(interessante articolo di storia medolese giuntoci a mezzo internet dal signor giorgio fumagalli di milano con richiesta di pubblicazione)
Ite sul colle, o Druidi
Ite a spiar ne’cieli
Quando il suo disco argenteo,
La nuova luna sveli.
Felice Romani: “NORMA” Atto I, scena 1°
L’opera lirica Norma, musicata da Vincenzo Bellini, si apre con uno scenario solenne: i druidi, celtici ministri del culto, si apprestano a salire su un colle per scrutare il sorgere della luna ed invocare Irminsul, una misteriosa divinità che regge il mondo.
Il libretto non indica la località, ma possiamo facilmente prevedere il nome del colle. Si chiamava “Medolano”, perché con questa denominazione i Celti indicavano le loro più importanti radure, quelle a carattere federale. Esse costituivano il cuore della comunità, anche se non erano abitate stabilmente ed il relativo insediamento si trovava in un villaggio, più o meno lontano.
Al di là delle Alpi, sono note alcune decine di questi toponimi, ma in Italia si ricorda solo Milano. Recentemente, una ricerca ha evidenziato che anche da noi esistono una mezza dozzina di toponimi Milano-Medolano, il cui nome si è conservato praticamente inalterato per oltre due millenni. Tutti possono essere messi in relazione con una diversa nazione celtizzata.
Il “colle” poteva essere anche un modesto rilievo: Piazza della Scala, dove era il Medelano che ha dato il nome a Milano, oggi è alta solo 5 metri più della Via Pantano, che è il punto più basso del centro della città. Venticinque secoli fa, prima dello spianamento dovuto all’urbanizzazione, costituiva un piccolo rialzo, attorno al quale il Seveso compiva un’ampia ansa; solo più tardi, il corso d’acqua venne deviato e il suo alveo diventò la strada che oggi si chiama Corso Vittorio Emanuele.
Non molto più elevato doveva apparire il Monte Medolano, che si trova un paio di chilometri a nord di Medole ed oggi emerge di 12 metri su una pianura costituita da detriti alluvionali: ha la forma di un’ellisse allungata, con dimensioni massime di 100 metri per 500. Anche se è piuttosto modesto, si presenta come il luogo ideale per scrutare la pianura e studiare i cieli, come facevano gli antichi Celti.
Questa località è nota (forse più all’estero che in Italia) per due famose battaglie.
Il 5 agosto 1796, a Monte Medolano, Napoleone sconfisse gli Austriaci guidati dal generale Würmser. Qui il giovane Buonaparte utilizzò per la prima volta la tattica della manoeuvre sur le derrières, che consiste nell'aggiramento delle posizioni nemiche; per chiudere le vie di ritirata. Napoleone chiamò in suo aiuto i contingenti che da diversi mesi assediavano Mantova: essi, spuntati alle spalle del nemico, gli tagliarono le vie di comunicazione e gli Austriaci furono scacciati dal Monte Medolano.
Il 24 giugno 1859, il maresciallo Mac Mahon salì su questo tozzo colle, per studiare la disposizione delle truppe per la battaglia di Solferino: poi raggiunse Napoleone III. Protetti dalla Guardia dell’imperatore, seguirono le fasi dello scontro decisivo e la sera, mandarono un messaggio a Parigi: “Grande battaglia. Grande vittoria”.
Chi non conoscesse il luogo, potrebbe pensare che il nome del monte, come quello del comune di Medole, derivi dal termine “medolo”, che serve ad indicare una sorta di ghiaietto e argilla, sparsa su quasi tutto il territorio attorno. In realtà, a causa della sua conformazione geologica, il Monte Medolano n’è completamente privo e non resta che pensare ad un ben più antico toponimo, quello stesso che per i Celti significava “Centro di perfezione”
Il Monte Medolano è difficilmente individuabile, tanto è minuscolo: va cercato presso la cascina Barcaccia (per i Medolesi il Monte Medolano è da sempre meglio conosciuto come Monte della Barcaccia). Oggi è coperto d’alberi e domina una fertile pianura; in età protostorica tutto attorno c’era una grande selva che si estendeva dal Benaco, fino a Medole.
I Romani la chiamavano Silva Lucana (lucus significa bosco sacro) e ritenevano che la presenza di radure frequentate dai Celti creasse difficoltà all’accesso e al transito. Una sua sacra radura si trovava nei pressi di Sirmione e, come usavano i Celti, era dedicata a Lug, il protettore dei viandanti, omologo del dio romano Mercurio. Qui in età romana si formò la “mansio” di Sirmione, un luogo di sosta a metà della strada tra Brescia e Verona. Al toponimo, rimase il nome celtico di “Lugana” (cioè, dedicato a Lug), che tuttora individua una nota trattoria: La Vecchia Lugana. Secondo una plausibile leggenda, qui Attila avrebbe ricevuto la delegazione guidata da papa Leone.
Nella Silva Lucana, i luoghi sacri dovevano essere più di uno; lo suggerisce il Petrarca, che scrisse all’amico Guglielmo da Pastrengo (Verona): “Costì, la Lucana Selva presenta sparse radure”. Quantomeno, si riferiva alla Lugana e a Medolano.
L’utilizzo delle radure nelle selve era tipico della cultura celtica, ma non è facile comprendere perché mai i Cenomani, che da Brescia controllavano la Lombardia orientale, avessero utilizzato un centro logistico, piuttosto lontano dal loro principale insediamento.
Ci sarebbe una spiegazione: Brixia aveva un proprio santuario, ma la sua funzione era strettamente legata a questa sola città, mentre la nazione dei Cenomani era molto grande e aveva componenti ben distinte e con diversa tradizione (cenomane, etrusca, veneta), nella fattispecie, le città di Brescia, Mantova e Verona. Lo testimonia Virgilio che, pur riferendosi alla sola Mantova, ricordava le tre distinte stirpi. I sui versi sono stati brillantemente tradotti da Annibal Caro: «Mantova d’alto lignaggio, illustre e ricca / e non d’un sangue. Tre le genti sono / e de le tre, ciascuna a quattro impera».
Considerata la fragilità politica delle istituzioni dei Celti, era necessario trovare un luogo non vincolato ad alcuna etnia: il Monte Medelano era al centro di una terra indivisa tra Mantova, Verona e Brescia e questa poteva essere l’ubicazione più opportuna per un centro federale, rappresentativo degli interessi di tutta la nazione dei Cenomani.
È un vero peccato che la radura di un bosco non possa produrre testimonianze archeologiche, poiché aveva solo strutture precarie, fabbricate con materiali deperibili.
Il lontano passato resterà avvolto in un alone di mistero.
Il Monte Medolano, per la sua valenza storica, geologica, ambientalista e naturalista sarà oggetto di un futuro PLIS (Parco Locale ad Interesse Sovracomunale): in tale occasione, sarà il caso di ricordare che il suo nome è lo stesso col quale i Celti indicavano i loro più importanti boschi sacri. Costoro non avevano vere e proprie città, con i palazzi del potere, i templi, il foro ed una zecca: pertanto svolgevano nelle sacre radure tutte le attività che erano alla base della loro organizzazione religiosa, civile, commerciale e militare.
Il 24 agosto del 2009, s’incontreranno per le celebrazioni del 150° anniversario della battaglia di Solferino le rappresentative di tre nazioni che qui si affrontarono duramente; ma oggi operano con comunità d’intenti. Esse costituiscono il cuore di quell’Europa che realizzò nei suoi Medolano le prime forme d’organizzazione sociale apparse sul continente ed il nome del Monte Medolano ricorderà ai presenti i Medelano sparsi in Europa:
- ai Francesi: Maulain, Meilhan, Meillant, Melaine, Meslan, Moelan, Moislains,
- ai Tedeschi: Medelingen, Metelen, Moyland.
- agli Italiani: Milano degli Insubri e -ovviamente- il Medolano dei Cenomani.
Concludiamo con un curioso aneddoto, che si racconta a Medole.
Più di cento anni orsono (1901), il proprietario della cascina Barcaccia e del Monte Medolano fu giudice in uno storico processo; quando lesse una dura sentenza al bandito Giuseppe Musolino, il condannato replicò: “Ci vedremo a Monte Medolano”. Voleva essere una terribile minaccia.
Noi vorremmo ripetere le stesse parole, ma con tutt’altro spirito e sotto forma di un caldo augurio: vediamoci a Monte Medolano, per ricordare un grande passato.
L’occasione dell’inaugurazione del PLIS o quella del 150° della battaglia potrebbero costituire due validissime opportunità.
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1 commento:
Segnalo che il Monte Medolano è caratteristico anche dal punto di vista geologico:
un monticello di appena 12 metri sul piano del terreno circostante.
"..., e va notato poi per la sua singolarità il monte Medolaro (ndr. "Medolano"), collinetta oblunga non ferrettizata che sorge isolata dal piano diluviale tra Castiglione e Solferino; collinetta che poteva sembrare un residuo dell'erosione dell'estremo orientale dell'arco di Carpenedolo, ma tale non è."
da: Arturo Cozzaglio, Note Illustrative della Carta Geologica delle Tre Venezie. Fogli Peschiera e Mantova. Parte Ia, Geologia. Ministero Lavori Pubblici Ufficio Idrografico del R.Magistrato delle Acque. Sezione Geologica. 1933. pag.93.
SITO: isprambiente.gov.it/Media/carta_geologica_italia/note_illustrative/48.pdf
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