Vivere una sola vita
in una sola città,
in un solo paese,
in un solo universo,
vivere in un solo mondo è prigione.
Conoscere una sola lingua
un solo lavoro
un solo costume
una sola civiltà
conoscere una sola logica è prigione.
Ndjock Ngana
Poeta camerunense che vive a Roma, autore della raccolta di poesie Nhindo nero.
domenica 3 giugno 2007
DONNE D’AFRICA di Giulia Redini
Sono leader, sono studiose e ricercatrici, sono mamme, sono africane… sono donne. Donne che lottano, che sperano, che sognano, donne che credono nel futuro del loro Paese, l’Africa, e si impegnano perché di un futuro, per il loro Paese, si possa ancora parlare.
Tra gli altri, tre i nomi più importanti: Luisa Dias Diogo, primo ministro del Mozambico, Wangari Maathai, Premio Nobel per la Pace 2004 e Ellen Johnson Sirleaf, prima presidentessa africana in Liberia.
Mozambico, Kenya e Liberia. Tre nomi, tre realtà, un destino comune: vivere, con dignità, senza sofferenza, senza miseria e senza guerra. È questo uno degli obiettivi della premier Luisa Diogo, considerata una delle personalità politiche più potenti e influenti del mondo. Alla guida del Mozambico dal 2004, è economista e Ministro delle Finanze in un Paese in cui, prima del suo intervento, “sottosviluppo” era la parola che più si adattava alle condizioni ambientali e umanitarie del Paese. La strategia della “premier” mira ad incrementare i tre aspetti essenziali della vita di una comunità: l’istruzione, l’assistenza sanitaria e il lavoro, per tutti, in un contesto in cui le strutture pubbliche e il potenziale privato possano collaborare perché ciò sa realmente possibile…
ma “Senhora Mozambico”, oltre a restituire dignità al suo Paese, risollevarne l’economia e trovare la forza di guardare al futuro trovando nelle risorse del territorio il più grande obiettivo per lo sviluppo, crede fortemente nel valore e nell’importanza delle donne, che considera “la soluzione”, a patto che si crei “lo spazio perché possano dimostrare le capacità” di cui dispongono.
E donna è anche Wangari Maathai, biologa, sottosegretario al Ministro dell’Ambiente e delle Risorse Naturali del Kenya e prima donna africana a essere insignita del Premio Nobel per la Pace nel 2004, attiva nella lotta per la preservazione dell’ambiente e nella difesa dei diritti umani, in particolare delle donne.
Fondatrice del “Movimento cinture verdi” Green Belt, formato da donne che dal 1977 hanno piantato, in Kenya e in altri paesi africani, più di 30 milioni di alberi, “i semi della pace”, ha saputo combinare scienza, impegno sociale e politica attiva, coniugando il problema ecologico a quello occupazionale, incrementando la centralità della figura femminile nel mondo rurale e assicurando le basi per lo sviluppo ecologicamente sostenibile. L’ecologista keniana è, infatti, fermamente convinta che “la protezione dell’ambiente sociale sia direttamente collegata al mantenimento della pace” e sottolinea che, per il mondo, è arrivata l’occasione di “cambiare il modo di pensare”.
Fiduciosa che il suo Nobel sia indicatore del fatto che la questione ambientale debba essere messa al centro delle politiche nazionali, che le risorse debbano essere gestite in maniera più costruttiva, per il bene della gente, e che le ricchezze debbano essere distribuite più equamente, adottando processi democratici perché i popoli possano essere in grado di svilupparsi e uscire dalla povertà, Wangari Maathai è ottimista riguardo al futuro del proprio Paese, un paese ricco di potenzialità e risorse, seppur nella miseria dell’ignoranza e della mancanza di volontà delle personalità politiche di creare benessere per la popolazione.
Nonostante le tante difficoltà che ha dovuto affrontare per affermare la sua idea di democrazia, pace e sviluppo sostenibile, ha saputo dimostrare che cambiare governo democraticamente, senza guerre o spargimento di sangue, è ancora possibile. Consapevole che i problemi non sono finiti e che ci sono ancora tante questioni da affrontare, continua, sempre più fiduciosa, ad amare il suo Paese e a promuoverne lo sviluppo, eliminando la povertà e lottando per “seminare la pace”.
In Liberia, dopo aver affrontato il carcere e l’esilio per aver avuto il coraggio di contestare il regime dittatoriale e aver reagito alla guerra civile che da anni stava devastando il Paese, Ellen Johnson Sirleaf, la “Iron Lady”, è diventata, alla fine del 2005, la prima presidentessa africana, sconfiggendo in campagna elettorale l’ex calciatore George Weah, mito delle giovani generazioni.
Ellen Johnson Sirleaf, già madre di quattro figli, ha dichiarato di voler diventare “la mamma di tutti i Liberiani” per offrire un futuro al proprio Paese. Nella suo programma politico hanno particolare rilevanza la lotta alla corruzione e la “libertà” della popolazione liberiana.
Una personalità importante, in Africa, alla quale sono stati conferiti diversi premi. Tra i molti, il Premio Franklin Delano Roosevelt per la Libertà di Parola nel 1988 e il premio della leadership per l’Africa per la Fine Sostenibile della Fame nel 2006.
L’Africa ce la può fare, anche grazie a queste donne.
L’Africa è solo un esempio… donne così esistono in tutto il mondo: per questo anche il mondo ce la può fare.
(g.r.)
Tra gli altri, tre i nomi più importanti: Luisa Dias Diogo, primo ministro del Mozambico, Wangari Maathai, Premio Nobel per la Pace 2004 e Ellen Johnson Sirleaf, prima presidentessa africana in Liberia.
Mozambico, Kenya e Liberia. Tre nomi, tre realtà, un destino comune: vivere, con dignità, senza sofferenza, senza miseria e senza guerra. È questo uno degli obiettivi della premier Luisa Diogo, considerata una delle personalità politiche più potenti e influenti del mondo. Alla guida del Mozambico dal 2004, è economista e Ministro delle Finanze in un Paese in cui, prima del suo intervento, “sottosviluppo” era la parola che più si adattava alle condizioni ambientali e umanitarie del Paese. La strategia della “premier” mira ad incrementare i tre aspetti essenziali della vita di una comunità: l’istruzione, l’assistenza sanitaria e il lavoro, per tutti, in un contesto in cui le strutture pubbliche e il potenziale privato possano collaborare perché ciò sa realmente possibile…
ma “Senhora Mozambico”, oltre a restituire dignità al suo Paese, risollevarne l’economia e trovare la forza di guardare al futuro trovando nelle risorse del territorio il più grande obiettivo per lo sviluppo, crede fortemente nel valore e nell’importanza delle donne, che considera “la soluzione”, a patto che si crei “lo spazio perché possano dimostrare le capacità” di cui dispongono.
E donna è anche Wangari Maathai, biologa, sottosegretario al Ministro dell’Ambiente e delle Risorse Naturali del Kenya e prima donna africana a essere insignita del Premio Nobel per la Pace nel 2004, attiva nella lotta per la preservazione dell’ambiente e nella difesa dei diritti umani, in particolare delle donne.
Fondatrice del “Movimento cinture verdi” Green Belt, formato da donne che dal 1977 hanno piantato, in Kenya e in altri paesi africani, più di 30 milioni di alberi, “i semi della pace”, ha saputo combinare scienza, impegno sociale e politica attiva, coniugando il problema ecologico a quello occupazionale, incrementando la centralità della figura femminile nel mondo rurale e assicurando le basi per lo sviluppo ecologicamente sostenibile. L’ecologista keniana è, infatti, fermamente convinta che “la protezione dell’ambiente sociale sia direttamente collegata al mantenimento della pace” e sottolinea che, per il mondo, è arrivata l’occasione di “cambiare il modo di pensare”.
Fiduciosa che il suo Nobel sia indicatore del fatto che la questione ambientale debba essere messa al centro delle politiche nazionali, che le risorse debbano essere gestite in maniera più costruttiva, per il bene della gente, e che le ricchezze debbano essere distribuite più equamente, adottando processi democratici perché i popoli possano essere in grado di svilupparsi e uscire dalla povertà, Wangari Maathai è ottimista riguardo al futuro del proprio Paese, un paese ricco di potenzialità e risorse, seppur nella miseria dell’ignoranza e della mancanza di volontà delle personalità politiche di creare benessere per la popolazione.
Nonostante le tante difficoltà che ha dovuto affrontare per affermare la sua idea di democrazia, pace e sviluppo sostenibile, ha saputo dimostrare che cambiare governo democraticamente, senza guerre o spargimento di sangue, è ancora possibile. Consapevole che i problemi non sono finiti e che ci sono ancora tante questioni da affrontare, continua, sempre più fiduciosa, ad amare il suo Paese e a promuoverne lo sviluppo, eliminando la povertà e lottando per “seminare la pace”.
In Liberia, dopo aver affrontato il carcere e l’esilio per aver avuto il coraggio di contestare il regime dittatoriale e aver reagito alla guerra civile che da anni stava devastando il Paese, Ellen Johnson Sirleaf, la “Iron Lady”, è diventata, alla fine del 2005, la prima presidentessa africana, sconfiggendo in campagna elettorale l’ex calciatore George Weah, mito delle giovani generazioni.
Ellen Johnson Sirleaf, già madre di quattro figli, ha dichiarato di voler diventare “la mamma di tutti i Liberiani” per offrire un futuro al proprio Paese. Nella suo programma politico hanno particolare rilevanza la lotta alla corruzione e la “libertà” della popolazione liberiana.
Una personalità importante, in Africa, alla quale sono stati conferiti diversi premi. Tra i molti, il Premio Franklin Delano Roosevelt per la Libertà di Parola nel 1988 e il premio della leadership per l’Africa per la Fine Sostenibile della Fame nel 2006.
L’Africa ce la può fare, anche grazie a queste donne.
L’Africa è solo un esempio… donne così esistono in tutto il mondo: per questo anche il mondo ce la può fare.
(g.r.)
2007 ….. IL MEDIO EVO E’ ALLE PORTE di Samuele Begni
Fra gli argomenti illustrati dalla cronaca degli ultimi mesi, uno dei più discussi e controversi è sicuramente stato il disegno di legge che avrebbe dovuto regolamentare diritti e doveri di coppie di cittadini che hanno scelto l’unica alternativa attualmente possibile al contratto matrimoniale: la convivenza.
Questa condizione, inizialmente definita PACS (abbreviativo di Patto Civile di Solidarietà), successivamente convertita in DICO (Diritti e doveri delle persone stabilmente Conviventi), coinvolge una ormai ampia parte della popolazione, Italiana ma non solo.
In prima analisi, ai vertici delle nostre istituzioni, emergono le diverse posizioni dei gruppi e dei partiti:
- vi è chi dichiara la necessità di generare un regolamento per coloro che lo richiedono;
- c’è chi sostiene il contrario;
- qualcuno si mantiene sul vago, quasi ad ambire al consenso degli uni, dribblando il dissenso degli altri;
- poi, in forma extra costituzionale, ma non per questo meno influente, vi è l’esortazione della Chiesa, la cui posizione è sicuramente la più chiara ed intransigente.
Osservando un po’ più approfonditamente le opinioni espresse dai vari gruppi e le relative posizioni assunte, emergono le motivazioni più disparate.
Tra i favorevoli al riconoscimento delle “Coppie di fatto”, si rivendica il loro diritto ad avere un regolamento, perché anche una “coppia di fatto” può dare luogo ad una “famiglia di fatto”, perché i figli che ne derivano non sono meno amati degli altri e perché contribuiscono, come tutti, alla vita sociale del Paese.
Tra i contrari, si ritiene che questo nuovo regolamento darebbe luogo a famiglie di serie B, alcuni lo ritengono una minaccia per la famiglia tradizionale, altri pericoloso per i minori inseriti in questa condizione, altri ancora, invece, vi intravedono un omaggio al disimpegno.
A fronte di tanto e tale fermento sorge naturalmente qualche considerazione.
Il fatto che il numero delle coppie che contraggono il matrimonio sia in costante diminuzione a favore, per ora, di coloro che scelgono di convivere, mette alla luce che, per una serie di motivi più o meno edificanti, l’istituzione matrimonio pare non rispondere più così efficacemente alle necessità espresse dalle persone che intendono condividere la loro vita.
Probabilmente è forse il caso di tenere conto che il contratto matrimoniale che ha regolato per secoli la vita familiare è stato concepito in società molto diversa da quella odierna.
È pur vero che si è più volte modificato nel tentativo di meglio adattarsi alle lente evoluzioni delle società dei periodi scorsi.
Detto ciò, stuzzichiamo un po’ la nostra razionalità tentando di stimare i reali effetti di un’alternativa a questa Istituzione …
Innanzi tutto, non viene ipotizzata alcuna modifica all’Istituzione Matrimonio, chi intende contrarlo ne ha comunque sempre la possibilità, pertanto penso che la famiglia non ne esca precarizzata, o meglio, non sicuramente per questo motivo.
Prendendo a cuore poi la gestione dei minori, va ricordato che un rigido regolamento dedicato alla loro tutela è già in vigore e verrebbe esteso poi a qualunque alternativa al matrimonio; sotto questo aspetto, quindi, per i minori non sembrano emergere minacce ulteriori a quelle legate alla quotidianità.
Di conseguenza, tutto fa supporre che tanto baccano sia dettato da altre reali motivazioni.
Un aspetto di questa vicenda è che l’eventuale approvazione di questa legge non sancirebbe l’esistenza o meno di queste unioni alternative, peraltro mai state in discussione, ma le riconoscerebbe prendendone coscienza anche in forma giuridica, più semplicemente regolerebbe quanto già in essere!
Anche sotto questo aspetto, dunque, non deriverebbero sostanziali modifiche alla nostra cara società.
Valutato il tutto, invece, sotto un altro punto di vista, diciamo anche in modo più intransigente, potremmo ipotizzare di creare sbarramenti ed ostruzionismi a questi movimenti, ma, in questo caso, a che cosa dovremmo prepararci? Senza alcun dubbio, irrigidimento e varie forme di esasperazione delle forze in campo sono, quanto meno, probabili. E poi…?
…e poi, se con un po’ di obiettività fossimo in grado di ricordare e leggere il passato, esso ci rammenterebbe che le varie forme di proibizione e di messa al bando hanno, per lo più, dato luogo a clandestinità o a condizioni accomunabili ad essa.
Penso, in buona sostanza, che in queste condizioni la richiesta di un’alternativa, in qualche modo, debba essere accolta, se non altro perché l’onere di questa scelta graverebbe comunque su chi la contrae.
Potrebbe poi non essere la soluzione ottimale, ma ogni miglioramento ha sempre avuto per madre l’esperienza, anche la più spiacevole e difficoltosa.
Tutto ciò nell’intento di dare modo a queste realtà di destinare le proprie risorse non più alla lotta per essere riconosciute dalla società, ma all’impegno per esserne meglio partecipi.
Pur essendo perfettamente legale, ritengo moralmente discutibile da parte di chiunque non direttamente coinvolto da tale proposta, l’utilizzo del proprio potere mediatico e dell’influenza della propria opinione sulle coscienze, volto ad indirizzare l’azione di forze libere e politiche nel tentativo di ostacolare l’affermarsi di …….LIBERTA’.
(s. b.)
Questa condizione, inizialmente definita PACS (abbreviativo di Patto Civile di Solidarietà), successivamente convertita in DICO (Diritti e doveri delle persone stabilmente Conviventi), coinvolge una ormai ampia parte della popolazione, Italiana ma non solo.
In prima analisi, ai vertici delle nostre istituzioni, emergono le diverse posizioni dei gruppi e dei partiti:
- vi è chi dichiara la necessità di generare un regolamento per coloro che lo richiedono;
- c’è chi sostiene il contrario;
- qualcuno si mantiene sul vago, quasi ad ambire al consenso degli uni, dribblando il dissenso degli altri;
- poi, in forma extra costituzionale, ma non per questo meno influente, vi è l’esortazione della Chiesa, la cui posizione è sicuramente la più chiara ed intransigente.
Osservando un po’ più approfonditamente le opinioni espresse dai vari gruppi e le relative posizioni assunte, emergono le motivazioni più disparate.
Tra i favorevoli al riconoscimento delle “Coppie di fatto”, si rivendica il loro diritto ad avere un regolamento, perché anche una “coppia di fatto” può dare luogo ad una “famiglia di fatto”, perché i figli che ne derivano non sono meno amati degli altri e perché contribuiscono, come tutti, alla vita sociale del Paese.
Tra i contrari, si ritiene che questo nuovo regolamento darebbe luogo a famiglie di serie B, alcuni lo ritengono una minaccia per la famiglia tradizionale, altri pericoloso per i minori inseriti in questa condizione, altri ancora, invece, vi intravedono un omaggio al disimpegno.
A fronte di tanto e tale fermento sorge naturalmente qualche considerazione.
Il fatto che il numero delle coppie che contraggono il matrimonio sia in costante diminuzione a favore, per ora, di coloro che scelgono di convivere, mette alla luce che, per una serie di motivi più o meno edificanti, l’istituzione matrimonio pare non rispondere più così efficacemente alle necessità espresse dalle persone che intendono condividere la loro vita.
Probabilmente è forse il caso di tenere conto che il contratto matrimoniale che ha regolato per secoli la vita familiare è stato concepito in società molto diversa da quella odierna.
È pur vero che si è più volte modificato nel tentativo di meglio adattarsi alle lente evoluzioni delle società dei periodi scorsi.
Detto ciò, stuzzichiamo un po’ la nostra razionalità tentando di stimare i reali effetti di un’alternativa a questa Istituzione …
Innanzi tutto, non viene ipotizzata alcuna modifica all’Istituzione Matrimonio, chi intende contrarlo ne ha comunque sempre la possibilità, pertanto penso che la famiglia non ne esca precarizzata, o meglio, non sicuramente per questo motivo.
Prendendo a cuore poi la gestione dei minori, va ricordato che un rigido regolamento dedicato alla loro tutela è già in vigore e verrebbe esteso poi a qualunque alternativa al matrimonio; sotto questo aspetto, quindi, per i minori non sembrano emergere minacce ulteriori a quelle legate alla quotidianità.
Di conseguenza, tutto fa supporre che tanto baccano sia dettato da altre reali motivazioni.
Un aspetto di questa vicenda è che l’eventuale approvazione di questa legge non sancirebbe l’esistenza o meno di queste unioni alternative, peraltro mai state in discussione, ma le riconoscerebbe prendendone coscienza anche in forma giuridica, più semplicemente regolerebbe quanto già in essere!
Anche sotto questo aspetto, dunque, non deriverebbero sostanziali modifiche alla nostra cara società.
Valutato il tutto, invece, sotto un altro punto di vista, diciamo anche in modo più intransigente, potremmo ipotizzare di creare sbarramenti ed ostruzionismi a questi movimenti, ma, in questo caso, a che cosa dovremmo prepararci? Senza alcun dubbio, irrigidimento e varie forme di esasperazione delle forze in campo sono, quanto meno, probabili. E poi…?
…e poi, se con un po’ di obiettività fossimo in grado di ricordare e leggere il passato, esso ci rammenterebbe che le varie forme di proibizione e di messa al bando hanno, per lo più, dato luogo a clandestinità o a condizioni accomunabili ad essa.
Penso, in buona sostanza, che in queste condizioni la richiesta di un’alternativa, in qualche modo, debba essere accolta, se non altro perché l’onere di questa scelta graverebbe comunque su chi la contrae.
Potrebbe poi non essere la soluzione ottimale, ma ogni miglioramento ha sempre avuto per madre l’esperienza, anche la più spiacevole e difficoltosa.
Tutto ciò nell’intento di dare modo a queste realtà di destinare le proprie risorse non più alla lotta per essere riconosciute dalla società, ma all’impegno per esserne meglio partecipi.
Pur essendo perfettamente legale, ritengo moralmente discutibile da parte di chiunque non direttamente coinvolto da tale proposta, l’utilizzo del proprio potere mediatico e dell’influenza della propria opinione sulle coscienze, volto ad indirizzare l’azione di forze libere e politiche nel tentativo di ostacolare l’affermarsi di …….LIBERTA’.
(s. b.)
LODE AL DUBBIO di Stefano Bottoglia
Prima di cominciare sgombriamo il campo dagli equivoci: non ho intenzione di avventurarmi in una dissertazione sul dubbio né di commentare la poesia di Bertolt Brecht della quale ho preso il titolo di questo articolo; desidero soltanto aggiungere qualche dubbio al lettore.
Già perché credo così di far cosa utile e nel contempo di tranquillizzare quei lettori che hanno percepito i miei sogni di un mondo migliore (si veda lo scorso numero di Medoleggendo) come fossero la convinzione assoluta d'essere nel giusto???
So bene che questo mio intento è un po' fuori moda. Questi sono i tempi in cui i decisionisti vanno per la maggiore, quasi che il dubbio fosse un'espressione di debolezza; sarà, ma io continuo a vedere nel dubbio un ottimo carburante del buon senso.
Ma passiamo ai fatti se no rischio di disobbedire alla premessa.
Il primo dubbio che desidero seminare è: delegare o non delegare? Più precisamente: è preferibile un amministratore pubblico che delega molto o uno che delega poco?
Iniziamo parlando dell'esercizio del potere. Tutti concorderanno se affermo che l’apparato amministrativo risulta tanto più efficace quanto minore è il numero dei soggetti coinvolti nel processo decisionale. Un po' come sui velieri dei passato, il capitano decideva per tutti e l'ammutinamento era punito con la morte. Però il sistema funzionava.
Anziché cercare un punto debole in questo ragionamento mi sembra più interessante chiedermi se è davvero l'efficienza l'obiettivo di un'amministrazione?
Torneremo su questa domanda più tardi, ora facciamo un esempio.
Parliamo delle commissioni. Anche nei piccoli comuni esistono le cosiddette commissioni consultive; ovvero gruppi di persone che, avendo una particolare esperienza o sensibilità, forniscono, su determinati temi, delle indicazioni di comportamento agli amministratori.
Ricordo che tali indicazioni non sono vincolanti per gli amministratori che possono ignorarle senza alcuna conseguenza.
Le commissioni si occupano principalmente di aree importanti della società: l’edilizia, i servizi sociali, la biblioteca, ecc.
Un aspetto importante delle commissioni è la loro composizione. I membri sono sia soggetti segnalati dalla maggioranza che dalla minoranza.
Ora veniamo alla nostra domanda iniziale: le commissioni aiutano l'efficienza? Forse no. Se l'amministratore vuole prenderle sul serio deve sottoporre ad esse le questioni più significative, deve attendere che si riuniscano e che prendano una decisione, ed infine deve valutare tale decisione. Se poi lo stesso amministratore non concorda con la commissione, deve persino giustificare il suo dissenso, magari con delle motivazioni valide.
Per non parlare poi dell’autonomia di queste commissioni; se prendono iniziative non gradite all’amministratore, è come avere una serpe in seno.
Che seccatura! Molto meglio abolirle. O se proprio non si ritiene elegante farlo si può sempre farle diventare un fatto più formale che sostanziale.
Sì direi che questa seconda strategia è meno impopolare: tanto chi se ne soffre? La democrazia? Sì, forse così facendo ci sarà un po’ meno democrazia, ma quanti cittadini se ne accorgeranno? Sono sempre così indaffarati.
Se vogliamo davvero ottenere l'attenzione (e non solo quella) di questi cittadini un po' disattenti meglio puntare sulle opere pubbliche. Non importa se sono anche necessarie. L'importante è che siano visibili, molto visibili, meglio se posizionate in un punto dove passano tutti.
Ma torniamo ai nostri dubbi. E chiediamoci se almeno nella gestione dei servizi la delega risulta vincente. Anche in questo caso la risposta appare limpida. Un ente privato farà meglio di quello pubblico, quindi via! A ruota libera. Deleghiamo più che si può.
Sarebbe troppo facile dire che ente privato non è una garanzia, che è la sua efficacia dipende da come l'ente è gestito, da quali persone e con quali regole; ma non è questa la mia obiezione.
Sono più preoccupato per la perdita di controllo.
E' così comodo e rilassante affidare integralmente un servizio ad un terzo che poi scappa la voglia di verificare che agisca sempre nell'interesse del cittadino. E ancora: quando lo scenario muta ed il servizio è in mano al privato, sarà lui a riorganizzare, con la sua logica economica, che può non essere socialmente ideale.
E' un po' come comprare a scatola chiusa. Se faccio un accordo pluriennale, ad esempio per la gestione dei rifiuti, e poi mi accorgo di aver sbagliato qualcosa, non è semplice fare retromarcia.
Se invece lo gestisco con contratti annuali, avrò più seccature e forse qualche condizione meno favorevole, ma potrò cambiare rotta più facilmente.
A volte le cose scappano di mano. Se non si pone molta attenzione può capitare che un ente esterno che si occupa della nostra acqua, applichi all'inizio tariffe più abbordabili e poi appena può alza i prezzi in modo robusto.
Un altro caso potrebbe essere il teatro e approfittiamo per fare un bel complimento a chi ha fatto rivivere il nostro bel teatrino medolese.
Ma anche qui emerge un rischio. Se ci si affida ad un solo soggetto esterno per l'organizzazione degli spettacoli teatrali, questo proporrà il suo modo di vedere il teatro. Per quanto costui sia preparato ed animato da buone intenzioni è naturale che venda ciò che ha da vendere. Concordo che affrontare il mare aperto può fare paura, ma è l'unico modo per imparare a navigare.
Ma ora finiamo in bellezza con un augurio. Che il dubbio possa visitare spesso gli uomini di buona volontà e che permetta loro di non farsi intrappolare dalla tirannia dei risultati immediati. Che possano avere cieli limpidi per guardare ad un futuro più lontano senza dimenticare il passato che a volte può essere rappresentato anche da ex combattenti e reduci di poche pretese.
(s.bo.)
Già perché credo così di far cosa utile e nel contempo di tranquillizzare quei lettori che hanno percepito i miei sogni di un mondo migliore (si veda lo scorso numero di Medoleggendo) come fossero la convinzione assoluta d'essere nel giusto???
So bene che questo mio intento è un po' fuori moda. Questi sono i tempi in cui i decisionisti vanno per la maggiore, quasi che il dubbio fosse un'espressione di debolezza; sarà, ma io continuo a vedere nel dubbio un ottimo carburante del buon senso.
Ma passiamo ai fatti se no rischio di disobbedire alla premessa.
Il primo dubbio che desidero seminare è: delegare o non delegare? Più precisamente: è preferibile un amministratore pubblico che delega molto o uno che delega poco?
Iniziamo parlando dell'esercizio del potere. Tutti concorderanno se affermo che l’apparato amministrativo risulta tanto più efficace quanto minore è il numero dei soggetti coinvolti nel processo decisionale. Un po' come sui velieri dei passato, il capitano decideva per tutti e l'ammutinamento era punito con la morte. Però il sistema funzionava.
Anziché cercare un punto debole in questo ragionamento mi sembra più interessante chiedermi se è davvero l'efficienza l'obiettivo di un'amministrazione?
Torneremo su questa domanda più tardi, ora facciamo un esempio.
Parliamo delle commissioni. Anche nei piccoli comuni esistono le cosiddette commissioni consultive; ovvero gruppi di persone che, avendo una particolare esperienza o sensibilità, forniscono, su determinati temi, delle indicazioni di comportamento agli amministratori.
Ricordo che tali indicazioni non sono vincolanti per gli amministratori che possono ignorarle senza alcuna conseguenza.
Le commissioni si occupano principalmente di aree importanti della società: l’edilizia, i servizi sociali, la biblioteca, ecc.
Un aspetto importante delle commissioni è la loro composizione. I membri sono sia soggetti segnalati dalla maggioranza che dalla minoranza.
Ora veniamo alla nostra domanda iniziale: le commissioni aiutano l'efficienza? Forse no. Se l'amministratore vuole prenderle sul serio deve sottoporre ad esse le questioni più significative, deve attendere che si riuniscano e che prendano una decisione, ed infine deve valutare tale decisione. Se poi lo stesso amministratore non concorda con la commissione, deve persino giustificare il suo dissenso, magari con delle motivazioni valide.
Per non parlare poi dell’autonomia di queste commissioni; se prendono iniziative non gradite all’amministratore, è come avere una serpe in seno.
Che seccatura! Molto meglio abolirle. O se proprio non si ritiene elegante farlo si può sempre farle diventare un fatto più formale che sostanziale.
Sì direi che questa seconda strategia è meno impopolare: tanto chi se ne soffre? La democrazia? Sì, forse così facendo ci sarà un po’ meno democrazia, ma quanti cittadini se ne accorgeranno? Sono sempre così indaffarati.
Se vogliamo davvero ottenere l'attenzione (e non solo quella) di questi cittadini un po' disattenti meglio puntare sulle opere pubbliche. Non importa se sono anche necessarie. L'importante è che siano visibili, molto visibili, meglio se posizionate in un punto dove passano tutti.
Ma torniamo ai nostri dubbi. E chiediamoci se almeno nella gestione dei servizi la delega risulta vincente. Anche in questo caso la risposta appare limpida. Un ente privato farà meglio di quello pubblico, quindi via! A ruota libera. Deleghiamo più che si può.
Sarebbe troppo facile dire che ente privato non è una garanzia, che è la sua efficacia dipende da come l'ente è gestito, da quali persone e con quali regole; ma non è questa la mia obiezione.
Sono più preoccupato per la perdita di controllo.
E' così comodo e rilassante affidare integralmente un servizio ad un terzo che poi scappa la voglia di verificare che agisca sempre nell'interesse del cittadino. E ancora: quando lo scenario muta ed il servizio è in mano al privato, sarà lui a riorganizzare, con la sua logica economica, che può non essere socialmente ideale.
E' un po' come comprare a scatola chiusa. Se faccio un accordo pluriennale, ad esempio per la gestione dei rifiuti, e poi mi accorgo di aver sbagliato qualcosa, non è semplice fare retromarcia.
Se invece lo gestisco con contratti annuali, avrò più seccature e forse qualche condizione meno favorevole, ma potrò cambiare rotta più facilmente.
A volte le cose scappano di mano. Se non si pone molta attenzione può capitare che un ente esterno che si occupa della nostra acqua, applichi all'inizio tariffe più abbordabili e poi appena può alza i prezzi in modo robusto.
Un altro caso potrebbe essere il teatro e approfittiamo per fare un bel complimento a chi ha fatto rivivere il nostro bel teatrino medolese.
Ma anche qui emerge un rischio. Se ci si affida ad un solo soggetto esterno per l'organizzazione degli spettacoli teatrali, questo proporrà il suo modo di vedere il teatro. Per quanto costui sia preparato ed animato da buone intenzioni è naturale che venda ciò che ha da vendere. Concordo che affrontare il mare aperto può fare paura, ma è l'unico modo per imparare a navigare.
Ma ora finiamo in bellezza con un augurio. Che il dubbio possa visitare spesso gli uomini di buona volontà e che permetta loro di non farsi intrappolare dalla tirannia dei risultati immediati. Che possano avere cieli limpidi per guardare ad un futuro più lontano senza dimenticare il passato che a volte può essere rappresentato anche da ex combattenti e reduci di poche pretese.
(s.bo.)
ASILO NIDO DIMENTICATO di Giovanni B. Ruzzenenti
Percorrendo Via Cavour, si nota con evidenza il rapido proseguimento dei lavori di ristrutturazione della corte denominata “Porta Rossa” di proprietà della Fondazione “Isabella Arrighi” (ONLUS senza scopo di lucro).
Il Consiglio di Amministrazione della Fondazione con coerenza e determinazione sta realizzando i locali necessari ad ospitare l’Asilo Nido pubblico ampliato in forma adeguata alle esigenze della Comunità medolese.
L’Amministrazione Comunale, che detiene la maggioranza, dopo aver avanzato lo scorso anno qualche generica enunciazione di interesse verso il progetto, non ha assunto alcun impegno concreto, scaricando alla Fondazione il pesante onere economico di costruzione ed il rischio che i nuovi locali rimangano inutilizzati.
Quest’ultima non è un’ipotesi molto remota dato che, recentemente, l’Amministrazione Comunale ha fatto circolare la notizia (anche sulla stampa) della istituzione di un altro Asilo nido attraverso l’utilizzo di altri locali appositamente acquisiti.
Ma sì, a Medole possono permettersi il capriccio di sperperare i nostri soldi per costruire doppioni di strutture e, contemporaneamente, chiudere servizi molto utili (esempio, piazzola per la raccolta differenziata dei rifiuti, oppure il rifiuto di asfaltare via XX Settembre offendendo i cittadini residenti) adducendo come motivazione la mancanza di denaro.
Ora non è più tempo di giochetti di prestigio; l’Amministrazione Comunale recuperi rapporti che, colpevolmente, ha dilapidato. Le famiglie sono trepidanti nelle liste d’attesa per inserire i propri bimbi nell’Asilo nido che deve avere titolarità istituzionale pubblica, in convenzione con la Fondazione Isabella Arrighi.
(g.b.r.)
Il Consiglio di Amministrazione della Fondazione con coerenza e determinazione sta realizzando i locali necessari ad ospitare l’Asilo Nido pubblico ampliato in forma adeguata alle esigenze della Comunità medolese.
L’Amministrazione Comunale, che detiene la maggioranza, dopo aver avanzato lo scorso anno qualche generica enunciazione di interesse verso il progetto, non ha assunto alcun impegno concreto, scaricando alla Fondazione il pesante onere economico di costruzione ed il rischio che i nuovi locali rimangano inutilizzati.
Quest’ultima non è un’ipotesi molto remota dato che, recentemente, l’Amministrazione Comunale ha fatto circolare la notizia (anche sulla stampa) della istituzione di un altro Asilo nido attraverso l’utilizzo di altri locali appositamente acquisiti.
Ma sì, a Medole possono permettersi il capriccio di sperperare i nostri soldi per costruire doppioni di strutture e, contemporaneamente, chiudere servizi molto utili (esempio, piazzola per la raccolta differenziata dei rifiuti, oppure il rifiuto di asfaltare via XX Settembre offendendo i cittadini residenti) adducendo come motivazione la mancanza di denaro.
Ora non è più tempo di giochetti di prestigio; l’Amministrazione Comunale recuperi rapporti che, colpevolmente, ha dilapidato. Le famiglie sono trepidanti nelle liste d’attesa per inserire i propri bimbi nell’Asilo nido che deve avere titolarità istituzionale pubblica, in convenzione con la Fondazione Isabella Arrighi.
(g.b.r.)
MEDOLE: GLI ERETICI E LA GHIAIA di Giovanni B. Ruzzenenti
Il 25 Aprile, durante la manifestazione che avrebbe dovuto essere la rievocazione e celebrazione della riconquistata libertà, il Sindaco ha pronunciato un retorica omelia stracolma di appelli ripetuti, ripetuti, ripetuti ed ancora ripetuti, volti all’unità fraterna di tutti, superando la distinzione tra partiti politici. Dobbiamo avere tutti il Suo “pensiero unico”.
Subito dopo, per dare più apparenza alla propria immagine, nei comunicati stampa ignora completamente l’”Associazione Reduci ed Orfani di guerra”, la quale, nonostante qualche difficoltà connessa all’età anagrafica, continua ad essere protagonista organizzativa di queste ricorrenze.
Tre giorni dopo, il 28 Aprile, in coda alla riunione del Consiglio Comunale, dimentico del discorso di tre giorni prima, provvede con virulenza a dividere le Associazioni di volontariato e sportive in buone (quelle composte da persone che presume suoi seguaci) e cattive (le altre, composte da persone non genuflettenti al Suo “pensiero”).
Altri tre giorni, è il 1° Maggio: organizza con molta esteriorità un’altra cerimonia nel lusso della retorica, in piazza, con la presenza del Presidente della Provincia di Mantova.
Dato che il Presidente della Provincia appartiene ad una coalizione politica avversaria a quella del nostro Sindaco, molto probabilmente non è casuale l’averlo invitato proprio in questi giorni. L’antefatto: nei mesi scorsi la Giunta comunale di Medole ha autorizzato l’escavazione di quasi un milione di metri cubi di ghiaia (oltre al Piano Cave che già prevede nove milioni di metri cubi da scavare in dieci anni) senza acquisire il doveroso parere dell’Amministrazione della Provincia che è titolare della gestione del Piano provinciale cave. Ora il Sindaco si trova inguaiato ed è stato costretto a sospendere l’escavazione; allora potrebbe tornare utile “leccare” il Presidente della Provincia, anche se di coalizione avversa, nella speranza (vana, conoscendo il Presidente) di combinare qualche intrallazzo riparatore; alla faccia dei principi sulla salvaguardia del territorio, tanto sbandierati nel programma elettorale.
Infine rimane il dilemma di sempre: saranno “eretici” coloro che dicono “pane al pane e vino al vino” e per questo arsi sul “rogo”, oppure lo sono coloro che nelle occasioni sacre predicano bene, ma poi, usciti dal luogo santo e richiusa la porta alle spalle si comportano nei fatti secondo “valori” opposti: arroganza, prepotenza ed opportunismo?
(g.b.r.)
Subito dopo, per dare più apparenza alla propria immagine, nei comunicati stampa ignora completamente l’”Associazione Reduci ed Orfani di guerra”, la quale, nonostante qualche difficoltà connessa all’età anagrafica, continua ad essere protagonista organizzativa di queste ricorrenze.
Tre giorni dopo, il 28 Aprile, in coda alla riunione del Consiglio Comunale, dimentico del discorso di tre giorni prima, provvede con virulenza a dividere le Associazioni di volontariato e sportive in buone (quelle composte da persone che presume suoi seguaci) e cattive (le altre, composte da persone non genuflettenti al Suo “pensiero”).
Altri tre giorni, è il 1° Maggio: organizza con molta esteriorità un’altra cerimonia nel lusso della retorica, in piazza, con la presenza del Presidente della Provincia di Mantova.
Dato che il Presidente della Provincia appartiene ad una coalizione politica avversaria a quella del nostro Sindaco, molto probabilmente non è casuale l’averlo invitato proprio in questi giorni. L’antefatto: nei mesi scorsi la Giunta comunale di Medole ha autorizzato l’escavazione di quasi un milione di metri cubi di ghiaia (oltre al Piano Cave che già prevede nove milioni di metri cubi da scavare in dieci anni) senza acquisire il doveroso parere dell’Amministrazione della Provincia che è titolare della gestione del Piano provinciale cave. Ora il Sindaco si trova inguaiato ed è stato costretto a sospendere l’escavazione; allora potrebbe tornare utile “leccare” il Presidente della Provincia, anche se di coalizione avversa, nella speranza (vana, conoscendo il Presidente) di combinare qualche intrallazzo riparatore; alla faccia dei principi sulla salvaguardia del territorio, tanto sbandierati nel programma elettorale.
Infine rimane il dilemma di sempre: saranno “eretici” coloro che dicono “pane al pane e vino al vino” e per questo arsi sul “rogo”, oppure lo sono coloro che nelle occasioni sacre predicano bene, ma poi, usciti dal luogo santo e richiusa la porta alle spalle si comportano nei fatti secondo “valori” opposti: arroganza, prepotenza ed opportunismo?
(g.b.r.)
EX LIBRIS - Cartesio _
Poi, viaggiando,
potei constatare
che non tutti quelli
che sentono in modo
contrario da noi
sono per questo
barbari o selvaggi
Cartesio «Discorso sul metodo»
potei constatare
che non tutti quelli
che sentono in modo
contrario da noi
sono per questo
barbari o selvaggi
Cartesio «Discorso sul metodo»
TERMOVALORIZZATORI ??? di Franca Caiola
La puntata di “Annozero” di Michele Santoro dello scorso 5 Aprile ha trattato temi di notevole interesse per l’opinione pubblica poiché, anche da questo, dipende la qualità della nostra vita e l’avvenire delle generazioni future: smaltimento dei rifiuti, inceneritori, raccolta differenziata. Tra le persone intervistate, abbiamo potuto ascoltare l’esplosivo Beppe Grillo con le sue invettive contro gli inceneritori, o come si preferisce chiamarli “TERMOVALORIZZATORI”, ma anche le considerazioni basate su studi approfonditi del Prof. Marino Ruzzenenti, autore del libro "L'Italia sotto i rifiuti", nel quale affronta il problema partendo da Brescia, dove funziona da anni il più grande e moderno inceneritore d’Europa, proposto da molti come soluzione ideale perché, si dice, elimina le discariche e, bruciando l’immondizia, la trasforma in energia “pulita e rinnovabile”. Il libro smentisce questa tesi con ampie e documentate argomentazioni volte a dimostrare i livelli di tossicità degli agenti inquinanti, fra cui diossine e metalli pesanti, prodotti dall'incenerimento. Le intenzioni all’inizio erano lodevoli: l’inceneritore era nato, in teoria, per adempiere a una direttiva comunitaria che richiede la riduzione della quantità di rifiuti da smaltire in discarica; l’obiettivo era il “sistema integrato” costituito dalla raccolta differenziata di tutto il riciclabile e dall’incenerimento (privo di emissioni inquinanti) del residuo, utilizzando i rifiuti come combustibile per alimentare una centrale termoelettrica capace di produrre energia e riscaldare le abitazioni.
E in effetti quest’ultimo obiettivo è stato raggiunto, ed è sicuramente vantaggioso per l’ASM (società costruttrice e gestore) e per il Comune che ci guadagnano vendendo energia e acqua calda e potendo contare su incentivi statali e sul contributo dei cittadini che, oltre a pagare per la raccolta pagano anche per l’incenerimento dei rifiuti; il costo, però, si è scoperto e si sta finalmente ammettendo che è in realtà spaventoso dal punto di vista ambientale e della salute delle persone.
“In sostanza – sostiene un ricercatore sulle nanopatologie – con gli inceneritori ci ‘liberiamo’ sì di una tonnellata di rifiuti estremamente grossolani, ma non facciamo altro che trasformarli in una tonnellata di fumi, contenenti una notevolissima quantità di sostanze tossiche, che ritroviamo nell’aria che dobbiamo respirare. Senza considerare gli altri scarti che devono essere smaltiti in discariche speciali”.
L'inceneritore inoltre, contrariamente alle intenzioni iniziali, per risultare economicamente conveniente, deve essere alimentato da una quantità ingente di rifiuti, per cui bisogna aumentarne la produzione (in netta contraddizione con la direttiva comunitaria), importarne da altre zone (compresi i rifiuti speciali) e anche scoraggiare di fatto la raccolta differenziata: carta, cartone, plastica e altri materiali invece di essere riutilizzati vengono bruciati per non sottrarre potere calorico all’inceneritore.
Un’altra importante considerazione riguarda il discorso energetico: il teleriscaldamento ottenuto con l’acqua calda recuperata dalla centrale termoelettrica connessa all’inceneritore sta facendo sostituire l’uso del gas con quello dell’energia elettrica con conseguente continuo aumento del consumo della stessa quando, invece, è ormai universalmente riconosciuta l’assoluta urgenza del suo contenimento visto l’alto costo di produzione.
L'Unione europea ha attivato una procedura di infrazione contro l’inceneritore di Brescia, che sta funzionando senza che sia mai stata fatta una valutazione di impatto ambientale. Ora, sembra che la Finanziaria 2007 abbia escluso i rifiuti non biodegradabili (plastiche ecc.) e il Cdr (combustibile da rifiuto) dal beneficiare degli incentivi destinati alle fonti energetiche rinnovabili, riportando la normativa italiana entro le corrette indicazioni UE.
I sostenitori degli inceneritori, naturalmente, sono in allarme per questo e sostengono, a loro beneficio, che se si bloccano gli inceneritori si vogliono le discariche, mentre non dicono che sono necessarie moltissime discariche per collocarvi i rifiuti prodotti dalla combustione divenuti, tra l’altro, anche pericolosi.
“Se la quantità dei rifiuti prodotti è l’indice del grado di “sviluppo” o, meglio, del livello “consumistico” raggiunto da certa società, il modo come questi vengono trattati ne è invece l’indicatore del grado di civiltà e cultura”.
Il libro mette a confronto due esperienze opposte nella gestione dei rifiuti:
- il caso virtuoso del consorzio veneto Priula (del quale abbiamo già parlato precedentemente), che considera la gestione dal punto di vista ambientale ponendosi come obiettivo una forte riduzione dei rifiuti e un cospicuo riciclaggio, nella prospettiva del "rifiuto zero";
- il caso dell'inceneritore ASM di Brescia il cui fine è chiaramente e unicamente il risultato economico alla faccia del “patto ambientalista” propagandato all’inizio, quando occorreva conquistare l’opinione pubblica.
Molti amministratori hanno imparato bene la lezione e sono abilissimi nel costruire giustificazioni e aspetti positivi quando vogliono far digerire all’opinione pubblica qualche azione non propriamente vantaggiosa per i cittadini ma molto per loro stessi. Restringendo il campo e facendo un collegamento con il nostro Comune, per esempio, alcune decisioni prese recentemente vengono presentate in un modo, mentre la sostanza è tutt’altra. Un esempio? La chiusura della piazzola ecologica è stata preceduta e accompagnata da una campagna rivolta ad esaltare i provvedimenti assunti a favore della raccolta differenziata, che peraltro nel nostro comune funzionava già da anni; è stata incrementata con la raccolta dell’umido e questa è senz’altro una buona cosa, mentre molto discutibile è la sostituzione della piazzola con antigienici ed antiestetici cassonetti per il verde disseminati per il paese, dove in realtà confluisce di tutto, con conseguente malumore dei cittadini che se li trovano vicini a casa, e con la raccolta porta a porta degli ingombranti previa prenotazione, trasformando in richiesta quello che è un sacrosanto diritto ad un servizio.
(f. c.)
E in effetti quest’ultimo obiettivo è stato raggiunto, ed è sicuramente vantaggioso per l’ASM (società costruttrice e gestore) e per il Comune che ci guadagnano vendendo energia e acqua calda e potendo contare su incentivi statali e sul contributo dei cittadini che, oltre a pagare per la raccolta pagano anche per l’incenerimento dei rifiuti; il costo, però, si è scoperto e si sta finalmente ammettendo che è in realtà spaventoso dal punto di vista ambientale e della salute delle persone.
“In sostanza – sostiene un ricercatore sulle nanopatologie – con gli inceneritori ci ‘liberiamo’ sì di una tonnellata di rifiuti estremamente grossolani, ma non facciamo altro che trasformarli in una tonnellata di fumi, contenenti una notevolissima quantità di sostanze tossiche, che ritroviamo nell’aria che dobbiamo respirare. Senza considerare gli altri scarti che devono essere smaltiti in discariche speciali”.
L'inceneritore inoltre, contrariamente alle intenzioni iniziali, per risultare economicamente conveniente, deve essere alimentato da una quantità ingente di rifiuti, per cui bisogna aumentarne la produzione (in netta contraddizione con la direttiva comunitaria), importarne da altre zone (compresi i rifiuti speciali) e anche scoraggiare di fatto la raccolta differenziata: carta, cartone, plastica e altri materiali invece di essere riutilizzati vengono bruciati per non sottrarre potere calorico all’inceneritore.
Un’altra importante considerazione riguarda il discorso energetico: il teleriscaldamento ottenuto con l’acqua calda recuperata dalla centrale termoelettrica connessa all’inceneritore sta facendo sostituire l’uso del gas con quello dell’energia elettrica con conseguente continuo aumento del consumo della stessa quando, invece, è ormai universalmente riconosciuta l’assoluta urgenza del suo contenimento visto l’alto costo di produzione.
L'Unione europea ha attivato una procedura di infrazione contro l’inceneritore di Brescia, che sta funzionando senza che sia mai stata fatta una valutazione di impatto ambientale. Ora, sembra che la Finanziaria 2007 abbia escluso i rifiuti non biodegradabili (plastiche ecc.) e il Cdr (combustibile da rifiuto) dal beneficiare degli incentivi destinati alle fonti energetiche rinnovabili, riportando la normativa italiana entro le corrette indicazioni UE.
I sostenitori degli inceneritori, naturalmente, sono in allarme per questo e sostengono, a loro beneficio, che se si bloccano gli inceneritori si vogliono le discariche, mentre non dicono che sono necessarie moltissime discariche per collocarvi i rifiuti prodotti dalla combustione divenuti, tra l’altro, anche pericolosi.
“Se la quantità dei rifiuti prodotti è l’indice del grado di “sviluppo” o, meglio, del livello “consumistico” raggiunto da certa società, il modo come questi vengono trattati ne è invece l’indicatore del grado di civiltà e cultura”.
Il libro mette a confronto due esperienze opposte nella gestione dei rifiuti:
- il caso virtuoso del consorzio veneto Priula (del quale abbiamo già parlato precedentemente), che considera la gestione dal punto di vista ambientale ponendosi come obiettivo una forte riduzione dei rifiuti e un cospicuo riciclaggio, nella prospettiva del "rifiuto zero";
- il caso dell'inceneritore ASM di Brescia il cui fine è chiaramente e unicamente il risultato economico alla faccia del “patto ambientalista” propagandato all’inizio, quando occorreva conquistare l’opinione pubblica.
Molti amministratori hanno imparato bene la lezione e sono abilissimi nel costruire giustificazioni e aspetti positivi quando vogliono far digerire all’opinione pubblica qualche azione non propriamente vantaggiosa per i cittadini ma molto per loro stessi. Restringendo il campo e facendo un collegamento con il nostro Comune, per esempio, alcune decisioni prese recentemente vengono presentate in un modo, mentre la sostanza è tutt’altra. Un esempio? La chiusura della piazzola ecologica è stata preceduta e accompagnata da una campagna rivolta ad esaltare i provvedimenti assunti a favore della raccolta differenziata, che peraltro nel nostro comune funzionava già da anni; è stata incrementata con la raccolta dell’umido e questa è senz’altro una buona cosa, mentre molto discutibile è la sostituzione della piazzola con antigienici ed antiestetici cassonetti per il verde disseminati per il paese, dove in realtà confluisce di tutto, con conseguente malumore dei cittadini che se li trovano vicini a casa, e con la raccolta porta a porta degli ingombranti previa prenotazione, trasformando in richiesta quello che è un sacrosanto diritto ad un servizio.
(f. c.)
SALVIAMO LA COSTITUZIONE lettera del Presidente Scalfaro
Come già reso noto a suo tempo, Medoleggendo aderisce al Comitato per la salvaguardia della Costituzione che ha promosso il Referendum svoltosi lo scorso anno con il positivo risultato che ha permesso di salvare l’originalità della nostra Carta Costituzionale. Nell’approssimarsi del 2 Giugno (Festa della Repubblica) rendiamo pubblica la lettera pervenuta dal Presidente del Comitato Nazionale e Presidente emerito della Repubblica On. Oscar Luigi Scalfaro.
Aprile 2007.
Lettera del Presidente Scalfaro
ai Comitati Salviamo la Costituzione.
Mercoledì 18 aprile scorso si è riunito a Roma l'esecutivo dei Comitati - Salviamo la Costituzione - nella veste e nella responsabilità di componenti del "Comitato promotore per il referendum" che circa un anno fa (25 e 26 giugno) premiò le nostre fatiche e quelle di migliaia di amici di ogni parte d'Italia, con un travolgente risultato: votarono almeno 16 milioni di cittadini e con oltre il 60 per cento di voti fu bocciata la riforma presentata dalla -Destra- che voleva demolire l'impostazione data dai Costituenti alla nostra Carta con la posizione centrale del Parlamento, cioè della voce e della volontà del popolo italiano, segno fondamentale di una democrazia.
Ci siamo riuniti per iniziare la procedura per trasformare il nostro -Comitato nazionale-, nato per proporre il referendum, in "Associazione" con lo stesso nome e lo stesso scopo. Entro maggio la trasformazione in Associazione sarà definita con atto notarile.
Si, perché c'è ancora da temere che si vogliano cambiare "i connotati" alla nostra legge fondamentale approfittando della modifica della legge elettorale.
Sentiamo il dovere di tenere gli occhi aperti per non pentirci inutilmente domani, se la Costituzione dovesse subire danni gravi. Sappiamo che in varie parti d'Italia i nostri amici dei Comitati per la difesa della Costituzione, e non solo loro, vivono le stesse nostre preoccupazioni. Ci si chiede cosa poter fare di efficace per una vera e valida difesa della nostra Carta Costituzionale. Il parere unanime si è concentrato anzitutto sulla indispensabilità di rivolgerci al Parlamento, perché non lasci ulteriormente dormire le proposte di legge da tempo presentate riguardanti l'art. 138 e tendenti a impedire che ogni riforma costituzionale venga approvata con la maggioranza semplice. E' stato l'impegno solenne di grandi partiti, e soprattutto del programma dell'Unione che ha vinto le elezioni.
Non possiamo tradire questa promessa che è garanzia essenziale per la nostra Costituzione per impedire "il delitto" di apportare modifiche con la sola maggioranza governativa. Dunque ogni iniziativa che vuole che le modifiche costituzionali siano affrontate e approvate con maggioranza qualificata, non più con maggioranza semplice, ci trova d'accordo. Ma non dimentichiamo che la nostra forza nella battaglia dell'anno scorso per il referendum, è stata la eccezionale unità di intenti e di azione. Stiamo attenti a non dividerci con proposte concrete multiple che darebbe forza alla tesi di lasciare il 138 come è: danno grave e vero tradimento degli impegni presi e proclamati.
Sono convinto che nostro compito è solo quello di lanciare il chiaro allarme politico: con la modifica del 138, la Costituzione deve essere messa in sicurezza per impedire altre prepotenze come quella che il popolo italiano bocciò solennemente il giugno scorso. Questo è il nostro primo impegno che vogliamo discutere con i Parlamentari proponenti di analoghe proposte di legge, per poi chiedere udienza al Presidente della Repubblica e ai Presidenti di Camera e Senato al fine di comunicare ufficialmente questa nostra proposta politica. Potrebbero essere assai valide iniziative di non difficile attuazione come manifestazioni con qualche striscione che richiami la rinnovata difesa della Costituzione, il dovere morale di rispettare il voto del giugno 2006 e richiami il doveroso rispetto dell'impegno assunto solennemente di mettere in sicurezza l'art. 138.
Auguri di buon lavoro con la fede e l'entusiasmo di chi ci crede.
Vi terremo a conoscenza di ogni seguito.
Con affetto, f.to Oscar Luigi Scàlfaro
2 Giugno FESTA DELLA REPUBBLICA
Aprile 2007.
Lettera del Presidente Scalfaro
ai Comitati Salviamo la Costituzione.
Mercoledì 18 aprile scorso si è riunito a Roma l'esecutivo dei Comitati - Salviamo la Costituzione - nella veste e nella responsabilità di componenti del "Comitato promotore per il referendum" che circa un anno fa (25 e 26 giugno) premiò le nostre fatiche e quelle di migliaia di amici di ogni parte d'Italia, con un travolgente risultato: votarono almeno 16 milioni di cittadini e con oltre il 60 per cento di voti fu bocciata la riforma presentata dalla -Destra- che voleva demolire l'impostazione data dai Costituenti alla nostra Carta con la posizione centrale del Parlamento, cioè della voce e della volontà del popolo italiano, segno fondamentale di una democrazia.
Ci siamo riuniti per iniziare la procedura per trasformare il nostro -Comitato nazionale-, nato per proporre il referendum, in "Associazione" con lo stesso nome e lo stesso scopo. Entro maggio la trasformazione in Associazione sarà definita con atto notarile.
Si, perché c'è ancora da temere che si vogliano cambiare "i connotati" alla nostra legge fondamentale approfittando della modifica della legge elettorale.
Sentiamo il dovere di tenere gli occhi aperti per non pentirci inutilmente domani, se la Costituzione dovesse subire danni gravi. Sappiamo che in varie parti d'Italia i nostri amici dei Comitati per la difesa della Costituzione, e non solo loro, vivono le stesse nostre preoccupazioni. Ci si chiede cosa poter fare di efficace per una vera e valida difesa della nostra Carta Costituzionale. Il parere unanime si è concentrato anzitutto sulla indispensabilità di rivolgerci al Parlamento, perché non lasci ulteriormente dormire le proposte di legge da tempo presentate riguardanti l'art. 138 e tendenti a impedire che ogni riforma costituzionale venga approvata con la maggioranza semplice. E' stato l'impegno solenne di grandi partiti, e soprattutto del programma dell'Unione che ha vinto le elezioni.
Non possiamo tradire questa promessa che è garanzia essenziale per la nostra Costituzione per impedire "il delitto" di apportare modifiche con la sola maggioranza governativa. Dunque ogni iniziativa che vuole che le modifiche costituzionali siano affrontate e approvate con maggioranza qualificata, non più con maggioranza semplice, ci trova d'accordo. Ma non dimentichiamo che la nostra forza nella battaglia dell'anno scorso per il referendum, è stata la eccezionale unità di intenti e di azione. Stiamo attenti a non dividerci con proposte concrete multiple che darebbe forza alla tesi di lasciare il 138 come è: danno grave e vero tradimento degli impegni presi e proclamati.
Sono convinto che nostro compito è solo quello di lanciare il chiaro allarme politico: con la modifica del 138, la Costituzione deve essere messa in sicurezza per impedire altre prepotenze come quella che il popolo italiano bocciò solennemente il giugno scorso. Questo è il nostro primo impegno che vogliamo discutere con i Parlamentari proponenti di analoghe proposte di legge, per poi chiedere udienza al Presidente della Repubblica e ai Presidenti di Camera e Senato al fine di comunicare ufficialmente questa nostra proposta politica. Potrebbero essere assai valide iniziative di non difficile attuazione come manifestazioni con qualche striscione che richiami la rinnovata difesa della Costituzione, il dovere morale di rispettare il voto del giugno 2006 e richiami il doveroso rispetto dell'impegno assunto solennemente di mettere in sicurezza l'art. 138.
Auguri di buon lavoro con la fede e l'entusiasmo di chi ci crede.
Vi terremo a conoscenza di ogni seguito.
Con affetto, f.to Oscar Luigi Scàlfaro
2 Giugno FESTA DELLA REPUBBLICA
L’AMACA di Michele Serra
Nella hit-parade dei problemi che mi assillano, direi che la minaccia incombente della poligamia arriva intorno al duecentesimo posto, subito dopo l’aumento del prezzo dei semi di sesamo. Ma devo essere distratto: perché, secondo Magdi Allam, la poligamia dei mussulmani in Italia rappresenta invece “un fenomeno sociale e giuridico che oggi rischia di scardinare l’istituto della famiglia monogamica che è alla base della civiltà occidentale”. Allarme lanciato sulla prima pagina del “Corriere della sera”, mica al bar sotto casa. Non che l’impatto con l’Islam sia un problema da poco: ma affrontarlo così, con questi toni da ultimi giorni di Pompei, con questo sguardo da supercivilizzati che osservano con orrore l’arrivo dei barbari, serve a qualcosa? Siamo sicuri che la “civiltà occidentale” (quale tra le varie) si fondi sulla “famiglia monogamica”? È un criterio socialmente condiviso, questo, oppure tipico di una concezione cattolico-confessionale della società? E gli scapoli? E gli sterili? E gli omosessuali? E i bigami e i puttanieri nostrani? Che ne facciamo di tutta questa gente, li spediamo oltremare insieme ai saraceni?
IRONICHE MEDITAZIONI di Giovanni Magnani
PAPPAGALLI, IMITATORI, PLAGIATORI
E LORO ALLIGNAMENTO
PAPPAGALLI – nome comune degli uccelli psittaciformi che vivono sugli alberi delle foreste tropicali di tutto il mondo eccetto l’Europa. Facilmente addomesticabili. Sono caratterizzati dai bei colori delle penne e dalla capacità di imparare a ripetere con particolare voce, parole, frasi, melodie e altro. Con riferimento a quest’ultima caratteristica le imitazioni avvengono meccanicamente e, ovviamente, senza capacità di capire ciò che si va dicendo. Il termine viene usato anche per denominare molti altri oggetti, qualità, specie ittiche, floreali, ecc…
IMITATORI – chi imita; chi nell’azione o in particolari opere cerca di imitare un modello. Chi, privo di originalità, fa imitazioni, cioè opere, azioni, iniziative ecc…contraffacendone le caratteristiche, plagiandole, ecc…
PLAGIATORI – chi commette atti di plagio. È possibile plagiare imitando, ripetendo pedissequamente idee, opere o iniziative dell’ingegno altrui spacciandole per proprie oppure sottoponendo un individuo al proprio volere esercitando su di lui un particolare ascendente intellettuale e morale in modo da ridurlo in uno stato di soggezione ecc…
I redattori dei testi di consultazione, a differenza della voce “Pappagalli”, non indicano per le voci “Imitatori” e “Plagiatori” le zone di provenienza o di allignamento. Infatti, sia per i primi, ormai di antica importazione, che per i secondi ovunque stanziali, non v’è necessità di prendere il treno, la nave o l’aereo per poterne verificare sembianze e comportamenti. Oggi come oggi basta uscire dalla porta di casa, muoversi un poco, guardarsi attorno, vedere, soprattutto vedere ma anche sentire e ci si accorgerà, senza troppe elucubrazioni, che tali specie non sono rare e per giunta contigue. Forse non allignano sugli alberi ma certo, si scusi il bisticcio di parole, in stanze a certe quote.
Prendiamola con filosofia e a proposito di imitazioni, plagi e pappagallegiamenti facciamo il verso (di proposito) ad Arbore: “meditate gente, meditate”. (g.m.)
E LORO ALLIGNAMENTO
PAPPAGALLI – nome comune degli uccelli psittaciformi che vivono sugli alberi delle foreste tropicali di tutto il mondo eccetto l’Europa. Facilmente addomesticabili. Sono caratterizzati dai bei colori delle penne e dalla capacità di imparare a ripetere con particolare voce, parole, frasi, melodie e altro. Con riferimento a quest’ultima caratteristica le imitazioni avvengono meccanicamente e, ovviamente, senza capacità di capire ciò che si va dicendo. Il termine viene usato anche per denominare molti altri oggetti, qualità, specie ittiche, floreali, ecc…
IMITATORI – chi imita; chi nell’azione o in particolari opere cerca di imitare un modello. Chi, privo di originalità, fa imitazioni, cioè opere, azioni, iniziative ecc…contraffacendone le caratteristiche, plagiandole, ecc…
PLAGIATORI – chi commette atti di plagio. È possibile plagiare imitando, ripetendo pedissequamente idee, opere o iniziative dell’ingegno altrui spacciandole per proprie oppure sottoponendo un individuo al proprio volere esercitando su di lui un particolare ascendente intellettuale e morale in modo da ridurlo in uno stato di soggezione ecc…
I redattori dei testi di consultazione, a differenza della voce “Pappagalli”, non indicano per le voci “Imitatori” e “Plagiatori” le zone di provenienza o di allignamento. Infatti, sia per i primi, ormai di antica importazione, che per i secondi ovunque stanziali, non v’è necessità di prendere il treno, la nave o l’aereo per poterne verificare sembianze e comportamenti. Oggi come oggi basta uscire dalla porta di casa, muoversi un poco, guardarsi attorno, vedere, soprattutto vedere ma anche sentire e ci si accorgerà, senza troppe elucubrazioni, che tali specie non sono rare e per giunta contigue. Forse non allignano sugli alberi ma certo, si scusi il bisticcio di parole, in stanze a certe quote.
Prendiamola con filosofia e a proposito di imitazioni, plagi e pappagallegiamenti facciamo il verso (di proposito) ad Arbore: “meditate gente, meditate”. (g.m.)
EX LIBRIS - Erri De Luca
L’umanità sarà poca,
meticcia, zingara
e andrà a piedi.
Avrà per bottino la vita,
la più grande ricchezza
da trasmettere ai figli.
Erri De Luca
«Solo andata »
meticcia, zingara
e andrà a piedi.
Avrà per bottino la vita,
la più grande ricchezza
da trasmettere ai figli.
Erri De Luca
«Solo andata »
ANGOLO DELLA POESIA di Rosa Oliani
Futuro
Ci stiamo avviando
verso un futuro
nel quale solo gli sciocchi
saranno presi sul serio.
Gli altri
presi dal terrore
di essere ignorati,
si adegueranno
facendo di tutto
per mostrarsi
sciocchi anche loro.
Il saggio dice:
“se un uomo
ha una grande idea
di se stesso
si può essere certi
che è l’unica
grande idea
che ha avuto
in vita sua”.
(r.o.)
Ci stiamo avviando
verso un futuro
nel quale solo gli sciocchi
saranno presi sul serio.
Gli altri
presi dal terrore
di essere ignorati,
si adegueranno
facendo di tutto
per mostrarsi
sciocchi anche loro.
Il saggio dice:
“se un uomo
ha una grande idea
di se stesso
si può essere certi
che è l’unica
grande idea
che ha avuto
in vita sua”.
(r.o.)
L’ALCOL: un fenomeno sociale allarmante…per anni sottovalutato! di Jessica Vanni
Col passare dei secoli e con il succedersi delle diverse civiltà il consumo di bevande alcoliche ha assunto diversi significati sociali.
Come la maggior parte di noi sapranno, il padre di tutte le bevande alcoliche è il vino, apprezzato dalla cultura contadina sulla base di solide e antiche tradizioni che attribuivano a tale sostanza un potere salutare e nutritivo.
Pensando ad oggi possiamo ancora dire con ferma convinzione che consumare alcol faccia buon sangue sempre e comunque? La cronaca odierna a livello nazionale e i dati raccolti dal Ser.D (servizio dipendenze) di Mantova sembrano cozzare con la stragrande maggioranza dei luoghi comuni che dipingono le bevande alcoliche come “sostanze ricreative” in grado di facilitare le relazioni e le proprie prestazioni di ruolo.
Purtroppo la realtà dei giorni nostri è caratterizzata da sempre più giovanissimi che consumano e abusano di alcol con l’illusione di divertirsi “di più”; figli e figlie, padri e madri, mariti e mogli che hanno aumentato i consumi alcolici, alcuni sostenendo di aumentare i sapori della tavola e altri ( i più) per addolcire talvolta il sapore amaro della vita.
Questi dati conosciuti, purtroppo, per lo più esclusivamente dagli addetti ai lavori hanno quasi dell’inverosimile in un Paese che ha approvato e legalizzato fino a ieri la produzione e la vendita “no-limits” di bevande alcoliche; un Paese che ci consiglia di bere una birra prima di compiere una scelta importante e ci ricorda che senza consumare alcolici è fortemente compromessa la buona riuscita di una festa.
Siamo tutti d’accordo che non sarà il proibizionismo a salvare i giovani sulle strade, ad annullare gli inserimenti (sempre in aumento) di persone in strutture specializzate nel trattamento delle alcoldipendenze e a proclamare la chiusura degli storici ed importanti gruppi di auto-aiuto come “Alcolisti Anonimi” e “Club degli Alcolisti in Trattamento”, ma forse è arrivato il momento di allarmarsi di fronte al continuo aumento del consumo di bevande alcoliche e di informare le persone che è possibile ottenere effetti piacevoli dall’alcol solo se lo si consuma con moderazione poiché l’alcol se consumato in massicce quantità più che procurare piacere alla persona è destinato a creare dipendenza.
Saranno state le circa 30.000 persone che ogni anno muoiono a causa di patologie alcolcorrelate o il fatto che in 3 incidenti su 4 al guidatore che ha causato l’incidente, per lo più mortale, è stato riscontrato un tasso alcolico molto elevato a far sì che i nostri ministri, deputati e senatori, abbiano definito il consumo attuale di bevande alcoliche un “FENOMENO SOCIALE ALLARMANTE”?
Positivi sicuramente gli interventi applicati per ridurre il rischio sulla strada, come controlli del traffico più intensi e provvedimenti penali più severi ma chi lavora nel settore delle alcoldipendenze è ben consapevole che tali provvedimenti non saranno sufficienti ad evitare tutte quelle situazioni problematiche che portano, nella maggior parte dei casi, alla morte della persona se non verranno accompagnati da attività di prevenzione rivolte soprattutto a chi ancora deve sviluppare un consumo problematico di sostanze alcoliche.
Prevenire significa informare le persone che si può diventare dipendenti d’alcol e che il “tanto smetto quando voglio” non è affatto possibile.
Prevenire significa sensibilizzare le persone rispetto alle conseguenze personali e sociali provocate da un consumo problematico di sostanze alcoliche consistenti nella forte compromissione della vita di relazione, della capacità lavorativa e dello stato di salute, nella maggior parte dei casi danneggiato irreparabilmente.
Prevenire significa inoltre aiutare le persone a capire che “affogare i dispiaceri nell’alcol” è solamente un tristissimo luogo comune coniato, molto probabilmente, da chi non avendo avuto il coraggio e/o la forza di chiedere aiuto in un momento difficile della propria vita, si è aggrappato all’illusione di poter vivere meglio bevendo.
Infine, per questo, a chi già ha sviluppato un consumo problematico di sostanze alcoliche per prevenire danni per lo più catastrofici è consigliato di rivolgersi al proprio medico curante, al Ser. T (servizio tossicodipendenti) del proprio distretto ASL oppure ai gruppi di auto-aiuto degli “Alcolisti Anonimi” o ai “Club degli Alcolisti in trattamento”.
INCREMENTO NELL’USO DI ALCOLICI IN RAPPOR-
TO A SESSO E ETA’ NEGLI ULTIMI 5 ANNI IN ITALIA.
FEMMINE
12-17 anni + 110%
18-24 anni + 51%
25-44 anni + 21%
45-64 anni + 15%
+ 65 anni + 14%
MASCHI
12-17 anni + 31%
18-24 anni + 21%
25-44 anni stabile
45-64 anni stabile
+ 65 anni stabile
30000
sono i morti all’anno per alcol
L’ALLARME SOCIALE E’ NULLO
450
sono i morti all’anno per eroina
L’ALLARME SOCIALE E’ ALTO
3
sono i morti all’anno per la mucca pazza
L’ALLARME SOCIALE E’ ELEVATISSIMO
Come la maggior parte di noi sapranno, il padre di tutte le bevande alcoliche è il vino, apprezzato dalla cultura contadina sulla base di solide e antiche tradizioni che attribuivano a tale sostanza un potere salutare e nutritivo.
Pensando ad oggi possiamo ancora dire con ferma convinzione che consumare alcol faccia buon sangue sempre e comunque? La cronaca odierna a livello nazionale e i dati raccolti dal Ser.D (servizio dipendenze) di Mantova sembrano cozzare con la stragrande maggioranza dei luoghi comuni che dipingono le bevande alcoliche come “sostanze ricreative” in grado di facilitare le relazioni e le proprie prestazioni di ruolo.
Purtroppo la realtà dei giorni nostri è caratterizzata da sempre più giovanissimi che consumano e abusano di alcol con l’illusione di divertirsi “di più”; figli e figlie, padri e madri, mariti e mogli che hanno aumentato i consumi alcolici, alcuni sostenendo di aumentare i sapori della tavola e altri ( i più) per addolcire talvolta il sapore amaro della vita.
Questi dati conosciuti, purtroppo, per lo più esclusivamente dagli addetti ai lavori hanno quasi dell’inverosimile in un Paese che ha approvato e legalizzato fino a ieri la produzione e la vendita “no-limits” di bevande alcoliche; un Paese che ci consiglia di bere una birra prima di compiere una scelta importante e ci ricorda che senza consumare alcolici è fortemente compromessa la buona riuscita di una festa.
Siamo tutti d’accordo che non sarà il proibizionismo a salvare i giovani sulle strade, ad annullare gli inserimenti (sempre in aumento) di persone in strutture specializzate nel trattamento delle alcoldipendenze e a proclamare la chiusura degli storici ed importanti gruppi di auto-aiuto come “Alcolisti Anonimi” e “Club degli Alcolisti in Trattamento”, ma forse è arrivato il momento di allarmarsi di fronte al continuo aumento del consumo di bevande alcoliche e di informare le persone che è possibile ottenere effetti piacevoli dall’alcol solo se lo si consuma con moderazione poiché l’alcol se consumato in massicce quantità più che procurare piacere alla persona è destinato a creare dipendenza.
Saranno state le circa 30.000 persone che ogni anno muoiono a causa di patologie alcolcorrelate o il fatto che in 3 incidenti su 4 al guidatore che ha causato l’incidente, per lo più mortale, è stato riscontrato un tasso alcolico molto elevato a far sì che i nostri ministri, deputati e senatori, abbiano definito il consumo attuale di bevande alcoliche un “FENOMENO SOCIALE ALLARMANTE”?
Positivi sicuramente gli interventi applicati per ridurre il rischio sulla strada, come controlli del traffico più intensi e provvedimenti penali più severi ma chi lavora nel settore delle alcoldipendenze è ben consapevole che tali provvedimenti non saranno sufficienti ad evitare tutte quelle situazioni problematiche che portano, nella maggior parte dei casi, alla morte della persona se non verranno accompagnati da attività di prevenzione rivolte soprattutto a chi ancora deve sviluppare un consumo problematico di sostanze alcoliche.
Prevenire significa informare le persone che si può diventare dipendenti d’alcol e che il “tanto smetto quando voglio” non è affatto possibile.
Prevenire significa sensibilizzare le persone rispetto alle conseguenze personali e sociali provocate da un consumo problematico di sostanze alcoliche consistenti nella forte compromissione della vita di relazione, della capacità lavorativa e dello stato di salute, nella maggior parte dei casi danneggiato irreparabilmente.
Prevenire significa inoltre aiutare le persone a capire che “affogare i dispiaceri nell’alcol” è solamente un tristissimo luogo comune coniato, molto probabilmente, da chi non avendo avuto il coraggio e/o la forza di chiedere aiuto in un momento difficile della propria vita, si è aggrappato all’illusione di poter vivere meglio bevendo.
Infine, per questo, a chi già ha sviluppato un consumo problematico di sostanze alcoliche per prevenire danni per lo più catastrofici è consigliato di rivolgersi al proprio medico curante, al Ser. T (servizio tossicodipendenti) del proprio distretto ASL oppure ai gruppi di auto-aiuto degli “Alcolisti Anonimi” o ai “Club degli Alcolisti in trattamento”.
INCREMENTO NELL’USO DI ALCOLICI IN RAPPOR-
TO A SESSO E ETA’ NEGLI ULTIMI 5 ANNI IN ITALIA.
FEMMINE
12-17 anni + 110%
18-24 anni + 51%
25-44 anni + 21%
45-64 anni + 15%
+ 65 anni + 14%
MASCHI
12-17 anni + 31%
18-24 anni + 21%
25-44 anni stabile
45-64 anni stabile
+ 65 anni stabile
30000
sono i morti all’anno per alcol
L’ALLARME SOCIALE E’ NULLO
450
sono i morti all’anno per eroina
L’ALLARME SOCIALE E’ ALTO
3
sono i morti all’anno per la mucca pazza
L’ALLARME SOCIALE E’ ELEVATISSIMO
EX LIBRIS - De Cervantes
La storia è madre della verità,
emula del tempo,
depositaria delle azioni,
testimone del passato,
esempio e annuncio del presente,
avvertimento per il futuro.
M. De Cervantes
(scrittore spagnolo, 1547-1616)
emula del tempo,
depositaria delle azioni,
testimone del passato,
esempio e annuncio del presente,
avvertimento per il futuro.
M. De Cervantes
(scrittore spagnolo, 1547-1616)
LAMENTO E SUPPLICA DELLA TRANSENNA - Puck
Vi confesso il mio peccato
ho cent’auto massacrato.
Anche quelle, hai la lai,
di chi non si direbbe mai.
Sono brutta, spelacchiata
assai poco rispettata,
ci sto male nel contesto
come scheggia sotto l’unghia
come sasso in una scarpa
o in un cesto per na carpa.
Che sia forse un carrozziere
a volermi qui vedere?
Io non credo certamente,
ma qualch’altro assai piccato
di affermare il suo mandato.
Attendo, intanto, tuttavia
che qualcun mi porti via.
Qualcheduno un po’ assennato
che cancelli il mio peccato.
A lui, grata sempiterno
sarò verso il Padreterno.
Puck
ho cent’auto massacrato.
Anche quelle, hai la lai,
di chi non si direbbe mai.
Sono brutta, spelacchiata
assai poco rispettata,
ci sto male nel contesto
come scheggia sotto l’unghia
come sasso in una scarpa
o in un cesto per na carpa.
Che sia forse un carrozziere
a volermi qui vedere?
Io non credo certamente,
ma qualch’altro assai piccato
di affermare il suo mandato.
Attendo, intanto, tuttavia
che qualcun mi porti via.
Qualcheduno un po’ assennato
che cancelli il mio peccato.
A lui, grata sempiterno
sarò verso il Padreterno.
Puck
GIOVANNI ALLEVI: EMOZIONI AL PIANOFORTE di Antonella Mutti
Sabato 12 maggio al Teatro Sociale di Guidizzolo si è tenuto il concerto di Giovanni Allevi, intenso pianista e compositore eclettico. La sua musica ha raggiunto i maggiori palchi internazionali: da New York a Tokyo, da Vienna a Hong Kong.
Le sue esperienze, che hanno reso la sua musica ricca e travolgente, sono tra le più diverse: si esibisce in rassegne di musica classica, partecipa a festival rock e jazz, ha aperto per anni i concerti di Jovanotti e questo lo ha portato a confrontarsi con il pubblico delle grandi platee.
Numerosi anche i riconoscimenti e premi italiani ed esteri per la sua espressione artistica e per “l’eccellenza e la magia con cui accarezza i tasti del pianoforte”.
Al concerto di sabato ha voluto cancellare la barriera che normalmente si crea tra pubblico e artista; si e’ presentato sul palco con scarpe da ginnastica e felpa e , prima di suonare ogni brano, le sue presentazioni, dirette e simpatiche, caricavano l’atmosfera di emozione pura. Il suo rapporto con il pianoforte è intimo ( lo accarezza dolcemente anche dopo aver finito di suonare ) e trasmette a tutta la sua musica positività ed ottimismo.
A Guidizzolo ci ha regalato brani tratti dal suo ultimo cd “Joy”; il pezzo più famoso è forse “Come sei veramente” diventato colonna sonora del nuovo spot internazionale della BMW.
La sua musica ha una forte carica ritmica ed una grande intensità melodica che catturano, fin dal primo ascolto, l’attenzione del pubblico.
Tra le sue note si possono riconoscere tracce di diverse contaminazioni musicali: da minimalismo USA all’eleganza di Michael Nyman ( autore della colonna sonora del film Lezioni di Piano), dall’intimità di Debussy alla più recente corrente New Age. L’ineccepibile base classica, che rende il suo tocco leggero ma sempre incisivo e nitido, viene colorata da influenze blues e si avverte vicinanza con la musica di Jarrett.
Una cosa però è certa: non si può etichettare la sua musica, estremamente fresca e innovativa, inserendola in qualche genere riconoscibile. Va oltre ogni barriera di definizione.
Uno dei messaggi che possiamo raccogliere dalle sue note è la semplicità e la trasparenza delle emozioni del compositore: Giovanni Allevi ama il suo piano, ama l’arte. Ama la gente.
( a.m.)
Le sue esperienze, che hanno reso la sua musica ricca e travolgente, sono tra le più diverse: si esibisce in rassegne di musica classica, partecipa a festival rock e jazz, ha aperto per anni i concerti di Jovanotti e questo lo ha portato a confrontarsi con il pubblico delle grandi platee.
Numerosi anche i riconoscimenti e premi italiani ed esteri per la sua espressione artistica e per “l’eccellenza e la magia con cui accarezza i tasti del pianoforte”.
Al concerto di sabato ha voluto cancellare la barriera che normalmente si crea tra pubblico e artista; si e’ presentato sul palco con scarpe da ginnastica e felpa e , prima di suonare ogni brano, le sue presentazioni, dirette e simpatiche, caricavano l’atmosfera di emozione pura. Il suo rapporto con il pianoforte è intimo ( lo accarezza dolcemente anche dopo aver finito di suonare ) e trasmette a tutta la sua musica positività ed ottimismo.
A Guidizzolo ci ha regalato brani tratti dal suo ultimo cd “Joy”; il pezzo più famoso è forse “Come sei veramente” diventato colonna sonora del nuovo spot internazionale della BMW.
La sua musica ha una forte carica ritmica ed una grande intensità melodica che catturano, fin dal primo ascolto, l’attenzione del pubblico.
Tra le sue note si possono riconoscere tracce di diverse contaminazioni musicali: da minimalismo USA all’eleganza di Michael Nyman ( autore della colonna sonora del film Lezioni di Piano), dall’intimità di Debussy alla più recente corrente New Age. L’ineccepibile base classica, che rende il suo tocco leggero ma sempre incisivo e nitido, viene colorata da influenze blues e si avverte vicinanza con la musica di Jarrett.
Una cosa però è certa: non si può etichettare la sua musica, estremamente fresca e innovativa, inserendola in qualche genere riconoscibile. Va oltre ogni barriera di definizione.
Uno dei messaggi che possiamo raccogliere dalle sue note è la semplicità e la trasparenza delle emozioni del compositore: Giovanni Allevi ama il suo piano, ama l’arte. Ama la gente.
( a.m.)
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