Mi hanno colpito due giudizi sugli italiani, pronunciati da Giuseppe Garibaldi e registrati in un bell’articolo del mio concittadino Giovanni Ansaldo (ripubblicato adesso in un elegante libretto della casa editrice Le Lettere, sotto il titolo L’Eroe di Caprera). Ansaldo racconta il viaggio, potremmo dire la fuga, del nostro eroe, dopo la caduta della Repubblica di Roma.
Il 2 luglio 1849 egli lascia alle sue spalle la capitale, con alcune migliaia di seguaci, poveri diavoli con la testa calda finché la vittoria sembrava a portata di mano, adesso scoraggiati e impauriti, e decide di risalire la valle del Tevere, con l’intenzione di rifugiarsi sulle montagne e di fare la guerriglia, in attesa di una riscossa nazionale. Valle dopo valle, villaggio dopo villaggio, il condottiero concluderà la lunga marcia due mesi dopo, il 2 settembre, sulla costa toscana, quando si imbarcherà a Cala Martina su un battello per raggiungere Portovenere, in terra amica.
Ma quando arriva in Maremma, è rimasto solo. Ha perso la fedele Anita, e ha perso i seguaci, che non hanno retto alla durezza della peregrinazione. Ed ecco il giudizio: «Quando paragono quei forti (si riferisce ai guerriglieri sudamericani) con gl’imbelli ed effeminati miei concittadini, mi vergogno di appartenere a questi degeneri nipoti di un grandissimo popolo, incapaci di tenere un mese la campagna, senza la cittadina consuetudine di tre pasti al giorno». Giudizio spietato. In netto contrasto, tuttavia, con le esperienze successive. Nella seconda metà del periglioso viaggio, ormai solo, Garibaldi trova persone disposte a rischiare la vita per dargli assistenza, oltre che «a saltare qualche pasto (annota Ansaldo) per amore di patria». E Garibaldi scriverà poi nelle memorie, a suggello di queste altre esperienze: «Come ero fiero di essere nato in Italia!».
La contraddizione fra il primo giudizio e il secondo è comprensibile. Ma è curiosa la tendenza, di volta in volta, a estendere il giudizio, buono o cattivo a tutto un popolo.
Il nostro popolo, con l’eterna ipoteca del grande passato alle spalle. Garibaldi in fuga è deluso da quei disperati che lo abbandonano al suo destino? Subito se la prende, non soltanto con loro, ma con gli imbelli ed effeminati suoi concittadini, cioè con gli italiani. Ma poi, avendo incontrato persone generose, eccolo «fiero di essere nato in Italia!». Non vi sembra che si esagera, nel primo caso come nel secondo, a tirare in ballo tutta una nazione?
sabato 12 luglio 2008
Eroi o imbelli? Il dubbio di Garibaldi sugli italiani di Piero Ottone
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