visto che in virtù delle miniere d’oro, ovverosia delle cave poste a nord del paese, le casse comunali non dovrebbero assolutamente difettare. Ma ritorniamo a Palazzo Ceni che sta languendo miseramente nel suo stato di cronico, squallido degrado. Nella auspicabile, sollecita riqualificazione, il palazzo potrebbe – qui sta la mia utopia . nuovamente risplendere nella veste del già citato “Centro medolese della Cultura” e cioè quale sede della Civica Raccolta d’Arte, della Biblioteca, dell’Archivio storico. Tre espressioni culturali sinergicamente gestibili (con vantaggi economici e di frequentazione) e reciprocamente valorizzatisi, come a dire: più piccioni con una fava. La funzione di Palazzo Ceni, così concepita sarebbe, non bisogna dimenticarlo, in perfetta sintonia con le volontà testamentarie della donatrice e del suo avo che l’ha ispirata. Con una funzionale previsione progettuale il palazzo potrebbe assolvere pure alla necessità di “rappresentanza”, nonché a quella di “spazio didattico” sia nell’interno che all’esterno dell’edificio tenuto conto del bel giardino con ingresso da via Mazzini. Esempi in tal senso sono riscontrabili anche in centri a noi vicini ed in particolare a Carpendolo in Palazzo Deodato Laffranchi. Una sede multiculturale siffatta permetterebbe un incremento di iniziative collegate di più alto profilo, di maggior consistenza e di maggior caratterizzazione. Come noto gli insediamenti culturali “Fissi” sono assai più produttivi rispetto alle sedi occasionali o sparse ed aiutano notevolmente l’incentivazione e la caratterizzazione dell’azione culturale.
È altrettanto noto il grande bisogno di cultura così com’è assodato che questa produce grandi e a tutti gli effetti innegabili benefici. Palazzo Ceni, visto nell’ottica fin qui in sintesi estrema prospettata diverrebbe un anello primario della magnifica concatenazione di quello che è tutto l’impareggiabile centro storico medolese con le sue “copiose” emergenze. Una realtà questa nostra medolese difficilmente riscontrabile altrove in provincia di Mantova. Una realtà che potrebbe favorire la non mai sopita aspirazione turistica del paese non sempre espressa e valorizzata alla bisogna. Aspirazione ad un turismo culturale indubitabile fonte di vantaggio economico e di miglior qualità di vita. Un’utopia quella qui sommariamente espressa che, a mia convinzione, potrebbe diventare realtà. Ma perché ciò avvenga c’è necessità di comprendonio, di vedute in prospettiva e soprattutto di coraggiosa volontà politica. Il grande Cosimo de’ Medici detto il Vecchio, illuminato politico e pater patriae, già nella Firenze del Quattrocento, affermava che è la “cultura praticata” a proiettare e portare in avanti. Una affermazione che la dice lunga al proposito e che spero fortemente possa far riflettere.
( g. m. )

GIOVANI SENZA TERRA di Jessica Vanni

Sempre più di frequente veniamo a conoscenza di gravissimi atti di violenza da parte di giovani e giovanissimi italiani che pare investano le loro energie nel commettere tali atti contro se stessi e gli altri.
Numerose pagine di cronaca vengono dedicate a gruppi di giovani adolescenti che maltrattano compagni più deboli picchiandoli, derubandoli e soprattutto costringendoli al silenzio;
a insegnanti che non riescono a fronteggiare le numerose angherie alle quali vengono sottoposti;
a giovani che ricorrono a sostanze stupefacenti e alcoliche con l’illusione di ottenere un’alterazione psicologica che permetta loro di differenziarsi da chi sceglie di rispettare le regole della convivenza civile;
ed infine da sempre più casi di giovani affetti da disturbi alimentari (come anoressia e /o bulimia) che vedendo i loro corpi troppo diversi dalle varie “Veline” e “Costantino” di turno si sentono sempre più inadeguati alla vita.
A mio avviso anziché limitarsi a etichettare tali giovanissimi come “bulli”, “vandali”, “tossici”, “perdi-tempo”, “scansafatiche”…. e con tanti altri appellativi che non sto ad elencare…. sarebbe forse meglio considerare di ogni ragazzo il COGNOME che porta, l’INDIRIZZO CIVICO che occupa e l’ALBERO GENEALOGICO che lo riguarda.
Questo non per deresponsabilizzare i giovani dalle loro malefatte, rischiando così di affibbiargli l’etichetta di “vittime”, ma bensì con l’intento di riuscire a guardare oltre a ciò che questi ragazzi ci propongono!
Saranno pur figli di qualcuno!...Di bravi genitori che però indaffarati nel lavoro per sostenere il caro vita delegano l’educazione dei figli al gruppo dei pari? O forse di genitori che presi da incomprensioni sentimentali pensano che i loro figli “ quando cresceranno, capiranno”?
Io ritengo (e questo è il mio umile pensiero) che tutti questi gravissimi atti così eclatanti siano la manifestazione di un universo SOMMERSO di problemi che questi giovanissimi si portano dentro: solitudine, abbandono, violenza, insoddisfazione, disinteresse?
Sarà forse che questi giovanissimi scelgono di rubare, picchiare, imbrattare muri e drogarsi per attirare l’attenzione di qualche adulto? Forse proprio di quegli adulti che da tempo hanno smesso di vederli e considerarli importanti?
Se ci badiamo bene questi giovanissimi che cadono a delinquere lo fanno secondo modalità piuttosto “sgamabili”…. Allora o questi sono degli stupidi che si credono dei supereroi oppure, a modo loro, stanno esprimendo tutta la loro rabbia!
Credo nell’importanza dell’ EDUCAZIONE e RIEDUCAZIONE SOCIALE e per questo vorrei fare un appello a chi potrebbe almeno provare a prevenire tali disagi creando o potenziando “punti d’ascolto” gratuiti e gestiti da personale qualificato dove i giovani e i loro genitori potrebbero trovare l’aiuto necessario ad affrontare malesseri che se lasciati sedimentare potrebbero sfociare in disgrazie.

( j.v. )

LA LENTE SULLO SPORT KARATE di Giovanni Magnani

Sport, è il sostantivo che indica, detto in breve, l’attività che impegna sul piano dell’agonismo oppure dell’esercizio individuale o collettivo, le capacità fisiche e psichiche dell’individuo con intenti ricreativi o a fini di lucro. Oggi, purtroppo, le finalità nobili dello sport sono prevaricate da quelle venali o, comunque, da interessi subdoli, che nulla hanno a che vedere con gli appena citati nobili intenti. Ma, come ogni medaglia, anche quella dello sport ha un diritto e un rovescio, un negativo e un positivo; positivo che fiorisce soprattutto in certe discipline, in certi atleti, in certi ambiti. Medole finora in questo senso, salvo qualche sporadico, macroscopico episodio, è fuor d’ogni dubbio da considerare un’isola felice. Qui lo sport si pratica da sempre, espresso in disparate discipline tra le quali la più significativa è e resta il tamburello per le note ragioni e per l’antico radicamento in loco. Ma, nei nostri tempi moderni, esp’ressione della globalizzazione, molte discipline sportive nate altrove nel mondo hanno trvato albergo anche nella nostra penisola, nelle nostre città, nei nostri paesi. È il caso del Karate che dal profondo antico dell’Oriente ha incontrato ovunque nel tempo un incredibile consenso e nella metà del secolo scorso, le buone ragioni ci sono, è stato regolamentato sportivamente.
A Medole, nel suo piccolo, lo sport ha sempre avuto adepti che si sono estrinsecati al meglio nella promozione e nella pratica del medesimo. Molti medolesi, infatti, sono saliti, com’è luogo comune dire, sui gradini più alti di ambiti podi, hanno indossato prestigiose maglie, si sono cinti di allori di primaria importanza nazionale, esprimendosi in gruppo o individualmente: campioni eccellenti nella palla tamburello, nelle bocce, nel tiro al piattello e in tempi odierni anche nel Karate, a livello mondiale. Proprio in questi giorni abbiamo incontrato un campione fresco di nomina di quest’ultima disciplina. È appunto questa la ragione per la quale ne scriviamo ed anche perché il Karate, incredibile ma vero, è praticato in paese da più di quindici anni almeno grazie alla scuola promossa e guidata dal maestro Ciro Varone (C.n. 6° Dan) di chiara fama, membro della Commissione Tecnica Nazionale. Una scuola, quella medolese di Varone, che nel tempo è diventata, si può dire, un’istituzione grazie al rapporto che questo straordinario sportivo ha saputo instaurare con gli allievi e le loro famiglie; una scuola che ha sempre navigato a gonfie vele ma che ora incontra esecrabilmente qualche maretta a causa del condizionamento degli spazi operativi, ma che resiste nella sua missione grazie alla caparbietà dei promotori e alla comprensione dei sostenitori.
La scuola, un vero benefico servizio, sempre molto frequentata, vede raccolti ai giorni nostri una ventina di giovanissimi che vanno dai 5-6 ai 13-14 anni con prospettiva di continuazione in età più matura nelle palestre varoniane di Montichiari e di Castel Goffredo, tutte sotto l’egida della Ten-no Karate Do nazionale. A Medole, nell’ambito della Ten.No Karate Do, agisce un giovane istruttore locale di lusso, il ventinovenne Angelo Scutari dotato di una grande passione per le arti marziali e di un notevole spirito di iniziativa. Di lusso, si diceva, perché Angelo quest’anno, grazie al suo impegno e alla collaborazione del maestro Varone, ha conquistato in Spagna, a Valencia, nientemeno che il titolo di vice campione mondiale nella specialità Kumitè (Cat. Pesi massimi + 75 Kg.), Kumitè sta a “combattimento libero”. Un titolo straordinario per il “Nostro” istruttore (C.N. 3° Dan) anima della scuola locale. Abbiamo chiesto ad Angelo quali sono state le motivazioni che, dopo la passione giovanilissima per il calcio, lo hanno spinto alla scelta della severa disciplina del Karate, non violenta, anzi, severa e assai rigorosa. Il campione ci ha fornito molte motivazioni, in primis quella del desiderio di misurarsi con se stesso, di potersi misurare con altri in confronti a mani e piedi nudi, senza attrezzi, in un faccia a faccia ricco di regole precise e inderogabili che sono sì scuola di vita e di comportamento ma anche di nobili principi morali e di rispetto altrui. Uno sport “Pulito e Puro” sotto tutti gli aspetti, che non ammette equivoci, richiede fermezza, soprattutto passione e grande pazienza nella ricerca di quella irraggiungibile perfezione comunque da inseguire con perseveranza e modestia.
Angelo, al riguardo, confessa d’aver vinto la sua prima gara dopo un’esperienza coltivata per 9 anni. L’atleta medolese parla anche del fraterno rapporto che attraverso la pratica si consolida con colleghi di palestra e con gli avversari che, fuori dal tappeto di combattimento, sono sinceri amici, sinceri compagni di edificanti conversazioni sportive, sodali di spogliatoio: luogo dove si esprime l’essenza verace dell’amicizia. Uno sport tosto il Karate, che tempra, povero, quindi tutt’altro che mediatico. Ragion per cui – lamenta Scutari – la pratica di questa disciplina, come altre ingiustamente considerata minore, meriterebbe invece di più, una maggior attenzione verso i suoi valori.
Ma nonostante ciò, Angelo è un entusiasta: lo si capisce da come parla della realtà medolese della sua scuola, dei suoi allievi e delle sue responsabilità di educatore. Un entusiasmo quello del Nostro che è “benzina” preziosa per la continuità dell’attività di Medole. Attività che, come detto, è ormai un’istituzione e un servizio per la comunità. “Benzina Super” per il superamento delle molte difficoltà di percorso combusta nella speranza che a breve si concretizzi la necessità di disporre in loco di pubblici locali veramente consoni e accessibili alla pratica del Karate.
( g. m. )

PIROSSINA: RITORNA IL PROGETTO DISCARICA!!! di Giovanni B. Ruzzenenti

ANTEFATTO:
Negli anni ’90 la ditta “Ambiental Geo”acquisì l’enorme cava in località Pirossina, sfruttata come cava di prestito per la riqualificazione della Statale Goitese, sul territorio di Castiglione a ridosso del Comune di Medole, con l’intenzione di utilizzarla come discarica per rifiuti tossici; il pericolo fu scongiurato grazie ad una vera e propria sollevazione popolare e alla forte opposizione delle aziende di Castiglione, del Comitato antidiscarica, dei comuni di Medole, Castel Goffredo, Carpendolo e limitrofi; la sentenza definitiva del TAR bocciò poi il progetto perché insostenibile per la posizione e conformazione del terreno e perché il Comune di Castiglione presentò un progetto alternativo di pubblica utilità (centro polisportivo e parco) che si sarebbe potuto realizzare grazie al contributo delle aziende Castiglionesi.
Quest’ultimo progetto, però, non fu più portato avanti dalle successive amministrazioni di Castiglione.

VENIAMO AI GIORNI NOSTRI:
breve cronistoria e considerazioni.
Durante lo scorso mese di agosto un consigliere del Comune di Castiglione lancia l’allarme circa un progetto che ha cominciato a circolare negli uffici del Municipio, secondo il quale un’altra azienda avanza una nuova richiesta per aprire una discarica di “inerti” nella cava medesima; da rilevare l’atteggiamento del Sindaco di Castiglione che, inizialmente, nega l’esistenza di qualsiasi richiesta scontrandosi con il Consigliere della sua stessa maggioranza
Nel mese di settembre viene depositato il progetto contemporaneamente in Comune, Provincia e Regione; la ditta richiedente è la “Blu Service Srl”, una società senza alcuna esperienza nel settore discariche, che non risulta nemmeno inserito tra le proprie finalità sociali, con un capitale sociale minimo consentito di 10.000 Euro, assolutamente inadeguato per un progetto come quello presentato che richiede investimenti ingenti; ciò porta, naturalmente, ad indagare nella composizione societaria, ma dalle visure camerali emerge che la società fa capo ad altre società che a loro volta fanno capo ad altre società (le cosiddette scatole cinesi), tutte con capitale sociale minimo, quindi di nessuna garanzia, fino ad arrivare a due fiduciarie delle quali non è dato conoscere i proprietari. Sorge spontanea una considerazione: la gestione delle società costa, per cui, chi non ha niente da nascondere, non ne apre in quantità.
Dai codici depositati, si rileva che i rifiuti cosiddetti “inerti” sono in realtà inquinanti e pericolosi “inertizzati”, poiché si tratta di rifiuti prodotti da trattamenti chimici, residui delle lavorazioni di acciaierie e fonderie, miscele bituminose e catrame, rifiuti provenienti da operazioni di bonifica di terreni inquinati, fanghi degli impianti di depurazione, ecc.; queste tipologie di rifiuti reagiscono al contatto con l’acqua, rilasciando nelle falde sottostanti, che tra l’altro in diversi punti emergono in superficie, sostanze che causerebbero un inquinamento tale da rendere impossibile successivamente qualsiasi opera di bonifica. Le falde acquifere sottostanti servono il bacino dei nostri acquedotti per oltre 100.000 persone.
Sul territorio nelle immediate vicinanze, hanno sede alcune tra le più importanti aziende alimentari italiane che, per garantire i loro standard qualitativi e di immagine dovrebbero migrare verso territori non a rischio di contaminazione, con il licenziamento di centinaia di persone e la chiusura degli stabilimenti; come se il fenomeno della delocalizzazione delle imprese non fosse già abbastanza pesante dalle nostri parti.
L’area è zona di produzione agricola, vinicola e di allevamenti di animali con marchi di qualità
La realizzazione della discarica sarebbe un atto lesivo dei diritti del Comune di Castiglione che avrebbe dovuto già diventare proprietario del terreno della ex cava al termine dell’attività estrattiva, quale condizione posta dalla Regione nell’autorizzazione all’escavazione, purtroppo non ottemperata.

ULTIMI SVILUPPI.
Mercoledì 28 novembre è stato convocato, su richiesta delle opposizioni, il Consiglio comunale di Castiglione, in seduta aperta all’intervento dei cittadini, con all’ordine del giorno lo specifico argomento del progetto di discarica alla Pirossina.
Oltre a numerosi cittadini che hanno riempito la sala consiliare, era presente l’Assessore all’ambiente della Provincia di Mantova Giorgio Rebuschi che ha confermato la ferma opposizione alla discarica, sospendendo il procedimento autorizzativo sino all’espletamento del processo (prioritario) di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) da parte della Regione Lombardia.
Presente anche il consigliere regionale Carlo Maccari, il quale ha comunicato che anche la Regione ha sospeso il procedimento a causa di diverse carenze nel progetto; ha però sostenuto che, comunque, le scelte sono in gran parte affidate all’apparato tecnico che dovrebbe essere imparziale. Argomento pericoloso perché sottrae i politici alla loro prioritaria responsabilità, un modo comodo per svicolare.
Infatti l’altro consigliere regionale presente, Antonio Viotto, ha dichiarato la netta contrarietà alla discarica, sostenendo che, per ottenere il risultato, i politici non possono tirarsi in disparte, in quanto i tecnici degli enti pubblici dipendono, appunto, dai politici.
I dubbi sull’imparzialità dei tecnici è emersa chiara dal dibattito, nel quale si è rilevato che un funzionario dell’A.R.P.A. (Azienda Regionale per l’Ambiente), responsabile del servizio discariche, si è reso responsabile di accompagnare i titolari del progetto discarica alla presentazione del progetto stesso al Comune di Castiglione; il suo superiore, direttore provinciale dell’A.R.P.A., sempre dipendente regionale, ha giustificato il comportamento del suo sottoposto come “iniziativa personale fuori servizio”. Palese ammissione di reato commesso da entrambi, ma ancora più grave, evidenza di “controllori controllati da coloro che dovrebbero essere controllati”. Quindi smentito clamorosamente il consigliere regionale Maccari che, nella replica finale, ha glissato con battute su altri argomenti, completamente estranei all’oggetto della seduta.
Altro fatto gravissimo, l’assenza dell’Amministrazione comunale di Medole (primo comune che veramente subirà le conseguenze della discarica), in quanto era stato convocato contemporaneamente un consiglio comunale a Medole, fra l’altro per argomenti di ordinaria amministrazione. Questa coincidenza è facilmente sospettabile di malafede in quanto, con la scusa dell’impegno consiliare, l’Amministrazione di Medole ha evitato di doversi schierare. Purtroppo è prevalso il calcolo della convenienza di rapporti con i partiti di maggioranza regionale (Forza Italia, Alleanza Nazionale, Lega Nord) coinvolti in modo differenziato a sostegno del progetto discarica. Allora i nostri amministratori, sponsorizzati sempre da questi loro superiori (checché ne dica il Sindaco), hanno pensato bene di mandare l’assessore Salvadori dimezzata inspiegabilmente (ma non troppo) nelle deleghe, a pronunciare pleonastiche parole di circostanza.
Ad ogni modo, gli interventi del folto pubblico sono stati molto pressanti, costringendo le autorità presenti ad assumersi impegni più incisivi per fermare la discarica.
Le aziende hanno assicurato la loro disponibilità a contribuire sino al 100% all’acquisizione dell’area destinandola ad uso pubblico; nonostante ciò, il sindaco di Castiglione nell’intervento conclusivo, ancora ha voluto ricattare la popolazione insinuando che i soldi spesi per recuperare quest’area saranno decurtati da altri progetti.
Non ci resta che continuare a pressare sino al risultato concreto, interessandoci tutti in prima persona.( g.b.r. )

EX LIBRIS di Vitaliano Brancati

La massa in tutte le parti del mondo, è per suo istinto reazionaria: adora l’autorità e il miracolo.
I problemi di libertà e progresso sono problemi individuali…

Vitaliano Brancati

QUANDO LA SALUTE PASSA IN SECONDO PIANO……di Carla Brigoni

Mercoledì 28 novembre ho partecipato all’affollato Consiglio Comunale aperto indetto dall’amministrazione comunale di Castiglione delle Stiviere riguardante la cava Pirossina. Non è mia intenzione in questa sede spiegare l’ormai tristemente nota questione, bensì mettere al corrente chi legge di alcuni dubbi e considerazioni che mi sono sorti dopo aver ascoltato il dibattito.
Il pronunciamento contro la discarica di inerti proposta dalla Blu Service è stato unanime; ogni consigliere, ogni rappresentante di settore o categoria, ha esposto le sue argomentazioni: il degrado dell’ambiente, il traffico pesante, i rumori, il deterioramento dell’immagine delle industrie, la conseguente ricaduta socio-economica……Tutti argomenti condivisibili, ma io intanto mi chiedevo: se inerte non significa innocuo, se i materiali che vi dovrebbero confluire possono rilasciare sostanze inquinanti, cosa può accadere alla falda acquifera che scorre sotto? È importante il paesaggio, la salvaguardia di luoghi storici, l’immagine delle industrie…..ma perché prima di tutto questo non si parla di salute, della salute di migliaia di cittadini che viene minacciata? A quale posto si colloca la salute in questa gerarchia di valori? In risposta è intervenuto l’assessore di Medole Sabrina Salvadori, che ha illustrato con dati reali la situazione idrica derivante dall’utilizzo dei pozzi collocati in zona Pirossina, ha focalizzato l’attenzione sul grave danno che il progetto discarica può arrecare alla salute di almeno 100mila persone, tanti sono gli utenti degli acquedotti alimentati dalla falda.
Il sindaco Paganella, il consigliere regionale Maccari, hanno ribadito che il giudizio di compatibilità ambientale spetta alla Regione, ma non hanno esplicitato i criteri in base ai quali l’ARPA valuta la compatibilità ambientale. Mi auguro che il primo criterio sia la salute pubblica e che tali criteri non godano di elasticità e adattabilità, come purtroppo capita in altri settori.
In conclusione ho sentito tanti no, ma non ho sentito un progetto concreto a sostegno del no: non basta avere un obiettivo comune per perseguirlo, bisogna condividere e portare avanti un progetto in cui attori, azioni, tempi, modi siano esplicitati e verificabili. Una relazione non è un progetto, e senza un progetto le buone intenzioni e le belle parole non bastano a raggiungere l’obiettivo.
Uscendo dal Consiglio ho ripensato a quando bastava superare i confini di un comune per sentire pronunciare la medesima parola in modo diverso, ora tutti la pronunciamo allo stesso modo, ma non per tutti Salute ha lo stesso valore.
( c.b. )

COME DON CHISCIOTTE

"Mi vuoi dire, caro Sancho,
che dovrei tirarmi indietro,
perchè il Male ed il Potere
hanno un aspetto così tetro?
Dovrei anche rinunciare
ad un po' di dignità,
farmi umile accettare
che sia questa la realtà?"

SULLE ORME DI S. AGOSTINO di Stefano Bottoglia

A volte accade che non si comprenda una situazione, non si riesca a capire le motivazioni che hanno indotto i protagonisti ad agire in un determinato senso.
A me è capitato lo stesso quando sono venuto a conoscenza delle decisioni dell’Amministrazione comunale relativamente alla piazzola ecologica.
Già mi era stato difficile comprendere la scelta di spargere per il paese un certo numero di cassonetti per la raccolta dei vegetali, mi pareva che sia sul piano estetico che sul piano funzionale, non fossero l’ideale. Non è infatti infrequente verificare che questi cassonetti si trasformino in mini discariche.
Ma con un certo sforzo mi sono rassegnato all’esistenza di una diversa sensibilità estetica.
Ma la soppressione della piazzola, proprio non riuscivo a comprenderla. Ho subito avuto la percezione che Medole fosse stato retrocesso in serie B. In quanto all’accesso alle piazzole di altri paesi, mi sembrava una soluzione decisamente scomoda e limitante. Ho visto spesso giungere alla piazzola (ora soppressa) dei medolesi con un semplice carrettino, trainato da bici o motorini e mi sono immaginato che costoro non avrebbero mai fatto un viaggio con quei mezzi di fortuna fino a Guidizzolo o a Castel Goffredo. Pertanto questa distanza che per un soggetto automunito può essere relativa per altri meno fortunati diventa una grossa limitazione.
Occorre non dimenticare che è previsto anche il ritiro a domicilio di alcuni rifiuti ingombranti, ma è solo una volta al mese e solo in quantità limitate. Anche questa non è una limitazione da poco. Si sa, noi lombardi siamo gente sbrigativa, quando abbiamo per le mani dei rifiuti per giunta ingombranti, non vediamo l’ora di disfarcene.
Così è successo a me, durante il periodo estivo appena trascorso ho riordinato il garage ed ho deciso di liberarmi di alcuni oggetti: una vecchia pompa elettrica, alcune sedie metalliche sgangherate, ecc. Quindi ho caricato sulla mia auto il tutto e sono andato a Castel Goffredo. Ho constatato personalmente che la discarica non è nemmeno a Castel Goffredo ma in una frazione denominata “Villa” parecchio distante dal paese. Insomma un vero e proprio viaggio. Inoltre quando finalmente sono giunto a destinazione ho dovuto attendere il mio turno; sarò stato sfortunato ma ho atteso quasi un quarto d’ora prima che mi indicassero dove potevo scaricare (a Medole non mi è mai capitato!). Infine mi hanno indicato di salire su una rampa piuttosto ripida per procedere allo scarico. Ho immaginato che per una signora anziana e non tanto abile nella guida, la manovra di accesso alla rampa, sarebbe stata un bel problema.
Ma alla fine ce l’ho fatta e sotto il sole cocente del pomeriggio ho ripercorso i 9 chilometri per tornare a Medole. Mentre tornavo scuotevo la testa pensando a quanto tempo e carburante mi era costato quel viaggio e al fatto che altri soggetti meno coscienziosi di me potevano essere facilmente indotti a liberarsi dei rifiuti lasciandoli in un fosso, certamente agendo in modo meno rispettoso dell’ambiente ma assai più comodo.
Ancor più di prima mi interrogavo sulle ragioni della soppressione della piazzola medolese.
Poi sempre quest’estate ho avuto la folgorazione. Mentre leggevo le confessioni di S.Agostino ho trovato finalmente una possibile spiegazione. Nelle “Confessioni” si esprime il seguente concetto: “Dio deve preferire che l’uomo giunga al bene attraverso la sofferenza piuttosto che tale percorso sia indolore”. Non mi avventuro assolutamente in alcun tipo di valutazione di tipo teologico ma mi è parsa una singolare concordanza. Evidentemente l’amministrazione si deve essere ispirata ad un principio simile. Tanto maggiore è lo sforzo tanto maggiore è l’appagamento.
Devo concludere con il timore che la popolazione medolese non sia composta da soli volenterosi ma l’importante è indicare un cammino virtuoso e avere fede nel desiderio di miglioramento continuo. Se questo poi dovesse comportare qualche sgradevole effetto collaterale porteremo pazienza.

( s.bo. )

IL MIO BAMBINO A CHI LO DO? di Giulia Redini

“Stella stellina,
la notte si avvicina,
la fiamma traballa,
la mucca è nella stalla,
la mucca e il vitello,
la pecora e l’agnello,
la chioccia e il pulcino,
ognuno ha il suo bambino,
ognuno ha la sua mamma
e tutti fan la nanna”.
È una ninna-nanna dolce e orecchiabile, che piace molto ai bambini, a tutti i bambini… anche a quei bambini che non hanno la loro mamma o che, pur non essendo orfani, non vivono insieme alla loro mamma.
Credo sia capitato ad ognuno di noi di pensare almeno una volta, almeno per un momento, che queste situazioni sono reali ma spesso, purtroppo, il nostro è solo un pensiero e, come tale, svanisce l’attimo dopo in cui è stato concepito.
Eppure queste realtà esistono, questi bambini esistono e non solo nei nostri pensieri… esistono, con le loro storie, i loro problemi, il loro passato.. un passato spesso tormentato, segnato da violenze, traumi, abusi, maltrattamenti… e abbandoni.
ABBANDONO: è questa la condizione che caratterizza e accomuna tali bambini, sia esso un abbandono fisico, nel senso di un reale allontanamento dalla propria realtà familiare, ritenuta “patologica” o addirittura pericolosa per il minore, sia esso un abbandono più profondo ma meno evidente.. è tale l’abbandono psicologico, per cui ogni bambino “vive” la situazione di disagio che lo travolge e, prima che possa razionalizzare il cambiamento che inevitabilmente dovrà affrontare, si ritrova su una macchina nera delle forze dell’ordine che lo accompagnerà in un luogo lontano, in cui le violenze e gli abusi lasceranno spazio all’accoglienza, all’accudimento, all’educazione e alla protezione in una “Comunità protetta per minori”.
È questa la definizione dei cosiddetti luoghi di salvezza in cui vengono portati i bambini in situazioni di emergenza che devono essere letteralmente “tolti” alla famiglia di origine, dimostratasi inadatta e, soprattutto, pregiudizievole, a svolgere il compito per cui è stata pensata. E così, bambini e adolescenti, ma spesso si riscontrano casi di diversi fratelli provenienti dallo stesso nucleo familiare, delle più diverse età e delle più diverse condizioni psico-fisiche arrivano in questi luoghi a loro completamente sconosciuti ed estranei.
L’immediata reazione, che spesso segue l’iniziale disorientamento, è di netto rifiuto di questa nuova “famiglia allargata ed eterogenea”, rifiuto che si manifesta in veri e propri atti di violenza verso gli educatori e i responsabili della struttura, ai quali si attribuisce la “colpa” per la perdita (in senso fisico) dei genitori e, più in generale, di quella famiglia che, pur nella miseria di un accampamento improvvisato in strada o nella violenza di un appartamento, rappresentava l’unico punto di riferimento per queste creature e l’unica realtà conosciuta, inconsapevoli che la vera “famiglia” dovrebbe invece essere il primario nucleo il cui compito principale consiste nella tutela, nell’educazione, nel mantenimento e nella protezione della propria prole, in accordo con il modello familiare socialmente e generalmente definito.
Tuttavia, gradualmente, il rifiuto lascia spazio alla rassegnazione e in alcuni casi, ma ciò è legato principalmente al grado di maturità psichica del minore, alla comprensione che in effetti la “Comunità” non deve essere intesa come un nemico senza il quale il bambino potrebbe ancora essere (in)felice con la propria mamma e il proprio papà (ma non sempre, effettivamente, il bambino vive con entrambi i genitori poiché non sono rare le situazioni in cui uno dei due abbia problemi di tossico o alcol dipendenza, si trovi in carcere o non se ne conosca l’identità)… ma si comincia a vedere la Comunità come un’ancora di salvezza, alla quale è necessario tenersi saldi per non affogare. O meno utopicamente, si realizza che la Comunità è l’unica alternativa possibile, in quanto il Tribunale dei Minori ha deciso che così doveva essere… almeno fino al raggiungimento della maggiore età. È a quest’età, infatti, che al minore divenuto maggiorenne è consentita una scelta: affrontare il mondo da solo o accettare il sostegno della Comunità per un graduale e più sicuro inserimento nella realtà sociale. Non è così scontata la seconda scelta, anche se più razionale, ma non è ininfluente il fatto che questi ragazzi hanno vissuto parte della loro vita in condizioni inimmaginabili e incivili e, malgrado il tempo trascorso in Comunità (a volte mesi, a volte anni, a volte l’intera infanzia e l’adolescenza), può essere che il legame con il loro “passato” e con le loro origini risulti più solido a dispetto dell’umanità che ha cercato di offrire loro la Comunità. Legame sicuramente rafforzato dai regolari incontri con la famiglia (o con alcuni componenti di essa), seppur in un ambiente protetto e sotto la costante sorveglianza di assistenti sociali ed educatori, a meno che tali incontri siano esplicitamente vietati dal Tribunale dei Minori, e dai colloqui telefonici che devono essere preventivamente accordati e autorizzati.
Fortunatamente non è sempre questo l’epilogo di tali situazioni; può capitare, infatti, che il minore venga dichiarato in stato di adottabilità in quanto impensabile è un suo re-inserimento nella famiglia biologica, e quindi venga effettivamente affidato a una famiglia disposta ad accoglierlo nel proprio nucleo per offrirgli un futuro migliore o che, vivendo ancora in Comunità al raggiungimento della maggiore età, decida di accettare il sostegno della struttura ed affidarsi ad essa per realizzare i propri obiettivi futuri.
Comunque si evolvano queste situazioni, è importante capire l’importanza e il fondamentale ruolo che svolgono le Comunità protette per minori o le strutture simili, e il necessario sostegno di cui esse stesse hanno bisogno per sopravvivere: a tale proposito un ruolo fondamentale giocano, oltre al personale educativo e socio-assistenziale che lavora al suo interno, i volontari e le diverse personalità che ruotano intorno alla Comunità stessa, perno essenziale e indispensabile per il migliore funzionamento della struttura.
Senza tutti questi elementi, che si integrano e si sostengono a vicenda, non esisterebbero le Comunità e, di conseguenza, non sarebbe possibile parlare di futuro per questi bambini, senza nessuna colpa se non quella di essere nati nella famiglia sbagliata.
( g. r. )

C’E’ IL FANS-CLUB RITA LEVI MONTALCINI

Numeroso e interessato il gruppo di medolesi che si sono ritrovati sere fa per rinnovare in amichevole assemblea le “speranze”, riflesso auspicabile del successo delle elezioni primarie che si sono tenute il 14 ottobre scorso per la costituzione del Partito Democratico. Lo scopo dell’incontro, è stato particolarmente quello della formazione di un “Fans-club” dedicato a Rita Levi Montalcini.
Senatrice, Premio Nobel, donna di indiscutibile caratura scientifica morale e culturale, esempio di coraggio, civismo, senso del dovere e coerenza. Esempio, nonostante l’età avanzata, per colleghi e per tutti i cittadini, donne in primis.
Logicamente, all’assemblea si è fatta notare, infatti, la superiorità numerica femminile. Unanime, lo spirito di solidarietà con l’azione della Senatrice a vita e il proposito di stringere con la stessa, in forma e modo adeguati, contatti e rapporti futuri finalizzati alla crescita culturale e di conoscenza di chi ha aderito all’iniziativa e di chi vorrà aderirvi. Alla riunione ha fatto seguito l’invio alla Senatrice di una lettera di complimenti e di costituzione del “Fans-club” che porta il suo nome, lettera che qui di seguito pubblichiamo.
Gentilissima Onorevole Senatrice,
ammirati dalla Sua determinata coerenza nell’esercizio del mandato parlamentare affidatoLe dal Presidente della Repubblica per i Suoi alti meriti civili, ci siamo autoconvocati in pubblica assemblea stasera, martedì 20 Novembre, per evocare e condividere i principi e le qualità che muovono il Suo operato: di donna in parità, senza timori e nello stesso tempo esente da ostentazione; di saggezza ed ironia nel respingere le aggressioni perpetrate da personaggi incivili, per cui esprimiamo anche tutta la solidarietà possibile.
Voglia gradire, anche se animati da apparente goliardia, ma in realtà espressione di gioviale amicizia, la nostra costituzione in “Fans-club RITA LEVI MONTALCINI”.
Ci sembra un modo meno burocratico di esserLe vicini e sentirci un po’ partecipi di questa bella esperienza di vita civica e civile che sta dimostrando esemplarmente a buona parte dei Suoi colleghi e che, nello stesso tempo, diventa esempio di vita anche per noi comuni cittadini di cui pensiamo avere sempre bisogno. Ciò diventa per noi anche motivo di speranza per il proseguimento della Democrazia, troppo spesso deviata da politici indegni.
Forse avanziamo una richiesta eccessiva, considerati i Suoi impegni, ma ci piacerebbe farLe visita, magari direttamente al Senato della Repubblica.
Ringraziamo con tutto l’orgoglio possibile porgendo i migliori saluti

Fans-club R.L.M. di Medole (MN) (sottoscritto dal primo gruppo di aderenti)

Medole, 20 Novembre 2007.

IL CERVELLO: SE LO COLTIVI FUNZIONA - Rita Levi Montalcini

Proponiamo qualche passaggio significativo tratto da alcune interviste alla Senatrice Rita Levi Montalcini pubblicate sul quotidiano “La Repubblica”.

- La voce è limpida, la conversazione è lucidissima. "Credo che il mio cervello, sostanzialmente, sia lo stesso di quand'ero ventenne. Il mio modo di esercitare il pensiero non è cambiato negli anni. E non dipende certo da una mia particolarità, ma da quell'organo magnifico che è il cervello. Se lo coltivi funziona. Se lo lasci andare e lo metti in pensione si indebolisce. La sua plasticità è formidabile. Per questo bisogna continuare a pensare".
"I miei anni? Pesano un po’, ma non sono poi così ’limitativi’ come lo sarebbero con un cervello poco funzionante. Sto bene, sono capace di intendere, e i deficit uditivi e visivi sono ampiamente compensati dai miei collaboratori". "Col video ingranditore riesco ancora a leggere, anche se con più lentezza di prima. In passato mi alzavo alle quattro del mattino (ho sempre dormito poco) e alle nove avevo già letto cento pagine. Ora, nello stesso arco di tempo, riesco a leggerne una decina.
Il che non m'impedisce di scrivere libri".
- Ha superato mille ostacoli, da quando, bambina, ha combattuto contro un padre autoritario e una cultura dominata dal maschilismo che la volevano relegata alle attività ’consone’ alla donna. Non si è data per vinta. Ha studiato, nonostante la sfiducia paterna, specializzandosi in neurobiologia e diventando l'assistente di Giuseppe Levi; poi le leggi razziali la costrinsero a rinunciare al posto di assistente universitaria: non aveva neppure accesso alle biblioteche. Ma Rita continuò a lavorare, allestendo un piccolo laboratorio nella casa in cui viveva, nell'astigiano. E dopo la guerra accettò l'invito ad andare a proseguire le sue ricerche negli Stati Uniti, dove, nel 1951, la ricercatrice osservò per la prima volta l'effetto esercitato dal trapianto di un tumore di topo sul sistema nervoso dell'embrione di un pulcino. Quel fenomeno, la cui scoperta le avrebbe fatto meritare il massimo riconoscimento per una scienziata, fu chiamato il "Nerve Growth Factor". "Ci arrivai con la fortuna e l'istinto. Conoscevo in tutti i dettagli il sistema nervoso dell'embrione e ho capito che quello che stavo osservando al microscopio non rientrava nelle norme. Una vera rivoluzione: andava, infatti, contro l'ipotesi che il sistema nervoso fosse statico e rigidamente programmato dai geni. Per questo decisi di non mollare".
- Oggi afferma che l'essere ebrea non è mai stato per lei motivo né di orgoglio né di umiliazione: "Non sono ortodossa, non vado mai in sinagoga. Sono totalmente laica, non ho ricevuto alcuna educazione religiosa. Per me quello che conta, in una persona, non è che sia ebrea o cattolica, ma che sia degna di rispetto. E sono convinta che non esistano le razze, ma i razzisti".

"Nel mio futuro - dice - vedo tanto impegno, soprattutto su due fronti. Innanzitutto, intendo potenziare l’attività dell’Istituto europeo di ricerca sul cervello Ebri, per dare a tanti ricercatori italiani all’estero una possibilità concreta per poter tornare in Italia".
- Il Nobel incalza sull’argomento che più le sta a cuore: le nuove generazioni. "Sono preoccupata per i giovani di oggi - dice - perché il paese non offre loro le opportunità che meritano; vedo solo promesse, promesse che non si tramutano, però, in realtà". Per questo, bisogna reagire ed impegnarsi, aggiunge, a partire dalla Ricerca: "Va potenziata e finanziata, perché è il futuro, del Paese e dei giovani". "Oggi i giovani", dice, "devono affrontare realtà drammatiche come la povertà, il razzismo, l'analfabetismo, la negazione dei diritti civili in molti paesi. Lo sviluppo tecnico e scientifico ha aperto spazi sterminati all'esplorazione, e le nuove generazioni potranno utilizzarli al meglio. Non bisogna aver paura dell'informatica, perché da sempre il progresso è portatore di cultura e di democrazia. Occorre sfruttare le potenzialità di Internet per metterle al servizio dei popoli più svantaggiati". È anche grazie a discorsi come questi che Rita Levi Montalcini è diventata una sorta di icona giovanile. Ogni sua apparizione nelle università è accolta da festosi applausi.
Poi, la seconda grande ’missione’: la lotta in favore dell’ alfabetizzazione delle donne africane. Un obiettivo che la vede in campo da tempo con la Fondazione onlus che porta il suo nome: "In Africa la popolazione analfabeta raggiunge gli 800 milioni. Ma proprio l’educazione è la base di tutto e noi - racconta - stiamo cercando di avvicinare le donne, le più penalizzate. Lo facciamo con laboratori e varie attività. Fino ad oggi, la Fondazione ha promosso oltre 800 borse di studio". Azioni concrete in favore delle donne meno fortunate, ma anche un messaggio alle donne dell’Occidente: "Oggi le donne, almeno da noi, hanno molte più possibilità e potenzialità. Se si vuole si può riuscire, anche se si è donna e si vuole fare ricerca". Insomma, mai darsi per vinti, è l’invito della scienziata.
- Facendo riferimento agli insulti ricevuti dal centrodestra e ricorrenti ad ogni votazione in Senato, il Nobel liquida la faccenda con una battuta: “Sono come l’acqua sulla pelle di un’anatra, non mi toccano. Scivolano via”.
- Alla votazione dell’ultima finanziaria, durata tante ore, non si è mai assentata, neppure una piccola defaillance, una distrazione, un errore: è una maratoneta. “Ho fatto il mio dovere – dice – non avrei potuto fare diversamente, si gioca il futuro dell’Italia e contribuire ad approvare la Finanziaria non è una scelta, è un obbligo civile. Questa è una buona Finanziaria e io sono sempre stata fiduciosa sull’esito”.- Mai esasperata per tutto questo tempo qui inchiodata al Senato? “Certo, un po’ mi dispiace non essere nel mio laboratorio per continuare il lavoro scientifico a cui tengo molto”.
Gli auguri di Napolitano: l’Italia e’ fiera di te
ROMA - Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha inviato Rita Levi Montalcini, in occasione del suo 98 compleanno, un messaggio di "fervidi auguri e di sincera ammirazione per l’impegno sempre intenso, rigoroso ed esemplare". "Conservo il più vivo ricordo della mia visita all’European Brain Institute, da te fortemente voluto e guidato con la sobria eccellenza che contraddistingue il tuo operato. L’entusiasmo di quei giovani ci consente di sperare in una Italia in cui istituzioni e imprese sappiano investire, attraverso la ricerca, nel futuro del proprio paese".
"Per moltissimi cittadini - sottolinea Napolitano - rappresenti un modello di scienziato, di donna, di italiana su cui la Repubblica è fiera di poter contare. Le tante iniziative che continui a promuovere e seguire con passione e dedizione infaticabili sono fonte sicura di prestigio internazionale e motivo di orgoglio nazionale". "Nel rinnovarti gli auguri più affettuosi ti giunga a nome di tutti gli italiani il mio sincero ringraziamento
Ansa » 2007-04-22 10:46