lunedì 21 luglio 2008

Libertà è partecipazione… ma chi non partecipa? di Giulia Redini

Ho cercato il significato del termine “libertà” su un’enciclopedia e ho trovato queste affermazioni:
“La libertà indica l'essere libero, la condizione di chi non è prigioniero e non ha restrizioni […], è la facoltà dell'uomo di agire e di pensare in piena autonomia, è la condizione di chi può agire secondo le proprie scelte”.
“Si può dire che chi compie un'azione è libero, quando ha la possibilità di scelta, e l'azione stessa è intelligente, spontanea, contingente e non lesiva degli altri.
“La libertà è la qualità fondamentale e specifica dell'uomo, che lo costituisce come persona”.
Le definizioni di libertà sono molteplici e se ne potrebbero elencare altre, ma il mio intento non è scrivere un saggio sulla libertà, quanto piuttosto riflettere sull’importanza di questo fondamentale diritto. A livello prettamente teorico la riflessione è sicuramente più semplice, in quanto indubbio è il valore giuridico e morale di questa peculiare qualità dell’essere umano.
Ma a livello pratico?
Senza voler generalizzare ed enfatizzare la questione a livelli mondiali in quanto, nella storia, le privazioni alla libertà personale si sono manifestate e tuttora si manifestano in modi disumani, credo si possa parlare di non riconoscimento del diritto alla libertà personale anche in termini più psicologici e mentali, nel senso di un vero e proprio “lavaggio del cervello” che le persone fanno o subiscono a seconda delle circostanze o, spesso, a seconda delle scelte che fanno o non fanno o delle decisioni che prendono o non prendono.
Penso, ad esempio, alle volte in cui, per paura di ripercussioni (che spesso si manifestano a livello psicologico, ma non per questo meno deleterie di veri e propri maltrattamenti fisici) o nel timore di subire ingiuste conseguenze, o, al contrario, nella speranza di un tornaconto, ci si conforma al modello, allo stereotipo, allo stile di vita o, nel peggiore dei casi, al pensiero della cosiddetta “massa”, anche se non lo si comprende o non lo si condivide pienamente… Ci si adatta, insomma, perché è più comodo, più semplice, più conveniente… e perché “lo fanno tutti”.
Questa mentalità e questo modo di agire e di non-pensare non solo sono moralmente sbagliati ma anche pericolosi in modo preoccupante perché annullano l’individualità delle persone e cancellano la loro unicità rendendole dei fantocci al servizio dei più furbi… D’altronde, la libertà costa cara, è stato faticoso conquistarla ed è ancora più impegnativo esercitarla, si devono impiegare troppe risorse e troppo coraggio, si deve agire da protagonisti, si deve addirittura lottare per rivendicare un diritto che in quanto tale ci dovrebbe appartenere a prescindere da tutto il resto e, nella lotta, si potrebbe correre il rischio di farsi male… E, nonostante tutto, è giustificabile rinunciare alla propria libertà? Come disse Nelson Mandela “non c’è nessuna facile strada per la libertà”.
“Libertà è partecipazione” è una verità quando, però, è la partecipazione stessa ad essere libera; purtroppo ci sarà sempre chi, per vari motivi, cercherà di ostacolare la libertà condizionando più o meno esplicitamente i nostri comportamenti. Che riesca o meno nel suo intento dipende dalla partecipazione attenta e non superficiale di ognuno di noi. Ogni nostra azione o non-azione incide sulla società più di quanto possiamo immaginare.
Non possiamo restare sempre indifferenti o lasciarci intimidire: partecipazione è anche la libertà di schierarsi per le proprie convinzioni e di manifestare le proprie opinioni anche a rischio di essere impopolari, anche a rischio di dissentire dalle opinioni della “massa” o del potere.

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