L'affermazione
che si è sempre prestata a facile ironia, pur nella sua sintetica
espressione, evidenzia uno dei valori prioritari nella vita di ogni
persona.
È
però evidente che bisogna esplicare il concetto con i dovuti
contenuti. Il lavoro procura impegno, sviluppa l'ingegno col fine di
produrre il reddito utile per il sostentamento in un insieme di
rapporti costitutivi la qualità della vita della persona.
Purtroppo,
in questo periodo di spaventosa crisi, la nobiltà del lavoro è
un'ambizione ormai perduta a causa di speculazioni finanziarie e
malgoverno che sono sempre la tendenza egoistica di sottomettere più
persone possibili verso la forma della schiavitù.
In
questo periodo di debolezza dei lavoratori, emergono facilmente le
spinte alla penalizzazione del lavoro. Subito si attenta ai diritti
principali dei lavoratori, come lo svuotamento del significativo
Articolo 18 dello Statuto dei Diritti dei Lavoratori, fino alle varie
proposte della sua abolizione.
E
sull'onda si inventano innumerevoli forme di contratti che
indeboliscono i diritti sino a ridurre le persone alla totale
precarietà.
D'altra
parte, come si possono definire contratti di lavoro della durata di
una settimana, oppure a chiamata giornaliera o addirittura a singole
ore?
Ancora,
un altro termine apparentemente di moda, ma ferocemente punitivo
della persona, “esodati”; maschera la tragedia di persone espulse
dal lavoro con l'impossibilità di rientrarvi e nello stesso tempo
non essere tutelate nemmeno dalla dovuta pensione.
E
che dire di tutte le persone, giovani e non solo, che non hanno avuto
e non hanno alcuna possibilità di accedere al lavoro.
Ora
vengono proposte altre regole riguardanti il lavoro (oltre quelle già
disastrose che alimentano solo lo sfruttamento dei lavoratori e
ancora peggiorate dal ministero Fornero) con nuovo titolo americano
(jobs-act). Come se fossero solo le regole a generare lavoro.
La
qualità della contrattazione del lavoro, compresa la necessaria
parte mercantile, diviene determinante per misurare il grado di
libertà personale dell'uomo e nello stesso tempo il livello di
civiltà della società alla quale appartiene.
Però
oggi, nel concreto, ci troviamo travolti da situazioni gravissime di
perdita del lavoro che ci toccano da vicino alle quali possiamo solo
esprimere solidarietà in un immenso senso di impotenza.
I
casi più eclatanti sono la crisi dei lavoratori Pompea, chiaramente
provocata da molti fattori, ma prioritariamente dall'insostenibile
concorrenza dovuta alla delocalizzazione, conseguente al nulla di
politica industriale che consente facilmente questi trasferimenti
utilizzando i capitali prodotti col sudore dei lavoratori italiani.
E, peggio ancora, propizi per sfruttare
enne volte anche i
lavoratori delle zone di delocalizzazione.
Altra
esperienza vicinissima è la difficoltà in cui è stata coinvolta la
Cooperativa sociale “Nastro Verde” che nel settore raccolta
rifiuti svolgeva l'attività da almeno due decenni ed una
importantissima funzione sociale, avendo occupato nel tempo anche
persone con diverse abilità.
Va
quindi denunciata la gravità di questa situazione in quanto
provocata da aziende municipalizzate per cui lavorava “Nastro
Verde” le quali inspiegabilmente (se non con qualche
sospetto) imponevano costi proibitivi per il noleggio di macchine
operatrici, e nello stesso tempo ritardavano i pagamenti dovuti per
il servizio prestato oltre i 6 mesi; insostenibile per una
cooperativa che
operava con margini risicatissimi pur occupando 30 lavoratori. Infine
ha dovuto chiedere il concordato preventivo.
E
allora?
Allora
bisogna,
oltre alle ricette di
spesa proclamate genericamente a tutti i livelli politici, disporre a
livello nazionale di un progetto strategico molto coraggioso che
procuri una disponibilità di entrata in moneta di cento miliardi di
euro all'anno, per abbassare le tasse del 10% e selezionare con
altrettanta qualificazione gli investimenti produttivi per il lavoro.
Nella
prossima puntata proveremo a sviluppare un'idea di progetto
strategico complessivo.
(g.b.r.)
1 commento:
Gazzetta di Mantova
28 novembre 2013 — pagina 18 sezione: Nazionale
ASOLA-MEDOLE I due sindaci hanno portato ieri la loro solidarietà ai dipendenti impegnati nei sit-in di protesta davanti ai cancelli della Pompea di Asola e di Medole. Nel primo centro, il progetto illustrato ai sindacati prevede la chiusura del reparto di tintoria, che oggi lavora in conto terzi per clienti esterni con settanta dipendenti, mentre il magazzino (60 occupati) sarebbe dato in gestione a cooperative esterne o fra gli stessi dipendenti. A Medole la scure si abbatterebbe su 40 dipendenti del reparto cucitura e trenta impiegati. Alla fine Asola uscirebbe dal gruppo Pompea e a Medole resterebbero 175 occupati (85 in tessitura e 90 impiegati) oltre a 65 occupati nei negozi di vendita esclusiva del marchio Pompea. Ad Asola il sindaco Giordano Busi, assieme al vice Luciano Carminati, ieri pomeriggio ha incontrato i dipendenti ascoltando il resoconto fatto dai delegati sindacali. «La situazione è pesante – ha detto il primo cittadino –. E per questo ho portato direttamente la solidarietà mia e dell’amministrazione.». L’amministrazione ha anche mobilitato la Croce rossa affinché portasse generi di conforto al presidio. Stessa attenzione è stata presa a Medole dal sindaco Giovan Battista Ruzzenenti che ha anche mosso la protezione civile e messo a disposizione una propria tenda, visitando più volte il presidio. «Purtroppo qui è mancata la chiarezza – ha detto – abbiamo assistito ad uno stillicidio di anni. Ora ci attendiamo dall’azienda una soluzione credibile che dia prospettive di lavoro. Personalmente, se la soluzione è una cooperativa di lavoro, ho molti dubbi. Il sistema cooperativo in passato ha migliorato le condizioni della classe operaia. Ma oggi spesso si rischia di avere cooperative lavoro che sfruttano la manodopera. Sono molto dubbioso».(fr.r.)
Posta un commento