Sono leader, sono studiose e ricercatrici, sono mamme, sono africane… sono donne. Donne che lottano, che sperano, che sognano, donne che credono nel futuro del loro Paese, l’Africa, e si impegnano perché di un futuro, per il loro Paese, si possa ancora parlare.
Tra gli altri, tre i nomi più importanti: Luisa Dias Diogo, primo ministro del Mozambico, Wangari Maathai, Premio Nobel per la Pace 2004 e Ellen Johnson Sirleaf, prima presidentessa africana in Liberia.
Mozambico, Kenya e Liberia. Tre nomi, tre realtà, un destino comune: vivere, con dignità, senza sofferenza, senza miseria e senza guerra. È questo uno degli obiettivi della premier Luisa Diogo, considerata una delle personalità politiche più potenti e influenti del mondo. Alla guida del Mozambico dal 2004, è economista e Ministro delle Finanze in un Paese in cui, prima del suo intervento, “sottosviluppo” era la parola che più si adattava alle condizioni ambientali e umanitarie del Paese. La strategia della “premier” mira ad incrementare i tre aspetti essenziali della vita di una comunità: l’istruzione, l’assistenza sanitaria e il lavoro, per tutti, in un contesto in cui le strutture pubbliche e il potenziale privato possano collaborare perché ciò sa realmente possibile…
ma “Senhora Mozambico”, oltre a restituire dignità al suo Paese, risollevarne l’economia e trovare la forza di guardare al futuro trovando nelle risorse del territorio il più grande obiettivo per lo sviluppo, crede fortemente nel valore e nell’importanza delle donne, che considera “la soluzione”, a patto che si crei “lo spazio perché possano dimostrare le capacità” di cui dispongono.
E donna è anche Wangari Maathai, biologa, sottosegretario al Ministro dell’Ambiente e delle Risorse Naturali del Kenya e prima donna africana a essere insignita del Premio Nobel per la Pace nel 2004, attiva nella lotta per la preservazione dell’ambiente e nella difesa dei diritti umani, in particolare delle donne.
Fondatrice del “Movimento cinture verdi” Green Belt, formato da donne che dal 1977 hanno piantato, in Kenya e in altri paesi africani, più di 30 milioni di alberi, “i semi della pace”, ha saputo combinare scienza, impegno sociale e politica attiva, coniugando il problema ecologico a quello occupazionale, incrementando la centralità della figura femminile nel mondo rurale e assicurando le basi per lo sviluppo ecologicamente sostenibile. L’ecologista keniana è, infatti, fermamente convinta che “la protezione dell’ambiente sociale sia direttamente collegata al mantenimento della pace” e sottolinea che, per il mondo, è arrivata l’occasione di “cambiare il modo di pensare”.
Fiduciosa che il suo Nobel sia indicatore del fatto che la questione ambientale debba essere messa al centro delle politiche nazionali, che le risorse debbano essere gestite in maniera più costruttiva, per il bene della gente, e che le ricchezze debbano essere distribuite più equamente, adottando processi democratici perché i popoli possano essere in grado di svilupparsi e uscire dalla povertà, Wangari Maathai è ottimista riguardo al futuro del proprio Paese, un paese ricco di potenzialità e risorse, seppur nella miseria dell’ignoranza e della mancanza di volontà delle personalità politiche di creare benessere per la popolazione.
Nonostante le tante difficoltà che ha dovuto affrontare per affermare la sua idea di democrazia, pace e sviluppo sostenibile, ha saputo dimostrare che cambiare governo democraticamente, senza guerre o spargimento di sangue, è ancora possibile. Consapevole che i problemi non sono finiti e che ci sono ancora tante questioni da affrontare, continua, sempre più fiduciosa, ad amare il suo Paese e a promuoverne lo sviluppo, eliminando la povertà e lottando per “seminare la pace”.
In Liberia, dopo aver affrontato il carcere e l’esilio per aver avuto il coraggio di contestare il regime dittatoriale e aver reagito alla guerra civile che da anni stava devastando il Paese, Ellen Johnson Sirleaf, la “Iron Lady”, è diventata, alla fine del 2005, la prima presidentessa africana, sconfiggendo in campagna elettorale l’ex calciatore George Weah, mito delle giovani generazioni.
Ellen Johnson Sirleaf, già madre di quattro figli, ha dichiarato di voler diventare “la mamma di tutti i Liberiani” per offrire un futuro al proprio Paese. Nella suo programma politico hanno particolare rilevanza la lotta alla corruzione e la “libertà” della popolazione liberiana.
Una personalità importante, in Africa, alla quale sono stati conferiti diversi premi. Tra i molti, il Premio Franklin Delano Roosevelt per la Libertà di Parola nel 1988 e il premio della leadership per l’Africa per la Fine Sostenibile della Fame nel 2006.
L’Africa ce la può fare, anche grazie a queste donne.
L’Africa è solo un esempio… donne così esistono in tutto il mondo: per questo anche il mondo ce la può fare.
(g.r.)
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