El Sciur Padrun
Sciur padrun da li béli braghi bianchifora li palanchi fora li palanchi
così inizia uno dei più famosi canti di lavoro dal quale traspare l'orgoglio collettivo della difesa dei diritti di un giusto rapporto di scambio: giusta ricompensa in denaro in cambio del lavoro svolto; senza servilismo o cortigianeria.
Ma non è sempre così. Il servilismo, soprattutto quello individuale, è una forte tentazione anche fuori dal rapporto di lavoro. Ed è molto frequente in politica: come resistere alle lusinghe del politico di turno che intuisce il tuo punto debole e lo sfrutta a suo vantaggio promettendoti favori o anche solo riconoscimento personale in cambio del tuo sostegno? Chi te lo fa fare di preoccuparti se il tuo tornaconto è utile anche per le persone che non godono del tuo stesso favore o se, invece, si rivela un'ingiustizia nei loro confronti? Vale la pena di rinunciare ai privilegi per salvaguardare la capacità di reagire ai soprusi o non conviene invece chinare la testa e mettere da parte orgoglio e dignità nella speranza della riconoscenza del “potere”?
Lo spiega molto bene questa frase detta da Giorgio Bocca in un'intervista all'Espresso del 4 giugno: «Evitare le critiche al padrone è possibile, anche se impone un forte autocontrollo. Ma come evitare le lodi al padrone dei cortigiani, per cui servire e genuflettersi è un piacere? A ben guardare, il fascismo è questa normalità, quando le si aggiunge la galera o l’esilio»
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