La Birmania (situata in Asia tra Cina. India, Thailandia) è un paese martoriato da decenni di violenta dittatura, primo nel mondo per numero di bambini soldato e persone costrette al lavoro forzato. Un paese in cui vengono commesse violazioni profonde dei valori etici, come la pace, la giustizia, la democrazia, i diritti umani, l'equità, la solidarietà, il diritto al lavoro, la famiglia, il rispetto delle diversità religiose, culturali, politiche, sociali, sessuali.
All'inizio di maggio, questo paese è stato colpito da un ciclone di straordinaria violenza: decine di villaggi sono stati spazzati via completamente, si contano più di 100.000 morti e altre migliaia di dispersi destinati a morte per colera o altre malattie infettive. Secondo fonti dei servizi di soccorso i senzatetto potrebbero ben presto risultare milioni. Manca cibo, acqua, medicinali, manca tutta la prima assistenza.
Gli aiuti internazionali, inizialmente rifiutati dal regime, vengono gestiti solo attraverso la giunta militare e le sue organizzazioni che trattengono per loro la parte buona e si fanno fotografare mentre distribuiscono il resto dei viveri alla popolazione stremata.
In questa tragedia, i generali hanno voluto ugualmente il referendum per la costituzione; pertanto, mentre l'intera Birmania è impegnata nel tentativo di sopravvivere alla catastrofe, hanno avuto luogo le “votazioni”.
“Votare sì alla nuova Costituzione è un dovere patriottico. Prendi questo foglietto. Non c'è bisogno che voti. Ci penserò io per te. Tu devi solo andare al seggio a consegnare il foglietto, non mancare. Passerà un mio soldato per dirti a che ora presentarti” ha spiegato un ufficiale.
“Dobbiamo essere puntuali anche nel fingere di votare. Vogliono una farsa perfetta. Per questo hanno bisogno di tutti i loro controllori per vincere un referendum che gli garantirà il potere in eterno. Obbligano i cittadini a votare sì al referendum, in cambio di aiuti alimentari. Anche chi vuole materiale per ricostruire la propria abitazione, oppure tende e coperte, si vede costretto a cedere al ricatto”.
La più autorevole leader politica e Premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi, (figlia di Aung San, l’uomo venerato da tutti i birmani perché aveva ottenuto l’indipendenza del paese dal dominio inglese) sottoposta dal 1989, tranne alcune interruzioni, agli arresti domiciliari, ha dichiarato: “ E' un fatto estremamente inaccettabile, la giunta dà la priorità all'iter costituzionale senza il minimo rispetto per le difficoltà sociali cui, a causa di questo disastro, il popolo deve far fronte”.
Ci sarà capitato di vedere, di sfuggita, le immagini della Birmania devastata, forse avremo anche contribuito agli aiuti, magari con uno sms. Forse. Se siamo riusciti a seguire le fugaci notizie su questa tragedia passate, ed ora già archiviate, dalle nostre televisioni, troppo impegnate a somministrarci quotidianamente notizie più importanti quali il clima politico, le leggi salvapremier, il caro petrolio, o, soffiando sul fuoco dell'intolleranza, i pericoli per la nostra “sicurezza” messa a repentaglio dagli extracomunitari, giunti in Italia per tentare di sopravvivere ad altre tragiche condizioni di vita.
Il fatto che neppure una catastrofe del genere e le intollerabili ingiustizie che deve subire il popolo Birmano (come avevamo già visto con la rivolta dei Monaci) non smuova più di tanto l’indifferenza del nostro civilissimo occidente, è indice di uno spaventoso disinteresse generale, di un egoistico preoccuparci solo di noi stessi e della difesa dei nostri diritti e privilegi individuali.
Penso che, invece, ognuno di noi dovrebbe preoccuparsi, quando non vengono rispettati i diritti degli altri, anche se non ci toccano personalmente, perché i più gravi problemi che minacciano l'umanità (la condizione di vita subumana di milioni di persone, la violazione dei diritti umani, l’estinzione di intere specie animali, l’esaurimento di essenziali risorse del pianeta, il crescente degrado dell'ambiente dovuto all'inquinamento) non sono risolvibili attraverso la salvaguardia dei diritti individuali, ma solo attraverso il rispetto di quelli universali.
Emerge da questa attualità quello che la storia ci mostra con i fatti, ma continuiamo a dimenticare o, peggio, volutamente ignorare: escludendo a priori le dittature portatrici di prevaricazioni, soprusi e umiliazione della dignità umana, le Civiltà, se con ciò intendiamo migliore qualità di vita delle persone, hanno prosperato in presenza di “dirigenti” capaci ed autorevoli, che hanno guidato il progresso del loro Popolo; si sono invece autodistrutte col decadimento della qualità dei dirigenti e del dilagare della corruzione. Per praticare e difendere la democrazia, quindi, bisogna prestare attenzione a scegliere dirigenti di solida qualità: da qui il timore, tutt'altro che infondato, che anche nel nostro Paese la democrazia corra seri e gravi pericoli. La diamo per scontata, non la difendiamo; ma la dittatura a volte si presenta in modo subdolo, mascherata da miracoloso rimedio ai mali che affliggono il Paese: promette il benessere, la stabilità, l’ordine. È già avvenuto, subito dopo la prima guerra mondiale e sappiamo bene come sono andate poi le cose. La Storia insegna, ma noi vogliamo imparare?
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