lunedì 25 aprile 2005

MADONNINA. COME SARA’? di Giovanni Magnani

Cara, vetusta, suggestiva Madonnina, radice dell’albero di nostra storia, quale triste storia ti riserverà il “progresso”? E’ quanto si chiedono molti medolesi. Per ora c’è di certo che il piccone già due volte ti ha colpito: l’ultima recentemente. Lì dov’eri c’è un vuoto desolante che aspetta d’essere colmato. Ma come?
Nei giorni scorsi, all’incrocio, poco discosto dal luogo dov’era la Madonnina un anziano capomastro mi ferma, mi guarda, volge lo sguardo alla cappelletta che fu e con gli occhi lucidi, riguardandomi, tace. Un silenzio allusivo, mesto. Poi dice: “ghet vest cus’i ga fat”. Rispondo: è il progresso. L’anziano muratore allarga sconfortato le braccia e attacca: “a pensà che ‘ndel istà del milonöfsentsinquantoquater, se me sbaglie mio, me, Giüsèpe, con Vitorio, Mario e l’ater Giüsèpe gom fat isè fadigö a bater so chèlö èciö e fa sö chèlo nöo che ades la ghe pö. L’è stat en trabülere, i mèsi dè alurö iè miö chèi del dè d’encö, ma, pö o men, som riisic con la diresiù del sior geometro a falö sö come chèlö èciö, en po’ pö grandinö, ma robe dè poch, col rispet de chèlö che ghèrö e de chel che la cesulinö la rapresentö”. Giuseppe allarga le braccia e se ne va silenzioso, scuote il capo, fa un cenno di saluto ma si avverte che ha il groppo in gola.
“Ades che farai?”. E’ l’interrogativo. C’è da sperare che oggi come ieri prevalga il buon senso e il rispetto al quale alludeva l’anziano capomastro, e si proceda senza stravolgimento. Se in alcuni casi il segno dei tempi è necessario, certamente questo della ricostruzione della Madonnina non si presta al gioco di pesanti interventi, sovente a rischio di mala riuscita, scusati da adeguamenti alle nuove esigenze. Risalire alla funzione d’origine della costruzione sulla quale si deve intervenire, o da rifare, è un punto fermo sul quale fondare l’operazione ricordando che noi e gli edifici, piccoli o grandi che siano, sacri o meno che siano, siamo figli di una storia che ci attraversa e che ha testimoniato i modi del quotidiano che ci hanno dato un’identità: la nostra identità, quella medolese nella fattispecie. L’alterazione dell’ambiente, già devastante per effetto della necessità viaria, non va accentuata anche dove è possibile mantenere ciò che resta del circostante contesto con il quale l’edificio è sempre stato in simbiosi: le testimonianze pittoriche e fotografiche ce lo suggeriscono. La presenza di documenti testimoniali ci dicono come sia necessario ricostruire senza la pretesa di trasformazioni. Trasformazioni equivalenti alla cancellazione di ciò che nel ricordo resta dell’esistente stesso, già fin troppo manipolato sotto le spinte della necessità del progresso (ma sarà poi veramente progresso?). In conclusione, si fa urgente l’appello a non cancellare, a “non perdere quel patrimonio di cultura e tradizione che è fondamentale componente del nostro passato e del quale, noi, oggi, siamo il risultato”. Tagliare, stravolgere, manipolare ancora una volta quella radice dell’albero di nostra storia che è la Madonnina vuol dire assumersi delle pesanti responsabilità.
(g.m.)