lunedì 24 dicembre 2007

IL MIO BAMBINO A CHI LO DO? di Giulia Redini

“Stella stellina,
la notte si avvicina,
la fiamma traballa,
la mucca è nella stalla,
la mucca e il vitello,
la pecora e l’agnello,
la chioccia e il pulcino,
ognuno ha il suo bambino,
ognuno ha la sua mamma
e tutti fan la nanna”.
È una ninna-nanna dolce e orecchiabile, che piace molto ai bambini, a tutti i bambini… anche a quei bambini che non hanno la loro mamma o che, pur non essendo orfani, non vivono insieme alla loro mamma.
Credo sia capitato ad ognuno di noi di pensare almeno una volta, almeno per un momento, che queste situazioni sono reali ma spesso, purtroppo, il nostro è solo un pensiero e, come tale, svanisce l’attimo dopo in cui è stato concepito.
Eppure queste realtà esistono, questi bambini esistono e non solo nei nostri pensieri… esistono, con le loro storie, i loro problemi, il loro passato.. un passato spesso tormentato, segnato da violenze, traumi, abusi, maltrattamenti… e abbandoni.
ABBANDONO: è questa la condizione che caratterizza e accomuna tali bambini, sia esso un abbandono fisico, nel senso di un reale allontanamento dalla propria realtà familiare, ritenuta “patologica” o addirittura pericolosa per il minore, sia esso un abbandono più profondo ma meno evidente.. è tale l’abbandono psicologico, per cui ogni bambino “vive” la situazione di disagio che lo travolge e, prima che possa razionalizzare il cambiamento che inevitabilmente dovrà affrontare, si ritrova su una macchina nera delle forze dell’ordine che lo accompagnerà in un luogo lontano, in cui le violenze e gli abusi lasceranno spazio all’accoglienza, all’accudimento, all’educazione e alla protezione in una “Comunità protetta per minori”.
È questa la definizione dei cosiddetti luoghi di salvezza in cui vengono portati i bambini in situazioni di emergenza che devono essere letteralmente “tolti” alla famiglia di origine, dimostratasi inadatta e, soprattutto, pregiudizievole, a svolgere il compito per cui è stata pensata. E così, bambini e adolescenti, ma spesso si riscontrano casi di diversi fratelli provenienti dallo stesso nucleo familiare, delle più diverse età e delle più diverse condizioni psico-fisiche arrivano in questi luoghi a loro completamente sconosciuti ed estranei.
L’immediata reazione, che spesso segue l’iniziale disorientamento, è di netto rifiuto di questa nuova “famiglia allargata ed eterogenea”, rifiuto che si manifesta in veri e propri atti di violenza verso gli educatori e i responsabili della struttura, ai quali si attribuisce la “colpa” per la perdita (in senso fisico) dei genitori e, più in generale, di quella famiglia che, pur nella miseria di un accampamento improvvisato in strada o nella violenza di un appartamento, rappresentava l’unico punto di riferimento per queste creature e l’unica realtà conosciuta, inconsapevoli che la vera “famiglia” dovrebbe invece essere il primario nucleo il cui compito principale consiste nella tutela, nell’educazione, nel mantenimento e nella protezione della propria prole, in accordo con il modello familiare socialmente e generalmente definito.
Tuttavia, gradualmente, il rifiuto lascia spazio alla rassegnazione e in alcuni casi, ma ciò è legato principalmente al grado di maturità psichica del minore, alla comprensione che in effetti la “Comunità” non deve essere intesa come un nemico senza il quale il bambino potrebbe ancora essere (in)felice con la propria mamma e il proprio papà (ma non sempre, effettivamente, il bambino vive con entrambi i genitori poiché non sono rare le situazioni in cui uno dei due abbia problemi di tossico o alcol dipendenza, si trovi in carcere o non se ne conosca l’identità)… ma si comincia a vedere la Comunità come un’ancora di salvezza, alla quale è necessario tenersi saldi per non affogare. O meno utopicamente, si realizza che la Comunità è l’unica alternativa possibile, in quanto il Tribunale dei Minori ha deciso che così doveva essere… almeno fino al raggiungimento della maggiore età. È a quest’età, infatti, che al minore divenuto maggiorenne è consentita una scelta: affrontare il mondo da solo o accettare il sostegno della Comunità per un graduale e più sicuro inserimento nella realtà sociale. Non è così scontata la seconda scelta, anche se più razionale, ma non è ininfluente il fatto che questi ragazzi hanno vissuto parte della loro vita in condizioni inimmaginabili e incivili e, malgrado il tempo trascorso in Comunità (a volte mesi, a volte anni, a volte l’intera infanzia e l’adolescenza), può essere che il legame con il loro “passato” e con le loro origini risulti più solido a dispetto dell’umanità che ha cercato di offrire loro la Comunità. Legame sicuramente rafforzato dai regolari incontri con la famiglia (o con alcuni componenti di essa), seppur in un ambiente protetto e sotto la costante sorveglianza di assistenti sociali ed educatori, a meno che tali incontri siano esplicitamente vietati dal Tribunale dei Minori, e dai colloqui telefonici che devono essere preventivamente accordati e autorizzati.
Fortunatamente non è sempre questo l’epilogo di tali situazioni; può capitare, infatti, che il minore venga dichiarato in stato di adottabilità in quanto impensabile è un suo re-inserimento nella famiglia biologica, e quindi venga effettivamente affidato a una famiglia disposta ad accoglierlo nel proprio nucleo per offrirgli un futuro migliore o che, vivendo ancora in Comunità al raggiungimento della maggiore età, decida di accettare il sostegno della struttura ed affidarsi ad essa per realizzare i propri obiettivi futuri.
Comunque si evolvano queste situazioni, è importante capire l’importanza e il fondamentale ruolo che svolgono le Comunità protette per minori o le strutture simili, e il necessario sostegno di cui esse stesse hanno bisogno per sopravvivere: a tale proposito un ruolo fondamentale giocano, oltre al personale educativo e socio-assistenziale che lavora al suo interno, i volontari e le diverse personalità che ruotano intorno alla Comunità stessa, perno essenziale e indispensabile per il migliore funzionamento della struttura.
Senza tutti questi elementi, che si integrano e si sostengono a vicenda, non esisterebbero le Comunità e, di conseguenza, non sarebbe possibile parlare di futuro per questi bambini, senza nessuna colpa se non quella di essere nati nella famiglia sbagliata.
( g. r. )

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