Alla
presidente della Camera, Laura Boldrini
Alla
segretaria della Confederazione Generale del Lavoro, Susanna
Camusso
Alla vice-ministra del Lavoro e Politiche Sociali con delega alle Pari Opportunità, Maria Cecilia Guerra
A tutte le donne delle istituzioni, delle arti e dei mestieri
A tutte noi
Alla vice-ministra del Lavoro e Politiche Sociali con delega alle Pari Opportunità, Maria Cecilia Guerra
A tutte le donne delle istituzioni, delle arti e dei mestieri
A tutte noi
Roma,
14 giugno 2013 - Pensavamo che l'uccisione di Fabiana, bruciata viva
dal fidanzato sedicenne, esprimesse un punto di non ritorno. Invece
no. L'insulto che è stato rivolto alla ministra Cécile Kyenge –
da un'altra donna – dice molto più di quanto non vogliamo
ammettere. E di fronte ad una violenza verbale simile, non ci sono
scuse o giustificazioni che tengano. Noi non siamo mai state
silenziose, abbiamo sempre denunciato questi fatti, le violenze
fisiche e quelle verbali. Ma non basta.
Non
basta più il lavoro dei centri antiviolenza, fondamentale e
prezioso. E non bastano le promesse di leggi che neanche arrivano. La
ratifica della convenzione di Istanbul? Un passo importante, ma
bisogna aspettare e aspettare. E noi non vogliamo più limitarci a
lanciare appelli che raccolgono migliaia di firme ma restano solo
sulla carta; a proclamarci indignate per una violenza che non accenna
a smettere; a fare tavole rotonde, dibattiti politici, incontri.
Adesso chiediamo di più.
Chiediamo
di poter vivere in una società che vuole realmente cambiare la
Cultura che alimenta questa mentalità maschilista, patriarcale,
trasversale, acclarata e spesso occulta, che noi riteniamo totalmente
responsabile della mancanza di rispetto per le donne, e che non fa
nulla per fermare questo inutile e doloroso femminicidio italiano.
Chiediamo
che la parola femminicidio non venga più sottovalutata, svilita,
criticata. Perché racconta di un fenomeno che ancora in troppi
negano, o che sia qualcosa che non li riguarda. O addirittura che
molte delle donne uccise o violate, in fondo in fondo, qualche
sbaglio lo avevano fatto. Quanta disumanità nel non voler vedere il
nostro immenso lavoro, quello pagato e quello non pagato, il lavoro
di cura e riproduttivo, il genio, la creatività, il ruolo multiforme
delle donne.
Chiediamo
di fermarci. A tutte: madri, sorelle, figlie, nonne, zie, compagne,
amanti, mogli, operaie, commesse, maestre, infermiere, badanti,
dirigenti, fornaie, dottoresse, farmaciste, studentesse,
professoresse, ministre, contadine, sindacaliste, impiegate,
scrittrici, attrici, giornaliste, registe, precarie, artiste, atlete,
disoccupate, politiche, funzionarie, fisioterapiste, babysitter,
veline, parlamentari, prostitute, autiste, cameriere, avvocate,
segretarie.
Fermiamoci
per 24 ore da tutto quello che normalmente facciamo. Proclamiamo uno
sciopero generale delle donne che blocchi questo maledetto paese.
Perché sia chiaro che senza di noi, noi donne, non si va da nessuna
parte. Senza il rispetto per la nostra autodeterminazione e il nostro
corpo non c'è società che tenga. Perché la rabbia e il dolore, lo
sconforto e l'indignazione, la denuncia e la consapevolezza, hanno
bisogno di un gesto forte.
Scioperiamo
per noi e per tutte le donne che ogni giorno rischiano la loro vita.
Per le donne che verranno, per gli uomini che staranno loro accanto.
Unisciti
a noi, firma e diffondi questo appello. Insieme, poi, decideremo una
data.
Barbara
Romagnoli (giornalista freelance)
Adriana Terzo (giornalista freelance)
Tiziana Dal Pra (presidente del centro interculturale Trama di Terre)
Adriana Terzo (giornalista freelance)
Tiziana Dal Pra (presidente del centro interculturale Trama di Terre)
Aderisco
oltre che a nome mio personale anche a nome dell’Amministrazione
che rappresento. Aderisco perché credo che consegnare un mondo più
“uguale” ai nostri figli sia importante; e perché credo che
troppe volte una donna per poter riuscire ad esprimere sé stessa
debba combattere una battaglia senza fine che parte
dall’interno delle mura domestiche nelle quali è cresciuta o che,
sulle proprie spalle, cerca di costruire. Aderisco perché la
battaglia contro il femminicidio comincia dai piccoli gesti di ogni
giorno, dal modo in cui cresciamo i nostri figli, dalle volte in cui
ci ricordiamo, tra un impegno e l’altro, tra una corsa e un’altra,
di “alzarci in piedi” per difendere la dignità e i valori
in cui crediamo. Perché rivendicare la dignità dell’uguaglianza
non è mai superfluo né inutile per quanto lo possa sembrare. È un
piantare un seme che qualcuno, magari proprio i nostri figli,
contribuirà a far crescere.
(a.f.)
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